18 luglio 2019
Aggiornato 21:00
Una profezia inquietante

Le future 10 guerre che il nuovo Presidente Usa dovrà affrontare

«I 10 Paesi la cui stabilità non può essere garantita»: così si intitola un inquietante documento AEI. Think tank americano che, qualcuno sostiene, ebbe un ruolo nell'orientare le politiche di George Bush.

L'agenda del prossimo presidente Usa, chiunque esso sia, potrebbe essere molto fitta.
L'agenda del prossimo presidente Usa, chiunque esso sia, potrebbe essere molto fitta. Shutterstock

NEW YORK - Manca meno di una settimana all'«Election day», e l'unica cosa certa è che chiunque occuperà per almeno i prossimo quattro anni la Stanza Ovale dovrà fare i conti con numerosi dossier decisamente complicati. La Siria in primis, la lotta al terrorismo che dura da 15 anni e che ancora oggi non sta dando risultati, i rapporti con la Russia, la complessa situazione mediorientale, la Libia, senza contare le nuove sfide asiatiche e quelle che riguardano l'economia internazionale. A questo quadro, poi, si aggiungano le incognite dei tempi in cui viviamo, e le nuove crisi che da qui a breve potrebbero scoppiare. E che qualcuno, puntualmente, ha gia «predetto».

Il documento dell'AEI
Il think tank americano American Enterprise Institute, AEI, ha infatti pubblicato un documento dal titolo decisamente eloquente: «Ten countries whose stability can't be taken for granted», cioè «I dieci Paesi di cui non si può garantire la stabilità». Si tratta, in pratica, di quelle che potrebbero essere le future 10 polveriere geopolitiche a cui il prossimo presidente Usa dovrà necessariamente porre attenzione. L'elenco è il seguente: Maldive, Mauritania, Algeria, Etiopia, Nigeria, Turchia, Russia, Arabia Saudita, Giordania, Cina. Andiamo per ordine.

Che cos'è l'AEI
Prima di entrare nel dettaglio, però, è d’obbligo una considerazione. Perché c’è chi è convinto che dall’AEI siano uscite le politiche di aggressione che caratterizzarono perpetrate da George Bush dopo l'11 settembre. Sarebbe stata proprio l’AEI, insomma, a ispirare la dottrina neoconservatrice del Presidente che dichiarò guerra al terrorismo. Anche perché proprio dall’AEI venivano diversi nomi illustri dell’amministrazione Bush, tra cui Paul Wolfowitz, viceministro della Difesa, ma anche Richard Perle, consigliere e consulente che sostenne la guerra in Iraq. E se questo è vero, quel documento assume tinte inquietanti. Perché suona quasi come una «profezia».

1. Maldive
Lungi dal costituire il paradiso terrestre per eccellenza che ci mostrano le riviste turistiche, in realtà l'arcipelago situato nell'Oceano Indiano ha un grosso problema: quello del radicalismo islamico. Il Governo ha chiesto assistenza agli Usa, una richiesta rimasta a lungo inascoltata. Il documento dell’AEI ventila quindi la possibilità che l’Isis possa rapire turisti occidentali, o addirittura che il Governo islamista possa accogliere armi e jihadisti da inoltrare poi via mare nell’Oceano Indiano. E se è vero che le Maldive sono lontanissime dagli Usa, il documento ricorda che gli analisti dicevano lo stesso dell’Afghanistan. Dove è in corso da 15 anni una guerra che ancora oggi, nonostante le promesse di Obama, continua.

2. Mauritania
Per il think tank americano, la Mauritania è una delle «pecore nere» nella storia recente di generalizzato progresso del Continente africano. Il Paese è in fatti in cima alla lista degli Stati a rischio per infiltrazioni terroristiche. La Mauritania è un Paese povero situato lungo la costa atlantica dell’Africa, che, pur avendo l’estensione della California, ha una popolazione pari a quella dell’Arizona. Repubblica islamica, è uno dei pochi Paesi dove ancora la schiavitù è praticata, se non istituzionalizzata, ed è diventata il paradiso dei trafficanti e dei terroristi. In pratica, oggi la Mauritania è ciò che era l’Afghanistan prima dell’11 settembre, avvertono gli analisti AEI. La profezia, anche qui, è quasi esplicita.

3. Algeria
Il più grande Paese africano, abitata da più di 30 milioni di persone, l’Algeria vive ancora le conseguenze di decenni di dittatura militare e della guerra civile. Oggi, il Sud del Paese è un autentico hub per Al Qaeda. Per gli analisti di AEI, l’uomo forte, il presidente Bouteflika, tiene l’ordine con mano di ferro. Ma è vecchio e malato, e «sparirà probabilmente entro al fine dei quattro anni prossimi». Così, quegli stessi islamisti espulsi un ventennio fa aspettano di prendere il potere. Al Qaeda, in particolare, può contare sugli arsenali di Gheddafi per addentrarsi nel Maghreb islamico. E per l’Algeria, stabile fornitore energetico, potrebbe prospettarsi una fine simile alla Libia: Paesi accomunati, oltre che dall’instabilità (geo)politica, anche dalla vicinanza alla sponda Sud dell’Europa.

