21 settembre 2020
Aggiornato 17:30
Ce la stiamo prendendo con il «nemico sbagliato»?

L'Occidente dopo Bruxelles, e la Russia che ci ricorda le nostre responsabilità

Le parole del ministro degli Esteri russo dopo Bruxelles sono certamente indigeste per l'Europa e l'Occidente, ma in qualche misura necessarie. Perché ci ricordano quanto sia pericoloso condurre certi «giochi geopolitici» e, soprattutto, etichettare la Russia come «il nemico», anziché fare fronte comune nella lotta al terrore

BRUXELLES - E poi c'è il mondo «dopo Bruxelles». Come dopo il Bataclan, dopo Charlie Hebdo, e, all'origine, dopo l'11 settembre. Un mondo che si interroga sull'origine di quell'odio che è giunto a colpire proprio il cuore dell'Europa o l'ombelico dell'Occidente, che spesso si fa prendere dalla paura e dalla psicosi, e studia le reazioni più decise per non mostrarsi debole di fronte alla tragedia. E' impossibile giustificare l'assurda violenza fondamentalista; cercare di comprenderla, però, è ormai necessario. Soprattutto, è necessario ripensare la strategia fino ad ora usata per contrastare il terrore: una strategia fatta di bombe, droni e improbabili avventure belliche, e di una scarsa collaborazione tra i Paesi europei a livello di intelligence, che invece dovrebbe essere la base della prevenzione, e quindi dell'antiterrorismo.

L'indigesta ma necessaria osservazione di Mosca
E poi c'è la Russia, che, in mezzo alle espressioni di cordoglio, rammenta all'Europa e all'Occidente intero le proprie «responsabilità», riportando a galla vecchi nodi irrisolti. Così, la portavoce del ministro degli Esteri russo Maria Zajarova ha ricordato che «I giochi geopolitici, le strategie per il cambiamento di governo e delle politiche dall'esterno, il supporto per i movimenti separatisti o estremisti hanno portato all'instabilità assoluta e all'insicurezza di fronte al terrorismo».Un'analisi certamente sgradevole e indigesta per un'Europa colpita al proprio cuore, ma in qualche misura una critica inevitabile. Il diplomatico russo si è rammaricato per il raffreddamento delle relazioni diplomatiche tra Mosca e la Nato, un raffreddamento che ha necessariamente e maldestramente «frenato la lotta contro il terrorismo».

Chi è il «nemico»?
Quello che Mosca, in pratica, non riesce a comprendere - come ben spiega Mauro De Bonis su Limes - è perché «la Nato e molti dei suoi membri più agguerriti preferiscano individuare ancora nel Cremlino il principale pericolo da cui difendersi e non le armate dell’islam più radicale che continuano a seminare morte e distruzione in tutto il Vecchio Continente, Russia compresa». E Mosca, peraltro, avrebbe una grande e preziosa esperienza nel campo della lotta al terrore: e una cooperazione intercontinentale potrebbe usufruire delle competenze del grande vicino e rafforzare la prevenzione di un fenomeno tanto capillare e pericoloso. 

Giocare con il fuoco
Ma il monito più amaro e più icastico è quello che riguarda i «giochi geopolitici»: che riguardano sia le assurde ritorsioni nei confronti di Mosca - il «nemico sbagliato» -, sia quell'assurda ossessione occidentale a «esportare la democrazia» laddove più conviene, di appoggiare i movimenti separatisti, alimentare le divisioni settarie, per poi ritrovarsi ad assistere all'esplosione della fiamma del fondamentalismo, che puntualmente giunge a colpire anche in casa nostra. Il riferimento velato è alla Siria, dove la coalizione guidata dagli Usa, pur di aizzare i ribelli contro Bashar al Assad, ha fomentato l'estremismo e indirettamente dato una gran mano all'Isis; ma la nostra memoria non deve essere così corta: le avventure belliche intraprese in Afghanistan all'indomani dell'11 settembre, in Iraq per deporre il pericoloso Saddam Hussein, in Libia per mettere fuori dai giochi l'odioso Gheddafi, nonché la nostra pericolosa alleanza con i signori della guerra e delle armi nonché finanziatori del terrorismo (come Turchia e Arabia Saudita) ci si stanno ritorcendo contro. E la Russia sembra averlo notato.