19 novembre 2019
Aggiornato 19:30
Un vertice che ha lasciato Washington di stucco

Assad da Putin, cosa c'è (davvero) sotto

La visita di Bashar al Assad a Mosca di martedì non ha avuto un mero scopo negoziale. Piuttosto, è stata l'ennesima mossa strategicamente calcolata, che ha mandato Obama su tutte le furie. Vediamo perché

MOSCA – Se c’è una cosa in cui Vladimir Putin è particolarmente abile è cogliere di sorpresa i suoi rivali (e il mondo intero). Così è stato quando ieri il presidente russo ha accolto – per Washington con un inopportuno «tappeto rosso» – quello che per l’Occidente è il «tiranno» siriano da abbattere, Bashar al Assad. Secondo le ricostruzioni dei media, i due hanno discusso del proseguimento del conflitto contro i gruppi terroristici e gli oppositori del regime. Putin ha promesso di assistere il presidente siriano sia sul fronte militare sia su quello diplomatico, e ha promesso che chiederà ad altri Paesi di collaborare per trovare una soluzione al conflitto. Assad ha ringraziato l’alleato per il fondamentale aiuto prestato da Mosca alla Siria. Il tutto, ovviamente, non senza scatenare la reazione della Casa Bianca, che ha visto in quell’incontro un ulteriore ostacolo sulla via della risoluzione politica della crisi.

Riabilitazione di Assad
In realtà, non è tutto qui quello che c’è da sapere sul vertice improvvisato tra i due alleati che scatenano l’ira occidentale. Molto più di  quello che si è visto e sentito, fondamentali sono i retroscena. Innanzitutto, perché quella di Assad è stata la prima visita all’estero dallo scoppio del conflitto siriano nel 2011: e, naturalmente, non è un caso che essa sia avvenuta a casa dell’alleato Putin. Più che l’esito negoziale dell’incontro, dunque, lo scopo di quest’ultimo pare essere stato quello di lanciare un monito a chi ha da sempre mirato, più di ogni altra cosa, a mettere fuori gioco Assad: e invece, quella vigorosa e sorridente stretta di mano tra i due leader è stata la palese dimostrazione che il presidente siriano non può essere più ignorato. In pratica, lungi dall’essere l'emarginato raìs chiuso nel suo bunker a Damasco, Assad ha completato ieri il lungo cammino di riabilitazione (se non morale, perlomeno geopolitica) a cui l’intervento russo lo ha generosamente destinato. Dopo ieri, pensare a una soluzione politica senza il «tiranno» è diventato ancora più difficile.

Protagonismo di Putin
Ma il «cono di luce» non ha investito solo Assad: anzi, esso ha colpito innanzitutto Putin. Perché la visita del presidente siriano a Mosca e il suo sentito ringraziamento all’alleato, in realtà, è una indiretta ammissione di debolezza. Nel 2011 il raìs si proclamava, per costituzione, l’unico protettore del Paese; nel 2012 si mostrava nella piazza degli Omayyadi a Damasco per annunciare che il «complotto» contro la Siria era ormai agli sgoccioli; sei mesi fa, per la prima volta, ammetteva di non poter difendere tutto il Paese da solo. Ieri, quella visita in Russia e quel ringraziamento a Putin hanno palesato una volta per tutte che, senza il muscolare intervento di Mosca, il «tiranno» sarebbe probabilmente stato spazzato via dai suoi nemici. In questa prospettiva, dunque, il vertice ha ricordato ai tanti attori attivi sul campo siriano l’assoluta centralità del ruolo della Russia nel conflitto.

Sberleffo ad Obama
Alcuni analisti hanno anche sottolineato il significato simbolico che il vertice ha avuto rispetto al primo avversario di Putin e Assad: Barack Obama. In tale prospettiva, c’è chi ha addirittura sostenuto che la visita di Assad da Putin abbia avuto il solo scopo di «colpire» il leader della superpotenza occidentale. Non è detto che sia così; di certo, in ogni caso, l’«umiliazione» di Obama è stata una delle conseguenze più visibili ad occhio nudo: a maggior ragione, perché l’incontro è avvenuto a poche ore dalla firma del memorandum di intesa tra Mosca e Washington. Un’intesa, sì, puramente tecnica, ma che, in altre circostanze, avrebbe anche potuto preludere a una collaborazione più ampia.

Alleanza salda... per ora
In quanto all’alleanza tra Putin e Assad, quest’incontro sembrerebbe, a prima vista, averla cementificata. In realtà, il New York Times fa notare come, al di là delle apparenze, la partnership sia molto meno salda di quanto si potrebbe pensare. A dimostrarlo, la stessa evoluzione dell’intervento russo in Siria: nel 2012, ad esempio, Putin era piuttosto scettico sull’opportunità di puntare su Assad per favorire la risoluzione del conflitto. A quell’epoca, il presidente russo notò come il raìs passava decisamente più tempo a «corteggiare» i leader europei piuttosto che Mosca. «Non siamo particolarmente preoccupati del destino del regime di Assad», aveva dichiarato il capo del Cremlino. Da allora, per il quotidiano della Grande Mela non è cambiato così tanto: il novello legame tra i due rifletterebbe sì l’esigenza di salvare la Siria, ma anche la volontà di recuperare terreno da parte di due uomini che, seppur su basi molto diverse, rischiavano di veder sgretolarsi la propria influenza internazionale.  In pratica quell’alleanza, più che basarsi su una comune visione strategica, affonderebbe le sue fondamenta in una contingente coincidenza di necessità e obiettivi. In effetti, qualche dissapore, tra i due, c’è stato anche di recente: al Cremlino non sarebbe andata giù «l'arroganza» con cui Assad ha risposto finora alle richieste russe, rifiutando di concordare con Putin un piano per procedere all'amnistia verso una parte dei ribelli e rilanciare così, con vari soggetti dell'opposizione al regime, i colloqui di pace a Mosca. Insomma: secondo il New York Times, non è detto che, qualora le condizioni cambiassero, il lucido stratega Putin non decida che sia più vantaggioso abbandonare Assad al suo destino. Perciò, in tutta questa storia, è il capo del Cremlino ad avere il coltello dalla parte del manico: e se con lo sfortunato Assad non si fa fatica a crederlo, che questo avvenga anche nei confronti di Washington è decisamente più degno di nota.