9 dicembre 2019
Aggiornato 21:30

TTIP, ecco perché ce la siamo scampata (per ora)

E' (quasi) ufficiale: il trattato di libero scambio Usa-Ue non s'ha da fare. Ecco perché i negoziati dell'accordo che avrebbe scombussolato il mercato europeo sono di fatto (e per ora) falliti

BERLINO - Sarebbe dovuto essere il «fiore all'occhiello» dell'amministrazione Obama, insieme all'accordo sul programma nucleare stretto con l'Iran. E invece, il TTIP, il trattato di libero scambio Usa-Ue, non s'ha ufficialmente da fare. La conferma arriva direttamente dal vice cancelliere e ministro dell'Economia tedesco, Sigmar Gabriel che, in un'intervista alla rete televisiva pubblica Zdf, ha rilevato che «i colloqui con gli Stati Uniti sono di fatto falliti perché noi europei, naturalmente, non dobbiamo soccombere alle richieste americane: nulla si sta muovendo in avanti».

Un fallimento che si respirava da tempo
Intendiamoci: non che fosse una gran novità. Perché l'intento di creare un grande mercato di libero scambio tra Usa e Ue era più che altro di Washington, che non a caso voleva imporre norme e condizioni decisamente svantaggiose per l'Europa. Tanto che, ormai da tempo, nelle cancellerie europee si respirava un certo malumore sul tema, nonostante le trattative, ufficialmente, stessero proseguendo. Così, anche quando i negoziati sono ripresi a metà luglio, con il disperato obiettivo di chiudere entro la fine dell'amministrazione Obama, l'impressione era che quell'obiettivo difficilmente sarebbe stato raggiunto. Anche perché la Brexit ha impresso una battuta d'arresto nel dialogo transatlantico, visto che Londra è sempre stata la principale spalla di Washington nelle trattative.

Nodi ancora aperti
Tanti, troppi nodi erano ancora aperti, e pensare di scioglierli entro settembre, grazie a una serie di incontri a livello politico tra la commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem e il rappresentante americano Michael Froman, era utopia. Non solo le date di inizio per i singoli mercati, ma anche la partecipazione agli appalti pubblici, con i tanti paletti imposti dagli Usa, nonché il riconoscimento delle indicazioni geografiche su cui le posizioni restavano ancora molto distanti. E ancora, la questione della protezione degli investimenti, su cui l'Ue aveva presentato una proposta per la creazione di un tribunale arbitrale per risolvere le dispute, mentre gli americani preferivano un collegio nominato di volta in volta. Senza contare l'energia, tema su cui l'Ue chiedeva un capitolo a parte per poter aver accesso alle risorse energetiche, considerate «sicurezza nazionale» e quindi fuori dalla portata di società non-Usa.

I dubbi dell'Europa
Ma anche dal punto di vista prettamente politico il TTIP non aveva molte speranze di essere concluso. Lo si era capito a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati di luglio, quando dalla Francia è giunto lo stop: «Non esiste assolutamente alcuna possibilità che si arrivi a un accordo entro la fine dell'amministrazione Obama. Penso che ormai lo sappiano tutti, anche quelli che sostengono il contrario», ha dichiarato il vice ministro francese per il Commercio estero, Matthias Fekl. A giocare a sfavore del trattato sono state anche le tempistiche: nessun leader europeo sulla soglia delle elezioni (vedi Francois Hollande e Angela Merkel) si sarebbero sbilanciati per un accordo in cui nessuno credeva e sul quale l’opinione pubblica ha da sempre nutrito non poche perplessità.

L'indecisione dei due candidati Usa
Ma i dubbi non sussistevano soltanto sul fronte europeo. Gli stessi candidati alle presidenziali americani si sono mostrati decisamente freddi sull’argomento. Il TTIP è tradizionalmente osteggiato da Donald Trump, ma anche Hillary Clinton, che inizialmente lo sosteneva in linea con l’amministrazione Obama, ha cominciato a manifestare dubbi e preoccupazioni proprio in vista dell’appuntamento elettorale: perché il trattato, pure negli Stati Uniti, è tutto fuorché popolare. Buona parte dell’opinione pubblica americana, infatti, lo vede come l’ennesima minaccia alla working class già di per sé impoverita. E non a caso, tale argomentazione è stata una dei cavalli di battaglia di Donald Trump, ma ha finito per entrare nei discorsi della stessa Clinton, timorosa di alienarsi definitivamente l’appoggio dei democratici sostenitori di Bernie Sanders. A tutto ciò, si aggiunga che Barack Obama – l’unico, in questo quadro, a volere fortemente l’accordo – è ormai a fine mandato, e ha un Congresso ostile.

Ce la siamo scampata
Un epilogo, insomma, tutto sommato prevedibile. Ne era già consapevole all’inizio dell’estate il ministro italiano dello sviluppo economico Carlo Calenda: «Il TTIP – aveva preannunciato – secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione», aggiungendo che «sarà una sconfitta per tutti». Una valutazione, quest’ultima, tutt’altro che ampiamente condivisa: anzi, verrebbe da dire, ce la siamo scampata.