16 settembre 2019
Aggiornato 02:00
Dopo il Consiglio europeo straordinario sull'immigrazione

L'Europa combatte i trafficanti, pattuglia il mare, ma non accoglie

Lotta ai trafficanti, anche con chirurgici interventi militari; fondi triplicati a Triton, novella Mare Nostrum europea, il cui compito ufficiale rimane, però, il controllo delle frontiere e non il salvataggio dei migranti; cancellato l'impegno ad accogliere 5000 rifugiati: ecco che cosa ha deciso il Consiglio europeo straordinario in materia immigrazione.

BRUXELLES (askanews) - Il Consiglio europeo straordinario sull'immigrazione svoltosi ieri a Bruxelles ha davvero «segnato un cambiamento» strategico da parte dell'Ue, come ha detto ieri sera il premier, Matteo Renzi, al di là dell'indubbio successo politico dell'Italia per il solo fatto che questo vertice abbia avuto luogo, proprio su iniziativa dell'Italia? La risposta è triplice: certamente sì per quanto riguarda la questione più urgente, il rafforzamento e soprattutto l'europeizzazione delle operazioni di ricerca e salvataggio in mare.

Lotta chirurgica ai trafficanti
Forse sì, ma non subito, e comunque dipenderà da un possibile mandato Onu (non facile da ottenere), per ciò che concerne la lotta ai trafficanti di esseri umani, colpendoli in modo «chirurgico» con l'uso dell'intelligence e della forza militare per individuare e distruggere i loro barconi in Libia prima che possano essere usati.

Cancellato l'impegno di 5000 posti per i rifugiati
Certamente no per quanto attiene alla «solidarietà» fra gli Stati membri e nei confronti dei rifugiati e profughi che fuggono da guerre, persecuzioni, dittature e che avrebbero il sacrosanto diritto di trovare rifugio, asilo e protezione nella civile Europa campione dei diritti fondamentali, senza dover rischiare e troppo spesso perdere la vita per attraversare il Mediterraneo. Alla fine, dalle conclusioni del vertice è stato persino cancellato l'impegno cifrato che figurava nella bozza di offrire "almeno 5.000 posti" a persone con il diritto alla protezione internazionale, con un programma pilota volontario di reinsediamento nei diversi paesi Ue («voluntary pilot project on resettlement»).

Triplicati i fondi per Triton per il pattugliamento in mare
Il vertice ha accettato la proposta del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, di triplicare il bilancio dell'operazione «Triton» per il pattugliamento in mare al largo delle coste italiane e maltesi portandolo a 120 milioni di euro all'anno. «E' una cifra che corrisponde a quella del bilancio dell'operazione Mare Nostrum della marina italiana», ha sottolneato Juncker durante la conferenza stampa finale ieri sera. Si tratterà, in pratica di una Mare Nostrume europea, finanziata cn fondi Ue. Praticamente quello che ha chiesto a lungo e invano l'Italia l'anno scorso, quando spendeva 9 milioni di euro al mese per pattugliare da sola in lungo e in largo il Mediterraneo, salvando oltre 100.000 vite umane.

Quando per Mare Nostrum l'Italia fu isolata in Europa
L'operazione Mare Nostrum era nata come risposta immediata alla tragedia di Lampedusa dell'ottobre 2013. Dopo la commozione e tante belle parole da parte dell'Europa, l'Italia era rimasta sola a cercare di evitare che quella tragedia si ripetesse, e non aveva realizzato nessuna delle coraggiose iniziative che l'allora commissaria Ue agli Affari interni eall'Immigrazione, Cecilia Malmstroem, aveva proposto. Non solo: invece di aiutare l'Italia, sia la Commissione che gli altri Stati membri avevano finito con il riproverarle proprio il fatto di condurre l'operazione Mare Nostrum, che veniva considerata come un «pull factor», un fattore di attrazione per i migranti, e abilmente sfruttata dai trafficanti, visto che praticamente le navi della Marina andavano a cercare i disperati in mare fino al limite delle acque territoriali libiche. Per questo, alla fine, l'Italia aveva ceduto alle pressanti richieste dei partner e liquidato Mare Nostrum, sostituendola con la minuscola operazione Triton di Frontex, pagata dall'Europa ma inadeguata ad affrontare la dimensione della tragedia, perché limitata nei mezzi e nel mandato (sorvegliare le frontiere Ue in un'area di 30 miglia nautiche al largo delle coste italiane e maltesi). Basta guardare le cifre: quest'anno a metà aprile, con l'operazione Triton cominciata a novembre ci sono stati 900 morti confermati, rispetto a 17 nello stesso periodo l'anno scorso, quando c'era Mare Nostrum, come ha sottolineato Oxfam in una nota di commento al vertice Ue.

