5 agosto 2020
Aggiornato 10:30
Troppe divisioni

Bratislava, un vertice che certificherà la crisi esistenziale dell'UE

I 27 si presentano a Bratislava più divisi e turbati che mai. Non c'è unità sul futuro dell'Europa dopo la Brexit. Anzi: gli Stati dell'Est si preparano a sferrare un duro colpo al 'metodo comunitario'

La cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande e il premier Matteo Renzi.
La cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande e il premier Matteo Renzi. Shutterstock

BRATISLAVA - In una giornata, per l'Ue, di grandi dubbi e incertezze, l'unica cosa certa è che il vertice di Bratislava - il primo a 27 dopo il divorzio inglese - non sarà uno dei «soliti» vertici. Lo si era capito già al momento della convocazione, quando il trauma della Brexit era ancora fresco e i leader europei si proponevano di raccogliere la sfida e guardare oltre, all'insegna di una quanto mai utopica unità. In realtà la Brexit in sé, in questo «incontro informale a 27», c'entra poco. Certo, resta vivida in sottofondo: ma non si può dire che sarà l'argomento più pressante del dibattito. Che invece dovrà riguardare più in generale quella crisi di identità (o, per usare le parole di Juncker, «esistenziale») che il Vecchio Continente sta vivendo ormai da tanto, troppo tempo. Da ben prima che la Gran Bretagna decidesse di uscire sbattendo la porta.

I ribelli di Visegrad
E il fatto che il vertice si tenga proprio a Bratislava, capitale della Slovacchia, è già di per sé un «presagio» di quanto ostico potrà essere l'incontro a 27. Perché la Slovacchia, insieme all'Ungheria, alla Polonia e alla Repubblica Ceca, fa parte di quel blocco di Paesi - cosiddetto «Visegrad» - che è poi lo zoccolo duro dell'euroscetticismo nel cuore dell'Ue. Soprattutto quando si parla di immigrazione, tema sul quale i Paesi dell'Europa orientale e centrale si sono fin da subito opposti alla linea dell'accoglienza sostenuta da Angela Merkel. Non a caso, l'Ungheria di Viktor Orban si prepara a un referendum (il prossimo 2 ottobre) sulla proposta europea di accogliere migranti per quote obbligatorie, e il padrone di casa Robert Fico ha fatto sapere non solo che anche il suo Paese è contrario alle quote, ma che addirittura Bratislava non accetterà nemmeno un solo immigrato musulmano. Il tutto, mentre il ministro degli Esteri lussemburghese invocava la sospensione dell'Ungheria dall'Ue per la massiccia violazione dei «valori europei» palesata nelle sue politiche sui migranti.

Le ricette di Juncker
In questo quadro, è evidente come le iniziative che il presidente della Commissione europea Juncker ha in agenda per questo vertice stridano fortemente con tutto il contorno. Si tratta di ricette che il lussemburghese vorrebbe mettere in campo per rilanciare l'Ue: dal raddoppio del Fondo per gli investimenti, al nuovo Fondo per gli investimenti strutturali «esterni» nei Paesi d'origine e di transito dei migranti (secondo la proposta italiana dei «migration compact»), fino alle proposte di trasformare l'Alto rappresentante Pesc in un vero e proprio «ministro degli Esteri» dell'Ue, e di far partire una cooperazione strutturata permanente nel campo della Difesa fa i paesi che ci stanno (una sorta di «Schengen della difesa».

La prudenza di Tusk
Quanto al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare invece più cauto nell'invitare i leader dei Ventisette a una riflessione brutale e realistica della situazione attuale. Tusk è ben consapevole che il nodo di questo vertice sarà, su tutti, uno: il fatto, cioè, che molti governi, non vogliano «più Europa», ma remano nell'esatta direzione contraria, spingendo a che l'iniziativa torni nelle Capitali, riducendo sensibilmente i poteri della Commissione

Immigrazione
E un brutto colpo al metodo comunitario – fortemente sostenuto da Juncker – potrebbe giungere proprio dal gruppo Visegrad, che, secondo alcune fonti, vorrebbe chiedere una revisione dei trattati proprio nella direzione di ridurre l’influenza della Commissione a favore della discrezionalità dei singoli Stati. Ma non è solo il blocco dell’Est a preoccupare: le divisioni riguardano tutti i punti cardinali. Sull'immigrazione l'Italia è schierata con la Commissione e con la Germania, mentre la Francia è più ambigua.

Economia
Sull’economia, il blocco del Sud (di recente riunitosi ad Atene) non vede di buon occhio la dottrina dell’austerity imposta dalla Cancelliera e ben accolta dagli Stati nordici. Juncker sta nel mezzo: nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Ue, ha parlato di una «flessibilità intelligente per non ostacolare o bloccare la crescita»: certo, nulla di vagamente vicino a ciò di cui avremmo veramente bisogno per crescere. Da parte sua, Berlino rimane cieca davanti a tutte queste istanze, e fatica ad ammettere che le politiche da lei imposte sono in gran parte responsabili tanto della delegittimazione delle istituzioni europee agli occhi dei cittadini, quanto dell'ascesa dei movimenti populisti, che ora anche in Germania minacciano la poltrona di Angela Merkel.

Certificazione della crisi
Così, l’agenda che pare mettere d’accordo Merkel, Renzi e Hollande, e che riguarda «sicurezza, interna e esterna», «collaborazione nella lotta al terrorismo» e «nel campo della difesa», nonché «crescita e posti di lavoro», suona inutilmente retorica. Nessun grande progresso è atteso da questo vertice: semmai, ci sarà l’ennesima certificazione della crisi. Una crisi drammatica, che mai come oggi sembra una strada senza uscita.