4. Etiopia
E' uno dei Paesi più antichi del mondo, ma ad oggi uno dei più fragili. Perché nell’enorme Etiopia vi è una leadership autoritaria e repressiva che ha fatto crescere la povertà e la corruzione. E poi c’è il settarismo etnico, con gli Oromo intolleranti al potere tigrino. Senza contare – ma il «dettaglio» non è riportato dall’AEI – che nel Paese africano è arrivata la Cina, che ha inaugurato il primo treno elettrico internazionale sulla linea Addis Abeba-Gibuti. Con il beneplacito del capo dell’opposizione Oromo, l’astro nascente Merera Gudina, che proprio per questo, secondo alcuni, gode di una borsa di studio del National Endowment for Democracy e va e viene da Washington.

5. Nigeria
E’ il Paese in cui Boko Haram, nel 2014, rapì centinaia di studentesse per convertirle all’Islam e darle in sposa ai miliziani. Ma il jihadismo non è l’unico problema del Paese: c’è anche la corruzione, a causa della quale, secondo alcune stime, la Nigeria avrebbe perso 400 miliardi di dollari dal 1960. Per non parlare, poi, della pirateria nel Golfo di Guinea, e delle divisioni settarie che dividono musulmani e cristiani e che potrebbero trasformarsi presto in una guerra civile.

6. Turchia
Che cosa accadrebbe se il grande alleato Nato in Medio Oriente collassasse, si chiede l’AEI? Dopo il colpo di Stato di luglio, la deriva autoritaria del governo di Tayyp Recep Erdogan si è fatta più evidente, con la purga di 100mila persone fra militari e dipendenti pubblici. A complicare la situazione, secondo l’AEI, c’è Dogu Perinçek, ex maoista diventato ultra-nazionalista, che, si dice, dietro le quinte è il vero ministro della Difesa. In agosto, Erdogan ha assunto Adnan Tanriveri, un ex membro delle forze speciali vicino a Perinçek. Intrighi di palazzo a parte, Erdogan è ormai debole, ma se fosse rovesciato o ucciso seguirebbe necessariamente un vero e proprio caos politico. Particolarmente grave dato che la Turchia è un Paese NATO.

7. Russia
E poi c’è il grande nemico degli Usa, la Russia. Secondo l’AEI, retta da un «uomo forte» che ha dato una falsa impressione di stabilità. Ma quando morirà, scrive il think tank americano, il suo popolo dovrà pagare il prezzo della corruzione e di decenni di cattiva amministrazione. Oltretutto, il Paese subirà le conseguenze di una crisi demografica, con la popolazione musulmana in aumento e l’etnia russa in diminuzione, e il radicalismo islamico in crescita in Cecenia e Daghestan, oltre che fra i Tartari. L’AEI, insomma, sventola lo spauracchio di un possibile conflitto settario anche in Russia, davanti al quale si chiede se l’esercito sarà efficace nel contrastarlo.

8. Arabia Saudita
Quindi c’è il grande amico degli Usa, che attualmente affronta quello che l’AEI definisce una «tempesta perfetta». Perché l’amministrazione Obama ha dato potere e risorse all’Iran; il prezzo del petrolio è precipitato; Riad è impegnata in una controversa e infinita guerra contro lo Yemen; il re è affetto da Alzheimer: tutti elementi che potrebbero causare una crisi senza precedenti.

9. Giordania
Altro alleato fidatissimo degli Usa è la Giordania, che però oggi vive una crisi strisciante a causa dei contraccolpi della guerra in Siria, di cui ha assorbito circa un terzo dei rifugiati. Oltretutto, la casa reale non gode di grande consenso in patria (mentre è ammirata all’estero), cosa che ha creato un terreno fertile per la proliferazione del jihadismo dell’Isis. E la Giordania potrebbe costituire un rifugio per lo Stato islamico, qualora fosse sconfitto in Iraq e in Siria.

10. Cina
E infine c’è la Cina, altre grande nemico degli Usa. Che, nonostante il boom economico, soffre di vari mali: lo sviluppo ineguale tra le coste e l’interno rurale, poverissimo, oltre a decenni di politica del figlio unico. Secondo l’AEI, la prossima amministrazione Usa dovrà preoccuparsi non tanto dell’ascesa della Cina, quanto del suo declino. Soprattutto se, scrivono, la Cina finirà per reagire con la forza militare come fa la Russia.