Mare Nostrum europea, ma il compito ufficiale rimane la difesa delle frontiere
L'Europa si era sbagliata, l'Italia aveva ragione, e adesso dagli altri Stati membri è tutta una gara per fornire nuovi mezzi aeronavali, personale e altri asset a Frontex per dispiegarli nell'operazione Triton: Lettonia, Lituania, Irlanda, Polonia, Belgio, Svezia, Francia, Germania, Finlandia, Regno Unito e persino la Norvegia (che non sta nell'Ue ma partecipa allo spazio di Schengen), hanno già offerto elicotteri e navi e personale. Ipocritamente, non si è voluto combiare il mandato dell'operazione esplicitando l'obiettivo del «search and rescue» accanto a quello «ufficiale» della sorveglianza delle frontiere entro il limite delle 30 miglia. Ma Juncker e il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, hanno spiegato che, anche se il mandato non cambia, in realtà l'operazione di Frontex potrà essere allargata e acquisire proprio le caratteristiche che aveva Mare Nostrum. «Non c'è nessun limite, né giuridico, né geografico, affinché Triton faccia le operazionei di ricerca e salvataggio», che sono comunque un obbligo secondo il diritto internazionale e la legge del mare, ha puntualizzato Tusk. 

Opzione militare contro i trafficanti
La proposta, sostenuta fortemente dall'Italia, di organizzare una possibile missione di carattere militare - quella che nel gergo Ue si chiama una «operazione della Politica comune di sicurezza difesa» (Csdp) - per individuare e distruggere i barconi dei trafficanti laddove sono nascosti, lungo le coste libiche, è stata affidata all'Alto Rappresenante per la Politica estera Ue, Federica Mogherini, che è stata invitata a «cominciare la preparazione» senza fornire ulteriori dettagli. In realtà, questo significa che Mogherini dovrà cercare di ottenere, con l'aiuto di Francia e Regno Unito (membri permanenti del Consiglio di Sicurezza) e della Spagna (membro di turno), un mandato dell'Onu. L'Alto rappresentante sarà a New York già la settimana prossima. In altri tempi sarebbe stata un'impresa più facile, ma oggi l'Ue è in pieno conflitto geopolitico con la Russia e non ci vuole molto a immaginare che Mosca, per non usare il suo veto in Consiglio di Sicurezza, chiederà di rivedere le sanzioni economiche decise dall'Europa in risposta alle ingerenze russe nella crisi ucraina.

Governo di unità nazionale libico?
Ci sono, comunque, due alternative possibili al mandato Onu, ma di attuazione non meno difficile e certo non rapida: la prima è che abbia successo la mediazione dell'inviato Onu in Libia, Bernardino Léon, e che si riesca a mettere d'accordo le fazioni locali in lotta, creando un governo di unità nazionale. In questo caso, se il nuovo governo fosse d'accordo, la missione militare dell'Ue non avrebbe più bisogno dell'avallo Onu (sarebbe uno scenario simile a quello delle azioni italiane in Albania che eliminarono i trafficanti locali negli anni '90).

Intervento militare chirurgico
La seconda alternativa è che, in assenza di un governo di unità nazionale, vi sia un'azione militare diretta da parte di alcuni paesi Ue, com'è già avvenuto con l'intervento delle aviazioni francese e britannica contro il regime di Gheddafi. Anche se limitata «chirurgicamente» alla distruzione dei barconi, questa opzione appare oggi come la più rischiosa e la meno probabile, vista la complessità del conflitto tribale in corso in cui paese europeo intende restare invischiato, neanche l'Italia (come ha ribadito ieri sera Matteo Renzi).

