6 dicembre 2019
Aggiornato 15:31

L'Europa tra «Grexit» e «Brexit»

Da mesi si evoca lo spettro del «Grexit». Ma a turbare le notti europee, dal post-voto britannico, si aggira anche lo spettro del «Brexit». Due «crisi» che hanno origini e sviluppi differenti, ma anche molte dinamiche in comune. In primis, la diffusa disaffezione verso ciò che l'Europa è diventata. O, piuttosto, che non è mai diventata.

LONDRA – Si parlava quasi quotidianamente di «Grexit». Poi, le elezioni britanniche hanno inaspettatamente sancito il trionfo di David Cameron, sulla base della scomoda promessa fatta al suo popolo: decidere con un referendum se il Regno dovrà uscire dall’Ue.

Due crisi diverse, lo stesso suffisso
Così, il suffisso «–exit» ha cominciato a non essere associato più solo alle tensioni che attraversano le propaggini elleniche dell’Europa; ora, anche l’ipotesi «Brexit» fa sommessamente tremare l’Unione. D’altronde, i due scenari hanno più di qualche particolare in comune. Certo, nascono da «crisi» differenti, perché il divorzio della Grecia sarebbe in primis economico,  dall’euro, mentre quello della Gran Bretagna sarebbe innanzitutto politico, rispetto al cappello dell’Unione. Eppure, in entrambi i casi gli analisti sembrano scongiurare l’ipotesi, in quanto, concordano, potenzialmente devastante per tutte le parti in causa.

La minaccia dei referendum
Altro punto in comune, la crescente disaffezione popolare per ciò che l’Europa rappresenta, o, forse, non rappresenta. In Grecia quanto in Gran Bretagna, l’appartenenza all’Unione, agli occhi della gente, si sta trasformando sempre più in un limitante fardello da portarsi appresso. Alexis Tsipras ha vinto sulla promessa di cambiare l’Europa, cercando tenacemente di sfilarle di mano il manico del coltello che, come una spada di Damocle, il popolo greco si sentiva pendere sul capo. A quattro mesi dalla sua vittoria elettorale, qualche compromesso è stato faticosamente raggiunto, ma la sfida continua a rivelarsi irta di difficoltà: al punto che Tsipras ha promesso al suo popolo che, qualora il tanto agognato accordo con l’Europa dovesse essere in contrasto con lo spirito delle promesse elettorali, sarà il popolo stesso a valutarlo mediante referendum.Sempre, poi, di referendum si è parlato in Gran Bretagna: questa volta, direttamente per lasciare l’Unione.

Pericolo contagio
In tale panorama, ad accomunare i due scenari a Nord e a Sud del Continente giunge l’ipotesi del contagio. Se n’è parlato molto per la Grecia,  ma il pericolo è tangibile anche per la Gran Bretagna: le sirene britanniche potrebbero essere seguite, ad esempio, dall’Olanda, o da alcuni Paesi dell’Est, come Ungheria e Polonia.  Altro pericolo, il fatto che si aprano, sulla scia di un Brexit, spazi di compromesso volti a erodere pezzi d’integrazione europea, anche dall’interno dell’Unione. E che si dia il via alla definitiva riscossa dei movimenti nazionalisti: in primis quello di Marine Le Pen, per la quale non si potrebbe escludere una vittoria.

L’Europa dell’«-exit»
Così, come è accaduto, pur in altri termini, con Tsipras, l’Europa chiederà a Cameron di farsi mediatore del negoziato con l’Unione. Ma il voto rimarrà un rischio, e il suo risultato difficile da controllare. Molte contingenze potranno influire sulla decisione dei britannici – la popolarità del premier, la situazione scozzese e così via –. Per non parlare del fatto che, mentre il fronte degli euroscettici è compatto e piuttosto deciso, quello degli europeisti è abbastanza frammentario e non ha ancora maturato una precisa idea d’Europa, nè tantomeno ha chiaro la modalità per arrivarci. Soltanto una cosa, in tale panorama, rimane chiara: l’Europa dell’«-exit» cresce sempre di più. In Grecia, in Gran Bretagna, e non solo.