24 agosto 2019
Aggiornato 07:00
21 ragazzi hanno portato il Presidente in tribunale

Obama e la lotta ai cambiamenti climatici, una presa in giro che gli costerà cara

Our Children's Trust ha portato in causa Obama per non aver fatto abbastanza per la lotta ai cambiamenti climatici. Che avranno, purtroppo, conseguenze geopolitiche sempre più gravi

NEW YORK - Doveva essere la presidenza ambientalista del secolo, il cambio di marcia che avrebbe trascinato il mondo in un futuro sostenibile. Lotta ai cambiamenti climatici, lotta all’inquinamento degli oceani, lotta al sovrasfruttamento delle risorse naturali. Finalmente, nel lontano 2008, gli Usa prendevano in mano il mondo e lo portavano dentro uno sviluppo rispettoso dell’ambiente. Era o non era il neopresidente Obama un amico dell’ambiente, che aveva centrato la sua proposta politica anche sulle questioni ecologiche, che il suo predecessore aveva ignorato? George Bush, amico dei petrolieri, anzi petroliere egli stesso, disinteressato alle questioni ambientali sarebbe stato cancellato, e con lui la sua politica regressista, antistorica e antiscientifica. «Yes we can», sì noi possiamo: era lo slogan del possibile che diventava realtà, e non pochi erano gli analisti entusiasti che, con spericolato coraggio, osavano chiamare in causa il lemma «rivoluzione».

21 ragazzi fanno causa al Presidente
In questi giorni, in Oregon, è iniziata l'udienza preliminare per quello che è stato definito «il caso più grande del pianeta», che vede nel mirino il presidente degli Stati Uniti dopo che un gruppo di ventuno ragazzi gli ha fatto causa perché avrebbe fallito nel garantire loro un futuro non minacciato dai cambiamenti climatici. Dietro i ragazzi, essendo minorenni, c'è Our Children's Trust, associazione che dà voce ai giovani per assicurare loro il diritto a condizioni ambientali stabili e salutari, anche per il bene delle generazioni future.

Cambiamento climatico sempre più estremo
Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti, nonché gli effetti che producono sull’equilibrio ecosistemico globale. Le serie che misurano la temperature medie della terra registrano successivi record negli ultimi cinque anni. Quella del 2016 è stata l’estate più calda da quando si fanno tali misurazioni. Il fenomeno, ormai accettato dalla comunità scientifica, potrebbe intensificarsi nel prossimi anni e giungere a un incremento medio di quattro gradi centigradi entro il 2100. Nel caso migliore l’aumento sarebbe di due gradi centigradi, in quello peggiore ben 5,8.

Quali scenari geopolitici?
Gli scenari geopolitici che connotano queste variazioni sono ambigui. Con ogni probabilità ingenereranno ulteriori migrazioni di massa verso l’Europa e il nord America. Molto discussa dalla comunità scientifica è invece la teoria secondo cui lo scioglimento dei poli dovrebbe far aumentare il livello dei mari, o alterare la corrente del golfo. I modelli matematici con cui si analizzano tali fenomeni complessi non permettono di fare previsioni scientificamente concrete. In linea teorica, i mari potrebbero aumentare di 88 centimetri entro il 2100 e originare così circa 70 milioni di profughi.

La vita minacciata: basta con i combustibili fossili
In ogni caso, la questione dell’inattività statunitense sul tema rimane. A meno che non si vogliano valutare come azioni concrete le numerose conferenze dove si sono firmati inutili protocolli: rari esempi di sperpero di risorse naturali, in particolare fossili, testimoniano la comune volontà di non fare nulla. E sperare che si giunga ad una convivenza con tale cambiamento, ormai ineluttabile. Come ha fatto il presidente Obama, nei suoi otto anni. La Cnn, nel raccontare la prima udienza, ha spiegato che i ragazzi sostengono che il loro diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà è continuamente messo a rischio da tempeste sempre più forti, siccità e innalzamento del livello dei mari. Il loro appello sia al Presidente che alle varie agenzie governative è quello di eliminare totalmente i combustibili fossili, la vera minaccia al pianeta. Una richiesta che suona un po’ najf, viste le guerre che gli Usa combattono in tutto il mondo per mettere le mani sull’ultima goccia di petrolio disponibile.

Lavoro e ambiente, un rapporto difficile
I ventuno ragazzi, in una memoria scritta, hanno riconosciuto Obama il merito di aver affrontato l'argomento cambiamenti climatici. Ma, come sostengono gli scienziati, non è abbastanza. Dopo aver ascolto le argomentazioni, il giudice si riserverà sessanta giorni di tempo per decidere se ci sarà un processo. Una storia piccola e ingenua quella che giunge dagli Usa. Perché, purtroppo, non ha futuro per ovvie ragioni, ma pone molte domande sulla presidenza Obama che sta per concludersi. Al di là dell’operato del primo Presidente nero della storia statunitense, ci si chiede quale reale potere abbia l’uomo più potente del mondo di fronte a dinamiche economiche sovrastrutturali. In generale appare pura retorica «la tutela dell’ambiente» che ogni candidato presidenziale democratico mette solitamente al centro del programma elettorale per attrarre voti liberal. Voti che poi dimenticherà il giorno dopo essere stato eletto, come da consolidata tradizione. Posti di lavoro e ambiente, semplicemente, si escludono a vicenda. Tecnologie sostenibili, economia immateriale della conoscenza, energie alternative, duole ammetterlo, creano lavoro di nicchia, ma non di massa, almeno per ora. In un mondo centrato sulla filosofia del consumo hic et nunc, parlare di lotta ai cambiamenti climatici, come dimostrato dai fatti, è pura retorica.