26 giugno 2019
Aggiornato 22:00
38 miliardi da spendere in armi americane

Dagli Usa a Israele il più ricco pacchetto di aiuti militari di sempre. Così Obama ricuce con l'alleato

Gli Usa hanno annunciato un pacchetto di aiuti militari a Israele da 38 miliardi di dollari, il più ricco mai siglato con un Paese straniero. Che giunge in un periodo di relazioni non idilliache

Il presidente americano Barack Obama.
Il presidente americano Barack Obama. ( Shutterstock )

TEL AVIV - La presidenza di Barack Obama è quasi conclusa, ma l'attuale Presidente non ha voluto farla chiudere mancando un obiettivo per lui primario in politica estera: migliorare le relazioni (ultimamente deterioratesi) con l'alleato di sempre Israele. Così, gli Stati Uniti hanno promulgato un pacchetto di aiuti militari multimiliardario a favore di Tel Aviv, non soltanto il più ricco mai firmato con Israele, ma addirittura in generale con qualsiasi altro Stato straniero.

Un valore da capogiro
Dopo 10 mesi di negoziati ad alta tensione, il Dipartimento di Stato ha annunciato la buona riuscita dell'intesa, il cui valore dovrebbe ammontare a 3,8 miliardi all'anno, di qui fino al 2028. Obama ha quindi deciso non solo di aumentare il pacchetto da 30 miliardi che sarebbe durato fino al 2019 concordato nel 2007 sotto l'amministrazione Bush, ma anche di prolungarlo nel tempo.

I nodi dell'accordo
Non che i negoziati siano stati semplici: anche Israele ha dovuto cedere su alcuni punti, ad esempio sulla cifra. Che pare spropositata, ma che per Tel Aviv - che aveva richiesto 4,5 miliardi all'anno - pareva non sufficientemente generosa. Israele ha anche dovuto accettare di spendere l'intera somma a favore dell'industria bellica americana, e mai internamente. Un colpaccio, insomma, per la lobby degli armamenti americana. Questo, in particolare, sembra aver costituito il nodo più difficile da districare. Il pacchetto comprenderà per la prima volta su base annuale fondi per programmi di difesa missilistica. Precedentemente, questi fondi erano stati concessi dal Congresso separatamente. 

Un accordo storico?
Qualche analista ha sottolineato come questo pacchetto non costituisca una svolta storica come si potrebbe pensare, perché gli Stati Uniti non si sono mai risparmiati in aiuti di questo genere nei confronti del loro alleato. Basti pensare che nel 2015 il Congresso concesse fondi per programmi di difesa missilistica per un valore di 620 milioni di dollari. Ma il momento storico in cui questo accordo è infine stato sancito aiuta a comprendere il suo valore. Un valore non soltanto economico.

Tra Obama e Netanyhau un rapporto difficile
Il rapporto tra Barack Obama e Benjamin Netanyhau, infatti, è stato tutt’altro che rose e fiori. E il motivo non è stata tanto la tenace politica di resettlement perseguita da Israele nei territori palestinesi, rispetto alla quale l’amministrazione Usa ha tentato di barcamenarsi tra l'inevitabile condanna di azioni militari sproporzionate e il tradizionale sostegno per l’alleato e la sua sicurezza. Sì, qualche gaffe di troppo c’è stata: come un fuorionda del segretario di Stato John Kerry, che commentava le azioni militari di Israele con l’eloquente espressione «altro che operazioni di precisione». Ma Netanyhau sapeva molto bene che la «speciali relazioni» con Washington non si sarebbero potute raffreddare per simili «piccolezze», visto che poggiano innanzitutto su reciproci interessi economici, strategici e sull'influenza di potentissime lobby.

L'accordo con l'Iran
Quello che avrebbe potuto mandare tutto all’aria sarebbe stato, piuttosto il venir meno di uno di questi pilastri appena citati: cosa che sarebbe potuta accadere dopo la firma dell’accordo sul programma nucleare con l’Iran, acerrimo nemico di Israele. Lì è scoppiata la crisi, che ha toccato il suo apice durante un infuocato discorso del Presidente israeliano tenuto nel marzo 2015 davanti al Congresso americano. Ma il pugno duro di Netanyhau non ha fatto cambiare idea a Obama, che ha sempre visto nell’accordo con l’Iran uno dei (pochi) successi del proprio mandato, e un’eredità a cui non sarebbe stato disposto a rinunciare. Così, la risposta dell'inquilino della Casa Bianca non si è fatta attendere: «Come presidente degli Stati Uniti, sarebbe una violazione del mio dovere costituzionale agire contro il mio miglior giudizio soltanto perché questo potrebbe causare temporaneamente frizioni con un caro amico e alleato». Faccenda chiusa?

Radici solide
Non proprio. Perché queste saranno state pure dichiarazioni chiare e ferme, ma che di certo non avrebbero potuto molto se non fossero state accompagnate da una plateale dimostrazione di fedeltà: come il pacchetto appena approvato. C’è chi crede che nemmeno questo gesto possa risolvere l’impasse, ma la verità è che le relazioni tra Washington e Tel Aviv sono tanto strategicamente fondate, che è difficile immaginare che la loro sostanza possa radicalmente cambiare. Relazioni che poggiano le proprie radici nelle logiche della Guerra fredda (di cui oggi stiamo vivendo un revival), che spinsero Truman a riconoscere Israele non solo per l’influenza degli ebrei americani, ma anche per impedire che il neonato stato finisse nell’orbita sovietica. Ma è con il 1968, quando negli Stati Uniti emersero forti movimenti in seguito definiti «neo-conservatori», che quel sostegno – ora anche ideologico – divenne incondizionato. Israele viene visto oggi da molti americani come l’avanguardia della propria missione messianica di esportazione della democrazia, opposta alla crescita del fondamentalismo islamico.

«Mondialismo israelo-americano»
Senza contare, ovviamente, l’enorme influenza che le lobby ebraiche possiedono nella vita politica ed economica americana. Un’influenza negata da alcuni, confermata ed enfatizzata da altri. Ad ogni modo, c’è chi sostiene che tra le due potenze sia esistito, innanzitutto, una straordinaria coincidenza di interessi, legati alla volontà di stabilire un nuovo ordine mondiale che si sarebbe concretizzato, di fatto, in un «mondialismo israelo-americano». Una strategia ben esposta dall’articolo scritto nel febbraio 1982 dal giornalista israeliano Oded Yion per il ministero degli Esteri di Tel Aviv, e pubblicato sulla rivista israeliana «Kivunim» con il titolo «La strategia d’Israele negli anni Ottanta del Novecento». Il piano prevedeva già nel 1982 la «dissoluzione della Siria, dell’Iraq e del Libano», nonché una «instabilità costruttiva» basata su tre pilastri: creare e gestire conflitti inter-etnici in medio oriente; favorire la frammentazione geopolitica del mondo arabo; favorire il settarismo salafita, wahabita, qaidista, jihaidista e della ‘Fratellanza Musulmana’. A leggere queste parole, comunque la si pensi, è difficile non vedere una consonanza con la strategia americana variamente perseguita negli ultimi anni nelle terre mediorientali.