12 dicembre 2019
Aggiornato 14:00

Dopo il TTIP e il Ceta, il TiSA: l'ennesimo accordo top secret che mette a rischio la democrazia

Non c'è due senza tre. Dopo il TTIP e il Ceta, è in discussione l'ennesimo accordo che attenta alla democrazia, sottraendo sovranità agli Stati e mettendo a rischio la sicurezza ambientale

BRUXELLES - Che la governance globale, politica ed economica, operi il più delle volte tenendo all'oscuro i cittadini riguardo a temi di vitale interesse pubblico, non è una novità. Lo abbiamo visto con i negoziati sul TTIP, ad oggi arenati ma condotti per anni in segrete stanze; lo abbiamo visto con il CETA, l'accordo commerciale con il Canada, fratello minore del TTIP, stretto nella totale indifferenza dei media e nell'inconsapevolezza dell'opinione pubblica. Oggi lo vediamo con il TiSA, l'«Accordo sugli scambi di servizi», l'ultima trovata nel campo di quei trattati di partnerariato economico e commerciale che oggi vanno tanto di moda. 

Un accordo che riguarderà il 70% del commercio mondiale di servizi
Di cosa stiamo parlando? Sul sito della Commissione europea, il TiSa viene definito un «accordo commerciale che viene attualmente negoziato tra 23 membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), tra cui l’UE». Non una piccolezza, visto che insieme, questi Paesi, costituiscono il 70% del commercio mondiale di servizi. Esso dovrebbe «favorire l’apertura dei mercati e migliorare le norme in settori quali la concessione delle licenze, i servizi finanziari, le telecomunicazioni, il commercio elettronico, il trasporto marittimo e il trasferimento temporaneo di lavoratori all’estero ai fini della prestazione dei servizi». Il sito si premura di aggiungere che, «come tutti gli altri negoziati commerciali, i colloqui relativi al TiSA non si svolgono in pubblico e i documenti sono accessibili solo ai partecipanti».

Riservatezza assoluta
In pratica, a noi comuni mortali non è dato sapere nel dettaglio che cosa i potenti negoziatori stanno orchestrando in gran segreto dal 2013, anno di inizio dei negoziati, e quale impatto tutto ciò potrà avere sull'economia, sul mercato, sulla società e sull'ambiente. Come si dice, salvo qualche vaga formula ufficiale che di certo non esaurisce tutte le implicazioni dell'accordo, lo scopriremo solo vivendo. Ma a darci un piccolo assaggio di quello che potrebbe accadere ci ha pensato Greenpeace, già responsabile, qualche mese fa, della pubblicazione di alcuni documenti riservati sul TTIP che ne avevano fatto emergere tutte le criticità.

Lo «spoiler» di Greenpeace
Anche questa volta, l'organizzazione - attraverso la sua filiale olandese - ha squarciato il velo di mistero che aleggiava su Ginevra, dove in questi giorni è in corso il ventesimo round del negoziato, e ha reso pubblici alcuni documenti riguardanti il capitolo energia. Documenti che sono solo un assaggio di quello che si potrebbe scoprire scavando un po' più a fondo. Secondo l’organizzazione, che ha avuto modo di esaminare il dossier, l’accordo preluderebbe a una clamorosa retromarcia rispetto ai (già modesti) impegni presi a livello mondiale su temi ambientalisti ed energetici. In particolare, in discussione ci sarebbero alcune misure fortemente contraddittorie rispetto a quanto previsto dal recente accordo sul clima siglato a Parigi (e che l’Ue non ha ancora ratificato). Tutto a vantaggio, ad esempio, dell’uso delle energie fossili.

Il «ratchet»
Sono due, in particolare, le clausole che impensieriscono Greenpeace. La prima introdurrebbe il cosiddetto «ratchet», una sorta di divieto a reintrodurre barriere commerciali, facendo sì che servizi vitali come l’energia, l’acqua potabile e l’istruzione, se liberalizzati, non potranno più essere ri-nazionalizzati. Ovviamente, checché ne dicano gli elettori. Una vera e propria perdita di sovranità dei singoli Stati su temi di interesse primario per i propri cittadini.

Lo «standstill»
La seconda riguarda invece lo «standstill», che renderà praticamente impossibile regolamentare il settore privato proprio nella delicatissima fase che stiamo vivendo di lenta transazione energetica. Tale norma, in parole povere, impedisce di «retrocedere» dal livello di liberalizzazione raggiunto di volta in volta, pena un ricorso ai tribunali.

Aziende supervisori di se stesse
Non solo: altro punto controverso è lo strapotere concentrato nelle mani delle aziende private, che di fatto avranno la possibilità di autoregolamentarsi. Perché verrebbero coinvolte nella stesura dei nuovi regolamenti commerciali che le riguardano, limitando quindi la supervisione dei governi e con contraccolpi sul gioco democratico. Inoltre, «nessuna distinzione potrà essere fatta tra fonti energetiche meno impattanti e combustibili fossili più nocivi, rendendo impossibile una graduale eliminazione di quelle più dannose come il carbone, il petrolio estratto da sabbie bituminose e lo shale gas».

Paradosso
E’ sotto gli occhi di tutti quali implicazioni potrebbe avere il fatto che le stesse aziende di combustibili fossili siano coinvolte nella redazione delle policy ambientali. Sarebbe un po’ come chiedere – fanno notare da Greenpeace – all’industria del tabacco di scrivere norme sulla salute. Il tutto, praticamente legando le mani ai governi nazionali, che non potranno in alcun modo intervenire per difendere gli interessi dei cittadini.

L'interesse dei grandi
Come si vede, il TiSA è l’ennesimo accordo che punta ad erodere qualsiasi regolamentazione che, tutelando gli interessi dei «piccoli», diventi ostacolo a quelli dei «big»: multinazionali, grandi imprese, investitori privati in primis. Senza considerare i cinesi, sarebbero più di 2 miliardi i cittadini potenzialmente toccati dalle conseguenze di tale negoziato, naturalmente ad oggi tenuti rigorosamente all’oscuro. In sottofondo, si sente ripetere soltanto il grande mantra che è anche la menzogna costitutiva su cui si regge l’Ue (e non solo): «aprire», «liberalizzare», significa promuovere la crescita e l’occupazione.  E lo si deve fare ad ogni costo, anche a quello di sacrificare la democrazia.