18 giugno 2019
Aggiornato 06:30
Jihadisti, ribelli, estremisti islamici radicali, insorti

Siria: ad Aleppo ci sono tutti, ma non i terroristi

Le desolanti resistenze della stampa occidentale che non vuole ammettere la presenza dell'Isis ad Aleppo. Chi stiamo sostenendo? Con quali mezzi? Chi sono gli etremisti e chi i terroristi?

ALEPPO - Un pericoloso dittatore sta assaltando una città della Siria, Aleppo: fa strage di civili e crea una massa di profughi che si riversa sbandata nelle zone controllate dall’esercito governativo. A supporto del dittatore sanguinario vi è l’esercito russo, diretta emanazione dell’Armata Rossa che invase l’Afghanistan e venne sconfitta. O almeno, questa è la narrazione dominante della guerra siriana, e i media occidentali faticano a non tifare spassionatamente per coloro che resistono all’avanzata delle truppe governative. E se non si può gioire per la «liberazione» di Aleppo, termine utilizzato raramente, nella propaganda è bene raccontare la «tragedia umanitaria dovuta ai bombardamenti russi».

Dov'è la verità?
Stranamente, però, nelle immagini che giungono dal campo di battaglia si possono vedere gruppi di persone che, miracolosamente scappate dalla città, salutano con entusiasmo le truppe del satrapo Assad. Immagini selezionate, indubbiamente, dalla propaganda governativa che combatte la sua guerra. Come noto, la prima vittima di ogni conflitto è la verità, ma la "verità" che viene propagandata dai principali mezzi di comunicazione appare sconcertante. Nelle prossime righe si proverà ad elencare le categorie che caratterizzano quei soggetti che Bashar Al Assad sta bombardando da mesi, con il supporto delle forze armate russe. Per quanto riguarda il suddetto, non ci sono molte sfumature: fino ad oggi è stato un «dittatore», ovvero ciò che è, ma data l’evoluzione bellica in breve tempo potrebbe tornare ad essere «presidente».

Jihadisti, ribelli, estremisti islamici radicali, insorti, miliziani: ma non terroristi
Nelle redazioni dei giornali un grande sforzo si è fatto per coniare nuovi termini entro cui far ricadere coloro che stanno perdendo la guerra contro le truppe governative. L’origine di questa proliferazione, che resiste, deriva probabilmente dalla natura spontanea delle prime manifestazioni di protesta di massa nel lontano 2011. Al tempo un vasto popolo «ribelle» scese in piazza contro Assad, rivendicando libertà e democrazia. Era il periodo delle «primavere arabe», poi degenerato. Di quelle masse oggi sono rimasti solo i terroristi dell’Isis asserragliati negli ultimi quartieri di Aleppo. Sui media che formano l'opinione pubblica, o almeno questo vorrebbero, a distanza di cinque anni da quelle rivolte non si giunge ad un palese sostegno ai terroristi dell’Isis, ma si sfrutta un equivoco semantico che trae origine dai vari termini con cui si definiscono costoro. «Ribelle», ad esempio, vanta una accezione nettamente positiva e quindi dilaga. E' in assoluto il più utilizzato. Perché si oppone al dittatore feroce in nome dei due valori occidentali per eccellenza: libertà e democrazia.

Il caso New York Times
Il New York Times, bibbia del giornalismo occidentale, non ha dubbi: nei reportage come nelle analisi utilizza quasi sempre «ribelli». In un passaggio recentemente pubblicato, le parole di Bashar al Assad inquadrano con precisione la prospettiva semantica del Nyt. Quelli che il presidente siriano definisce «terroristi», per il quotidiano più prestigioso del mondo sono «insorti»: «Mr. Assad told Al Watan, a pro-government newspaper, that victory in Aleppo «doesn’t mean the end of the war in Syria. It is a significant landmark toward the end of the battle, but the war in Syria will not end until terrorism is eliminated,» he said, referring to insurgents».Il giornalista si precipita a ridefire "insorti", appunto, quelli che Assad bolla come terroristi.