Sull'accoglienza l'Ue rimane scarsa
La risposta dell'Ue resta del tutto inadeguata nel campo dell'auspicata ma ancora inesistente politica migratoria e dell'asilo comune, che però potrebbe subire un'evoluzione notevole e rapida nelle prossime settimane. Non ci sono molti passi avanti per quanto riguarda l'equa redistribuzione dei profughi e richiedenti asilo nei diversi Stati membri. Molti paesi non vogliono neanche sentir parlare di «quote» per l'accoglienza (che potrebbero essere decise, ad esempio, in base al Pil e alla popolazione di ciascuno Stato membro). I governi restano arroccati nei bastioni del regolamento di Dublino (che scarica sul solo paese di primo approdo tutta la responsabilità e gli oneri della concessione dell'asilo ai migranti che ne hanno diritto) e della competenza nazionale esclusiva che il Trattato Ue stabilisce per quanto riguarda il numero annuale di immigrati «legali» che ogni Stato accetta di accogliere. I programmi pilota di reinsediamento, perciò, non possono che essere «volontari», e risultano sempre del tutto inadeguati alla situazione reale.

No a redistribuzione volontaria dei rifugiati
Inoltre, continua a esserci uno scarso interesse, da parte degli Stati, per la «emergency relocation» ovvero per una redistribuzione volontaria dei migranti che necessitano di una protezione temporanea e che tornerebbero nei paesi d'origine una volta terminata la crisi che li ha costretti a fuggire. Gli Stati membri sono invece d'accordo sul rafforzamento dei meccanismi di rimpatrio degli «immigrati economici» giunti illegalmente in Europa, quando le condizioni dei paesi d'origine e gli accordi con i rispettivi governi lo permettono.

Prevenzione flussi
Le conclusioni del Consiglio europeo affrontano anche la questione della prevenzione dei flussi migratori, attraverso il sostegno ai paesi d'origine e di transito e la collaborazione con i loro governi (per controllare le rotte di terra e le frontiere), e cita a questo proposito innanzi tutto la Tunisia, e poi Egitto, Sudan, Mali e Niger. Viene anche richiesta una intensificazione della cooperazione con la Turchia, in relazione alle conseguenze dei conflitti in corso in Siria e Iraq. Un punto delle conclusioni riguarda il «lavoro con i partner regionali per la costruzione della capacità ('capacity building', ndr) di gestione delle frontiere marittime e delle operazioni di ricerca e salvataggio in mare». Il riferimento in questo caso è soprattutto alla Tunisia, anche se non è citata esplicitamente. L'unico paese che sia riuscito a stabilire una vera democrazia dopo la «primavera araba» è visto soprattutto dall'Italia come un elemento chiave nella futura, auspicata strategia di «responsabilizzazione» dei paesi «affidabili» della costa Sud del Mediterraneo per la gestione dei flussi migratori.

Collaborazione con Paesi d'origine e transito
E' un capitolo, quello della collaborazione con i paesi di origine e di transito, che sarà sviluppato sicuramente dall'Agenda europea sulle migrazioni che la Commissione presenterà a metà maggio, con l'ambizione di arrivare finalmente a una vera e propria politica migratoria comune secondo «un approccio più sistemico». In questo quadro, potrebbe essere sviluppata la questione della creazione di nuovi «centri di accoglienza» dei profughi in alcuni paesi africani, sottoposti a controlli dell'Onu per il rispetto dei diritti fondamentali, e dei «corridoi sicuri» per l'arrivo in Europa delle persone presenti in questi centri che hanno diritto all'asilo. Ci sono poche probabilità che queste ideee siano accettate da tutti gli Stati membri, ma la Commissione Juncker sembra determinata quantomento a proporle. Il vertice Ue ha comunque deciso di stabilire una «road map», sulle politiche migratorie che sarà elaborata dalla presidenza del Consiglio europeo e dalla Commissione, e che sarà esaminata dal prossimo vertice dei capi di Stato e di governo, a fine giugno. Un elemento, questo, che il premier italiano, Matteo renzi, ha accolto ieri sera con soddisfazione, come una prova del fatto che l'Europa questa volta sull'immigrazione fa sul serio, che c'è un vero "cambiamento di segno" e una vera strategia, di cui a giugno sarà verificata l'attuazione.