16 dicembre 2019
Aggiornato 13:30
Si parla di apertura, ma poi si rinnovano le sanzioni

Al Forum di San Pietroburgo va in scena l'Europa delle ambiguità. Tra timide aperture e sanzioni rinnovate

Il Forum Economico di San Pietroburgo ha mandato da entrambe le parti segnali di distensione. Segnali subito contraddetti, però, dall'annuncio del rinnovo delle sanzione Ue

SAN PIETROBURGO - Apertura e chiusura, ripresa dei rapporti economici e sanzioni. I messaggi che arrivano dal Forum Economico di San Pietroburgo, fin dalla vigilia di questo importante appuntamento, sembrano quasi ambigui, contrastanti. Un Forum che, nelle intenzioni del Cremlino, doveva celebrare una (ri)apertura di Mosca a Est e a Ovest, e segnare il ritorno degli investitori dopo due anni di sanzioni e aperta ostilità. In effetti, la Russia ha fin da subito nutrito la speranza che il meeting potesse segnare una nuova fase delle relazioni con l'Europa, magari suggellata dal ritorno di grandi multinazionali assenti dal Paese da due anni a questa parte e da un alleggerimento delle sanzioni. Ma non sta andando esattamente così. 

Da Putin segnali distensivi 
Segnali distensivi sono giunti innanzitutto dal presidente russo Vladimir Putin, nel suo discorso di inaugurazione. Putin ha infatti ricordato che l’Europa, «il nostro grande vicino», resta «il nostro partner commerciale chiave», con «un enorme potenziale». «Il nostro compito è trovare un punto di incontro» e interlocutori in un'era di «profondi cambiamenti», ha detto il Presidente. E, lanciando il progetto della Grande Unione Eurasiatica, all'origine delle tensioni con l'Occidente prima che la crisi ucraina degenerasse in conflitto, ha voluto puntualizzare che è «aperto all’Europa». Secondo Putin, il mercato europeo è pronto e vuole cooperare con la Russia. Di qui, l’appello: i politici dovrebbero prenderne coscienza e rivedere le proprie posizioni nella direzione della cooperazione.

Da Renzi promesse di contratti milionari
Ma i segnali distensivi non sono giunti solo da Putin. Parlando dell’Italia – Paese che per primo ha ingaggiato in sede europea una battaglia per riaprire la discussione sulle sanzioni alla Russia –, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha infatti annunciato la siglatura di accordi con la Russia per oltre un miliardo di euro. Accordi che sì, saranno rispettosi delle politiche dettate da Bruxelles, ma per Renzi l’obiettivo dell’Italia rimane quello di «costruire ponti». «L'Italia pensa che occorra il dialogo e non la chiusura, l'incontro e non la lontananza», ha aggiunto il premier. «E' importante che siano riaffermate le ragioni che ci uniscono, che sono più di quelle che ci dividono e che vanno sfruttate», ha aggiunto Renzi, sottolineando: «Io stesso ho scelto di iniziare la mia visita dall'Ermitage per ricordare che questo, quello della cultura, è un terreno che ci unisce».

La dibattuta presenza di Juncker
Segni di apertura sono giunti, però, addirittura dal «cuore» di Bruxelles. Perché la decisione del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker di partecipare al Forum costituisce un segnale politico fondamentale, oltre a rappresentare un non indifferente successo politico per Mosca. Non a caso, c’è chi ha parlato di parecchi malumori suscitati dalla partecipazione di Juncker: malumori derivanti dal timore che la presenza del numero uno della Commissione Ue potesse di fatto rafforzare la posizione di Putin proprio in concomitanza alla decisione europea sulle sanzioni. Tali perplessità non sarebbero giunte solo dagli Stati Uniti e dai membri Ue più intransigenti nei confronti della Russia, ma anche dallo stesso staff di Juncker. La cui portavoce, infatti, si è affrettata a puntualizzare che la partecipazione del suo superiore non corrisponde in alcun modo a un alleggerimento della posizione europea verso Mosca. Un’argomentazione che rischiava da subito di apparire politicamente debole, visto che, dal marzo 2015, quella di Juncker è la prima visita in Russia di un rappresentante delle istituzioni Ue.

