11 dicembre 2019
Aggiornato 10:30

Per Obama un epilogo «col botto». Che è solo la «ciliegina» di 8 anni di fallimenti

Altro che Superpotenza. L'allora promettente primo Presidente nero ha fallito su tutta la linea. E gli spaventosi segnali di cedimento che l'attuale ordine mondiale sta dando ne sono la prova.

WASHINGTON - La Superpotenza scricchiola. Se l'ordine mondiale a cui siamo abituati sta dando da ogni parte spaventosi segnali di cedimento, proprio al centro dello tsunami si ritrova l'America, e l'attuale, seppur uscente, inquilino della Casa Bianca. Barack Obama - possiamo facilmente immaginare - non si sarebbe di certo aspettato di concludere la sua «illuminata» presidenza inviluppato in un simile «parapiglia». E invece, è esattamente quello che sta accadendo. Giusto in tempo per rovinare ancora un po' il curriculum del Presidente che aveva promesso di cambiare l'America e, con lei, il mondo intero, al grido di «Yes we can».

Questione razziale e armi
Un curriculum che - ormai possiamo dirlo - trabocca di fallimenti e tentativi andati storti. Partiamo dal proemio, per così dire, e dalla promessa implicita nel colore «abbronzato» - come ebbe a dire in una nota gaffe l'ex premier Berlusconi - della pelle di Barack e famiglia. Una caratteristica che pareva il preludio di una nuova era per gli Stati Uniti, con il definitivo superamento di una mai veramente sopita questione razziale. E invece, non solo tale questione non si è affatto sopita in questi 8 anni, ma addirittura si è notevolmente aggravata, con un culmine proprio negli ultimi mesi, a giudicare da Dallas e Baton Rouge. Il Presidente ha fallito su tutta la linea anche nel suo proposito di mettere un freno all’imponente circolazione delle armi: e invece, dopo ogni strage, abbiamo assistito alle lacrime di Obama, accompagnate dal solito ritornello, la promessa di una nuova legge. Che ovviamente – nonostante il sincero (bisogna dirlo) impegno del Presidente – non è mai arrivata.

Il golpe, e le provocazioni del sultano
Saltiamo poi all’epilogo, il recentissimo golpe turco. Proprio in queste ore, stiamo assistendo alla temerarietà con cui il grande alleato ottomano sta letteralmente sfidando la Superpotenza davanti agli occhi attoniti del mondo: con incredibili epurazioni, purghe esattamente in linea con l’atteggiamento che il sultano Erdogan ha sempre avuto nei confronti dei diritti umani (quegli sconosciuti), e in più facendo la voce grossa nel chiedere l’estradizione dell’imam Gulen, accusato da Ankara di essere l’ideatore del colpo di stato. Non solo: Erdogan ha addirittura sospeso l’attività di Incirlik, la più importante base Usa in un’area caldissima per il «conflitto» con Mosca, con tanto di 80 testate atomiche e 3 mila membri del personale americano. In cambio, Washington ha dato solo risposte timide e balbuzienti,  si è espressa a favore del governo democraticamente eletto, e ha finito per fornire un assist al sultano piuttosto che rischiare il salto nel vuoto. Anche perché la Turchia di Erdogan rimane pur sempre un partner fondamentale che vanta, peraltro, il secondo esercito della Nato: non sia mai che il suscettibile sultano finisca per scivolare pericolosamente verso il fronte russo. Dov’è finita, verrebbe da dire, la Superpotenza?

La Brexit, e il TTIP
Senza contare la Brexit, prospettiva fin da subito temuta da Obama, al punto da dedicarle un viaggio a Londra con esplicito endorsement pro-Ue. E invece, con il divorzio del Regno Unito, l’Europa – mercato e partner cruciale per Washington – esibisce ogni giorno di più preoccupanti segnali di cedimento, anche perché cresce a vista d’occhio la probabilità che ora, di -exit, ce ne saranno tante altre. Un colpo non indifferente per gli Usa, abituati a trattare più facilmente con il blocco intero invece che con i singoli Stati, superandone in un batter d'occhio eventuali resistenze. Un colpo non indifferente a maggior ragione ora che Washington era pronta ad imporre le proprie regole al mercato europeo grazie al TTIP, rispetto al quale il Regno Unito era il principale punto di riferimento. Peccato che lo stesso Trattato di partnernariato transatlantico – che sarebbe stato il «fiore all’occhiello» dell’amministrazione Obama – sembri decisamente traballare, con la Francia risoluta a rimandare la questione a data da destinarsi.

Il terrorismo e l’Isis
E poi c’è la guerra al terrorismo, sia quella iniziata dai predecessori ed ereditata da Obama, sia quella ingaggiata (per modo di dire) dallo stesso Presidente. In effetti, in Afghanistan la promessa elettorale di ritirare del tutto i soldati entro il 2014 è stata disattesa più e più volte, annunciando future riduzioni poi matematicamente slittate di anno in anno. Non solo: pare che il nuovo orientamento della Nato sia quello di mantenere un numero di truppe ben superiori al previsto, oltre alle basi che sarebbero dovute passare da sei a due. Quanto all’Isis – «effetto collaterale» delle precedenti guerre al terrorismo –, i recenti arretramenti sul campo di Daesh non sono la dimostrazione che una cosa buona, Obama, l’ha fatta: al contrario. Perché, se non fosse stato per il clamoroso intervento russo in Siria, i droni americani starebbero ancora – per usare una citazione putiniana – «bombardando il deserto», e lo Stato islamico sarebbe lasciato impunemente a proliferare. E gli effetti dell’indecisione di Obama, di fatto, si sono sentiti anche in Europa, da Parigi a Nizza, passando, naturalmente, per Bruxelles.

Regime change e la Russia
Se a questo quadro si aggiungono gli «aiutini» alle primavere arabe, che, per rovesciare «orribili dittatori», hanno finito per favorire l’anarchia e l’estremismo, nonché una politica audacemente guerrafondaia con la Russia, che ha avuto il solo risultato di rompere l’equilibrio faticosamente conquistato dopo la Guerra fredda, si avrà un’idea più precisa delle gesta del Nobel per la Pace 2009. E si capirà perché i «fuochi d’artificio» che hanno illuminato gli ultimi cieli della presidenza obamiana non sono che il degno epilogo di otto anni costellati da maestosi fallimenti.