30 agosto 2025
Aggiornato 16:30
Tra zar e sultano i rapporti sono tesi come non mai

Le vere ragioni del braccio di ferro tra Russia e Turchia (e dell’abbattimento del Su-24)

L'abbattimento del jet russo da parte della Turchia ai confini con la Siria, più che una «casualità», deve considerarsi un avvertimento del «sultano» allo «zar». In un periodo in cui le relazioni tra Mosca e Ankara, per questioni geopolitiche ed economiche, sono ai limiti della rottura

ANKARA – L’abbattimento del jet russo da parte della Turchia sembra aver ulteriormente complicato uno scenario – quello siriano – che dal 2011 ha mietuto oltre 250.000 vittime, e dove il raggiungimento di una soluzione politica, nonostante il lavorio diplomatico degli ultimi tempi, sembra ancora un miraggio. Difficile, tuttavia, definire una «casualità» quanto è accaduto ieri nei cieli di frontiera tra la Siria e la Turchia. Perché i rapporti tra Mosca e Ankara erano da tempo estremamente tesi, per motivi geopolitici ed economici. Così, ciò che superficialmente si potrebbe definire un «incidente» assomiglia pericolosamente a un avvertimento: un messaggio del «sultano» Tayyp Recep Erdogan diretto allo «zar» Vladimir Putin.

Problemi geopolitici
I motivi della frizione tra Russia e Turchia sono numerosi e complessi. Il fronte più caldo e recente, ad oggi, è quello della Siria, dove i due Paesi sono portatori di interessi opposti. Bashar al Assad, ormai dai mesi vigorosamente protetto dai raid russi, è infatti uno storico nemico di Erdogan, che mal sopporta un vicino tanto legato all’Iran sciita. E Mosca, dell’Iran sciita, è oggi il principale partner sul terreno mediorientale: una scelta che il sultano Erdogan ha decisamente poco apprezzato. La situazione è nettamente peggiorata dopo che le bombe russe e iraniane si sono abbattute su alcuni villaggi turcomanni, minoranza siriana appoggiata da Ankara.

Questioni economiche
Ma i problemi non si «fermano» al complesso campo della geopolitica: anche a livello economico le frizioni sono sempre più evidenti. Non solo perché Vladimir Putin ha appena concluso un grosso affare con l’Iran, con la stipula di accordi riguardanti una fornitura di armi, l'acquisto dell'uranio di cui l'Iran deve disfarsi dopo l'accordo sul nucleare e un prestito di 5 miliardi di dollari per favorire l'export. La questione riguarda anche il gas, di cui Mosca rappresenta il primo fornitore per la Mezzaluna. La capacità del gasdotto Turkish Stream, annunciato nel dicembre 2014, è stata infatti dimezzata dopo l'avvio dei bombardamenti dell'aviazione russa. Il gasdotto avrebbe dovuto rappresentare  la punta di diamante nelle relazioni tra Russia e Turchia, ma la crisi siriana ha impresso una brusca frenata al progetto. Ankara ha risposto spavaldamente al parallelo raddoppio, da parte di Mosca, del North Stream, che porta il gas direttamente alla Germania, annunciando che può fare a meno delle forniture russe. Con l’inasprirsi della crisi, la Turchia ha addirittura minacciato di affidare la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu, inizialmente assegnata a una società russa, a un altro partner. Di tutta risposta, Putin ha proclamato il divieto di transito per le merci turche dirette in Kyrgyzstan, Kazakhstan, Tajikistan e Mongolia, provocando un ulteriore picco nell’export turco in Medio Oriente.

Il «giù le mani» turco
Se a questo quadro si aggiungono le accuse di Putin, al G20 di Antalya, dirette a Stati Nato che finanziano i jihadisti e l’invasione dello spazio aereo turco da parte della Russia denunciata a ottobre da Ankara, si comprenderà come quest’ultimo «incidente», seppur il più grave da tanto tempo, non sia altro che il «casus belli». Ancora meglio, sarebbe un tentativo, da parte del sultano Erdogan, di impedire che il Cremlino esca definitivamente dall’isolamento internazionale, mandando a monte il progetto mediorientale di Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti. In pratica, quell’»incidente» è stato un «giù le mani» della Turchia da quella parte di Siria popolata dai curdi, dopo il fallimento del tentativo di trattare con Obama la creazione di una no-fly zone. In poche parole, secondo l’esperto di Limes Daniele Santoro, l’obiettivo di Ankara sarebbe quello di «provocare una crisi militare tra Nato e Russia, come dimostra il fatto che il primo ministro Ahmet Davutoğlu abbia immediatamente ordinato al suo ministro degli Esteri di portare la vicenda all’attenzione dell’Alleanza Atlantica». Non è infatti un caso che la zona nella quale è stato abbattuto il jet russo, a cavallo tra Yayladağ e Bayır Bucak, è da settimane teatro di intensi bombardamenti da parte della coalizione russo-irano-siriana.

Un messaggio chiarissimo
Insomma, questa mossa sarebbe l’ultimo azzardo di Erdogan, che sembra aver deciso di applicare allo scenario internazionale la stessa tecnica usata entro i suoi confini nazionali in vista delle elezioni del primo novembre: la strategia del caos. Un messaggio incontrovertibile al Cremlino, alla vigilia dell’attesa visita del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ad Ankara, annullata dopo l’abbattimento del Su-24 russo. Peccato che lo zar, dal canto suo, sembri disposto a tutto tranne che a lasciarsi intimidire...