27 maggio 2020
Aggiornato 17:30
La propaganda occidentale sulla propaganda russa

Guerra di propagande. Per il Washington Post, criticare Obama e la Merkel è propaganda russa

Un report citato dal WPost ha mappato 200 siti colpevoli di diffondere fake news e «propaganda russa». Che significa, per loro, criticare Obama, la Merkel, la Nato, l'Ue e i media mainstream

NEW YORK – Passate le tanto attese e dibattute elezioni presidenziali americane, non si placa però il dibattito sulla presunta macchina di propaganda che, secondo l'Occidente, Mosca avrebbe messo in campo per favorire la vittoria di Donald Trump e, parallelamente, l'ascesa dei «populisti» in Europa. L'argomento è anzi talmente scottante che gli è stato dedicato non solo la controversa risoluzione del Parlamento europeo di cui vi abbiamo già parlato, ma anche la sezione 501 dell'Intelligence Authorization Act for Fiscal Year 2017, adottata dal Congresso americano lo scorso 30 novembre.

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Il progetto di legge Usa sull'intelligence parla anche di Russia
Si tratta di un progetto di legge che regolamenta in termini generali le attività di intelligence, ma che, nella sezione sopracitata, chiede la creazione di un Comitato preposto al contrasto delle iniziative messe in campo «da parte della Russia per esercitare influenza occulta su popoli e governi». In particolare, tra le «misure attive» di cui Mosca è accusata si leggono le seguenti: creazione o finanziamento di gruppi di facciata, manipolazione dei media, disinformazione, finanziamento di agenti di influenza, istigazione e controspionaggio offensivo, assassini, atti terroristici. Un quadro a dir poco apocalittico.

L'incubo delle «fake news» anche in Europa e in Italia
Il tutto, mentre anche in Europa si diffonde l'incubo delle cosiddette «fake news», notizie false diffuse da siti di controinformazione con regia – si dice – russa, della cui distribuzione sul web è stato imputato anche il Movimento Cinque Stelle. Tanto che la giornalista della Cnn che di recente ha intervistato Luigi Di Maio lo ha incalzato, chiedendogli conto di tali accuse.

L'atto di accusa contro la Russia del Washington Post
All'incirca negli stessi giorni in cui quel disegno di legge veniva discusso e approvato, il Washington Post pubblicava un lungo approfondimento eloquentemente titolato: «Secondo gli esperti, gli sforzi della propaganda russa hanno aiutato a diffondere «fake news» durante le elezioni». Secondo il giornalista Craig Timberg, Mosca avrebbe orchestrato una sofisticata campagna di propaganda, diffondendo sul web articoli con l'intento di affossare la candidata democratica Hillary Clinton e di favorire la vittoria di Donald Trump. Dopo le accuse di hackeraggio, di fatto mai dimostrate, l'arma di influenza di cui si accusa Mosca in questa fase post-elettorale è dunque quella della propaganda basata sulla diffusione di notizie false o manipolate. A supporto della sua tesi, il Washington Post cita due team di «esperti indipendenti», secondo i quali Mosca avrebbe sfruttato le piattaforme tecnologiche di paternità americana – come Facebook e Google – per diffondere quelle «fake news» con l'obiettivo di attaccare Hillary Clinton nei momenti più vulnerabili della sua campagna.

Il rapporto di PropOrNot
Tra i gruppi citati dal celebre quotidiano, PropOrNot, definito «team bipartisan di ricercatori esperti di politica estera, mondo militare e tecnologia», che ha realizzato un report sull'argomento. I ricercatori avrebbero utilizzato strumenti di analisi del web per rintracciare le origini di particolari tweet e avrebbero mappato le connessioni tra profili social considerati sospetti per aver diffuso messaggi «sincronizzati». Il rapporto individua più di 200 siti web «colpevoli» di aver diffuso la «propaganda russa» durante il periodo elettorale, raggiungendo un pubblico combinato di almeno 15 milioni di americani. Secondo i ricercatori, oltretutto, quelle notizie sarebbero state viste attraverso Facebook più di 213 milioni di volte. Infine, per PropOrNot parte di questa «cassa di risonanza online» sarebbe stata favorita da attori consapevoli, altra parte diffusa invece dai cosiddetti «useful idiots» («utili idioti»), termine tecnico usato nel periodo della Guerra fredda per indicare persone o istituzioni che avrebbero inconsapevolmente favorito la propaganda dell'Unione sovietica.