L'annuncio del rinnovo delle sanzioni
Ed è forse per scongiurare il rischio che alla fine prevalesse il «messaggio distensivo» (di certo sgradito, c'è da scommetterci, a Washington) che proprio oggi il Consiglio europeo in un comunicato ufficiale ha annunciato il rinnovo per un altro anno delle sanzioni alla Russia, annuncio che era atteso per il 20 giugno. «Il Consiglio europeo (degli Stati membri) ha esteso fino al 23 giugno del 2017 le misure restrittive adottate in risposta all'annessione illegale della Crimea e di Sebastopoli da parte della Russia», si legge sul documento. Puntualmente giunto a controbilanciare i segnali concilianti altrimenti diffusi dal Forum.

Le divisioni europee sulla Russia
L’ambigua esegesi di questo Forum riflette, del resto, le divisioni e le incertezze europee in tema di rapporti con la Russia. Perché c’è un blocco non indifferente di Paesi Ue – soprattutto i più colpiti dalle conseguenze delle restrizioni imposte dall'Europa – che è favorevole a un alleggerimento delle sanzioni: Italia, Francia, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Cipro, Grecia e Spagna, sebbene Madrid non si sia ancora esposta. Di recente, è giunta un’apertura all’alleggerimento addirittura dalla Germania: parlando alla stampa estera, il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha considerato necessario affrontare la questione in modo «intelligente», ossia verificando la presenza di progressi sostanziali per provare a ridurre gradualmente le sanzioni. Anche il vicecancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel ha affermato che andrebbe rivesto il regime delle sanzioni. Gabriel e Steinmeier appartengono a un partito, l’SPD, da sempre molto vicino al mondo russo. Un segnale importante è giunto anche dalla Francia, dove di recente il Senato ha approvato una risoluzione, pur non vincolante, per mitigare le sanzioni.

L'opinione pubblica europea sta con la Russia
Senza contare l’opinione pubblica: un recente sondaggio del Pew Research Center ha mostrato come la maggioranza degli europei disapprovi le politiche di Bruxelles verso la Russia. Si va dal 69% dei greci, al 55% degli svedesi, al 52% dei francesi e degli italiani, fino al 50% dei tedeschi e al 42% degli inglesi. In media, il 51% degli europei non approva il rigore anti-russo dell’Ue, e il 48% ritiene più importante stringere relazioni economiche con la Russia piuttosto che mantenere la propria intransigenza verso Mosca.

Il pericolo «guerra fredda» rimane
Tale «ambiguità» si è riflettuta anche nelle parole dello stesso Putin: parole che sì, sono apparse concilianti e hanno fortemente incoraggiato un rafforzamento del dialogo con il vicino europeo, ma che hanno anche attestato tutti gli ostacoli ancora esistenti sulla strada della cooperazione. Sulle sanzioni, ad esempio, il capo del Cremlino ha fatto presente che «tutte le azioni della Russia sono reazioni, noi non portiamo rancore, ma non è una strada a senso unico». Dichiarazione cristallina che potrebbe fungere da risposta alla proposta giunta ieri dall’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, che suggeriva a Putin di fare il primo passo e togliere per primo le controsanzioni imposte da Mosca in risposta alla posizione europea. Per non parlare, poi, di quando il presidente russo ha evocato lo spettro della «guerra fredda»: «Non posso escludere che prima o poi si arrivi alla guerra fredda», ha detto, se «la Nato continua a fomentare» la logica della contrapposizione. Il capo del Cremlino ha sottolineato che l'Alleanza Atlantica «ha bisogno di un nemico esterno» e questo nemico sarebbe la Russia. «Non penso che nessuno lo voglia, noi certamente non lo vogliamo», ha specificato. Peccato che, a quanto pare, a volere lo scontro potrebbe essere proprio la Nato. E finché lo scenario sarà questo, nessun forum economico potrà mai mandare segnali univoci e convinti di cooperazione.