Miliziani di cosa?
La disputa diventa interessante quando sul terreno di battaglia, letterale, entrano in campo i «miliziani», categoria che appare come una terra di confine tra il ribelle/insorto e il terrorista. Sebbene l'accezione sia più negativa rispetto a "ribelle", il «miliziano» fa parte di una organizzazione gerarchica e strutturata, una «milizia»appunto, a differenza dai ribelli-insorti che danno l’idea di un insieme caotico ed anarchico. Quale sarà quindi la «milizia» a cui ci si riferisce? Dovrebbe essere l’Isis o la sua diretta filiazione «Al Nusra»: ma, scaltramente, cronache, reportage e analisi «dimenticano» quasi sempre di associare tale appartenenza. E' in miliziano "in sé e per sé", viene da supporre. Anche perché la stessa organizzazione Al Nusra appare come un gioco degli specchi ormai rotto: si tratta, come noto, di una diretta emanazione dell’Isis a cui, grazie alla confusione scaturente dalla ridenominazione, è stata data una forma meno compromettente.

Estremisti ma non terroristi?
Oppure, nel mare magnum di articoli, reportage e analisi, si tenta una via ancora più ardita, quella in cui si ammette il radicalismo e l’islamismo, ma senza finire nel terrorismo: ad Aleppo vi sarebbero quindi gli «estremisti radicali islamici.» «Estremismo radicale» è di per sé orrore da penna rossa, ma lasciamo perdere perché è pur sempre un passo avanti verso l’ammissione: ad Aleppo ci sono i terroristi dell’Isis. Procedendo per sillogismi si potrebbe sostenere che i miliziani di Al Nusra, o dell’Isis, sono semplicemente ribelli, o insorti, o tutto il resto: tutto nettamente più leggero. Il che, almeno in Europa, non è possibile. A meno che si possano considerare terroristi coloro che fanno strage a Parigi e ribelli quelli di Aleppo, anche se si trovano a combattere sotto la stessa bandiera.

I russi chiariscono il concetto
Un’agenzia di stampa dell’Agi svela il gioco: «L'ex capo di Stato maggiore russo, il generale Yuri Baluyevsky, ha denunciato che la colpa della ripresa di Palmira da parte dell'Isis è in parte imputabile alle tregue umanitarie concesse dal regime di Damasco e dall'esercito russo ad Aleppo. 'Capisco che sia necessario assicurare la sicurezza della popolazione', ha detto Baluyevsky, 'ma quando queste pause durano tre settimane e questi miliziani, che sono sporchi di sangue fino ai gomiti, possono riorganizzare le loro forze ed è loro consentito di tenere le armi personali, bè, questo non lo capisco». "Si tratta di un nuovo colpo al notato prestigio", ha aggiunto, concludendo che bisognava prevedere questo sviluppo. 

Ciò che per i media siriani e russi sono "terroristi", per gli occidentali "ribelli"
Ricapitolando: i media siriani e russi utilizzano solo ed esclusivamente il termine «terroristi». Quelli statunitensi propendono nettamente per «ribelli», «insorti», o, di fronte alle contraddizioni più pesanti, per «miliziani»: ma senza specificare il nome della milizia. Oppure, come fa la Rai, che trasforma i terroristi dell’Isis in ribelli: «Continua l'avanzata dell'esercito siriano ad Aleppo. Le forze governative sono entrate in un quartiere nella zona sud-est, riuscendo ad avere il controllo sul 90% delle aree finora in mano ai ribelli. L'osservatorio siriano per i diritti umani ha riferito che il quartiere di Sheikh Said è stato teatro di violenti combattimenti e pesanti raid aerei. Per la ong altri 10mila civili sono fuggiti dai quartieri sotto l'Isis per raggiungere i settori conquistati dalle forze governative».La tara da fare a questo contesto semantico, che in parte alleggerisce il quadro da una vaga percezione di confusione, se non peggio, è la sciatteria che domina nel mondo dell’informazione. Un pericoloso sincretismo tra superficialità e propensione al compiacimento verso il padrone americano che combatte la sua guerra contro Assad e la Russia, in difesa dei ribelli: che però si chiamano Al Nusra o Isis.