Guerra fredda 2.0, che però non convince tutti
Lo scenario tratteggiato dai media occidentali, come si vede, è da Guerra fredda 2.0, un revival degli anni di più dura contrapposizione tra i due blocchi trasposto nel liquido mondo del web. Ma c'è anche chi, dagli stessi Stati Uniti, non è rimasto persuaso dall'apparente scientificità del report citato dal Post a sostegno della sua tesi. Adrian Chen del New Yorker, infatti, ha spiegato come, osservando un po' più da vicino il rapporto di PropOrNot, questo si riveli perlomeno caotico. «Ad essere onesti, sembra un tentativo piuttosto amatoriale», è il commento di Eliot Higgins, ricercatore certamente non filorusso, visto che si è occupato in prima persona per anni della questione delle «fake news».

Fake news? Chi critica Obama, la Merkel, gli Usa e l'Ue
Innanzitutto, spiega il New Yorker, i criteri utilizzati dal team per identificare la supposta propaganda russa sono troppo larghi. Per esempio, citando le stesse indicazioni metodologiche del gruppo, il terzo punto consisterebbe nel controllare se un sito ha una storia di cassa di risonanza generale della «linea di propaganda russa», che include elogi a Putin, Trump, Bashar al Assad, Siria, Iran, Cina, partiti politici radicali negli Usa o in Europa. Ma i criteri comprendono anche generiche critiche agli Stati Uniti, a Barack Obama, a Hillary Clinton, all'Unione europea, ad Angela Merkel, alla Nato, all'Ucraina, agli ebrei, agli alleati degli Usa, ai media mainstream, ai democratici, ai partiti di centrodestra o centrosinistra e alle forze politiche moderate.

Nessuna distinzione tra attori consapevoli e inconsapevoli
Un approccio, come si vede, eccessivamente «largo» alla questione, visto che basta criticare gli Stati Uniti per finire etichettati come siti che diffondono la propaganda del Cremlino. Siti che, ovviamente, possono provenire da tutto il mondo, non necessariamente dalla Russia. Ma un altro punto controverso evidenziato dal New Yorker è che non viene fatta alcuna distinzione di fondo tra chi diffonderebbe quei messaggi consapevolmente e gli «useful idiots» sopracitati.

Visioni del mondo dissidenti non ben accette
Per PropOrNot, semplicemente esibire una visione del mondo in contraddizione a quella mainstream significa essere succubi e diffusori dell'influenza russa. Non a caso, la lista nera comprende pubblicazioni rispettabili di sinistra e di destra come CounterPunch, Truthdig e Drudge Report. Senza contare che tutti i membri di PropOrNot si barricano dietro l'anonimato. Una precauzione, dicono, per evitare attacchi hacker; una precauzione, tuttavia, che sa di mancanza di trasparenza. Tanto che dalla Russia qualcuno ipotizza che dietro a quel gruppo si celi un tentativo dell'Ucraina di fare a propria volta propaganda contro Mosca.

L'Occidente censore
Per il New Yorker, il rapporto di PropOrNot si comporta esattamente come la propaganda che dice di smascherare: confonde verità e falsità, crea allarmismo. Oltretutto, ancora più spaventosa della possibilità che Mosca abbia una ruolo effettivo nella diffusione di un certo tipo di propaganda (da dimostrare, e in ogni caso si può assolvere l'Occidente dalla stessa accusa?), è la prospettiva che proprio in Occidente, campione della democrazia e della libertà di stampa e di espressioni, voci dissidenti che si oppongono alla narrativa mainstream vengano etichettate come «fake news» da rapporti realizzati da gruppi misteriosi, e finiscano per diventare possibili target per interventi di limitazione della tanto decantata libertà di espressione.

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