3 luglio 2020
Aggiornato 16:00
Per smettere di piangere a barcone affondato

Davanti all'ecatombe, la scelta di quale Europa essere

Si sono indignati, i vertici europei, per l'ennesima strage dell'immigrazione, e hanno chiesto, all'Europa, delle risposte. Ma chi è quell'«Europa» di cui l'Europa stessa - di volta in volta Francia, Germania, Italia e così via - ha sollecitato l'intervento? E' l'Europa che deve scegliere tra due opzioni: il blocco navale, o aprire vie legali credibili per arrivare. Senza barconi.

BRUXELLES - C'è chi si è detto sconvolto, chi si è indignato, chi ha sollecitato la ricerca di una soluzione comune, chi se l'è presa con gli scafisti. Così, i vertici europei, dopo la tragedia che ha ucciso in mare quasi un migliaio di migranti nel Mediterraneo, hanno espresso nelle scorse ore il proprio sgomento per quanto accaduto. Angela Merkel ha addirittura chiesto all'Europa delle «risposte», di fronte a una strage tanto priva di senso e giustificazioni. Un appello che dà da pensare. Chi è, infatti, quell'«Europa» a cui la cancelliera tedesca, in altre situazioni la massima rappresentante dell'Europa stessa, si appella? Chi è, in ultima istanza, l'«Europa» di cui l'Europa medesima - sotto la contingente forma, di volta in volta, della Francia, della Spagna, dell'Italia, della Germania, di Malta - ha sollecitato l'intervento?

Tra Europa e Paesi d'origine
Una questione, questa, a cui ancora si fatica a rispondere. Certo è che, al di là del sincero sgomento di fronte a quanto è accaduto, la mancanza di quell'Europa si è fatta decisamente notare. Specialmente quando la Commissione europea, a poche ore dalla tragedia, ha demandato ai «Paesi d'origine (dei migranti)» e a quelli di transito l'assunzione di «misure per evitare queste traversate disperate». La collaborazione con i Paesi terzi è certamente necessaria, ma come potersi aspettare che siano i Paesi d'origine dei migranti, spesso dilaniati da guerre, povertà, anarchia e lotte intestine, ad assolvere una così ambiziosa funzione, se nemmeno l'Europa è in grado di farvi fronte?

Le due soluzioni
Un'Europa finita nell'occhio del ciclone per i media di tutto il continente, che non hanno mancato di denunciarne la «politica di asilo cinica e anche macabra»,  e i tanti, troppi «mai più» ripetuti a vuoto, dal 3 ottobre 2013 in poi. Eppure, per quanto ci si giri intorno, non sono poi tante le possibilità che il Vecchio Continente ha ora da percorrere, per dare una risposta durevole a una straordinaria emergenza umanitaria. Due le opzioni: o il blocco navale, via più volte invocata da parte della politica italiana, o una totale revisione del sistema migratorio in sede europea.

Il blocco navale
Bloccare gli sbarchi significa scegliere le frontiere. Il «mito» del blocco navale cominciò a prendere piede verso la metà degli anni novanta, davanti all’esodo albanese verso le nostre coste. Eppure, bloccare gli sbarchi significherebbe in sostanza venir meno alla Convenzione di Ginevra che ha regolamentato lo status di «rifugiato», a cui gli Stati contraenti devono riconoscere il diritto di protezione. Peraltro, l'Italia è già stata condannata in passato per episodi di respingimento illegittimi rispetto al diritto internazionale. Nessuno, poi, spiega come, in concreto, si possa attuare un blocco navale in alto mare. Come si ferma un barcone che non vuole arrestare la sua corsa? E siamo davvero sicuri che, bloccando gli sbarchi, eviteremmo la morte dei migranti, che tentano di fuggire proprio per avere salva la vita?

La revisione del sistema d'asilo: se i trafficanti fanno soldi, è colpa nostra
L'altra opzione è quella suggerita proprio oggi dall'Agenzia europea Frontex. Che consisterebbe nell'aprire più vie legali di immigrazione, controllate e percorribili in sicurezza. Lo ha suggerito anche António Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati: «Questo disastro conferma l’urgenza di ripristinare una robusta operazione di salvataggio in mare e di stabilire vie legali credibili per raggiungere l’Europa. In caso contrario, le persone in cerca di sicurezza continueranno a morire in mare». Affermazioni che fanno capire come la comunità internazionale non si possa lavare troppo la coscienza di fronte a quelle morti e al potere dei trafficanti: perché i migranti, attualmente, ricorrono alle organizzazioni criminali - mettendo a repentaglio la propria vita - proprio perché possibilità legali di arrivo in Europa non ce ne sono, oppure sono del tutto residuali. Oggi, si può fare richiesta d'asilo soltanto dopo essere giunti in Europa: ma, per arrivarci, nella maggior parte dei casi l'unica scelta percorribile è quella, tremenda, della clandestinità e dei barconi. Un circolo vizioso che assomiglia pericolosamente ad una gigantesca ipocrisia.

L'alternativa all'indifferenza è difficile
Certo, cambiare lo stato delle cose non sarebbe semplice. Anticipare la possibilità di chiedere asilo a prima del raggiungimento dell'Europa, indicando subito il Paese di destinazione ed eliminando il controverso sistema di Dublino II, implicherebbe subissare le ambasciate in loco di richieste, oppure richiederebbe l'apertura di centri di accoglienza nei Paesi di transito. Ipotesi fattibile soltanto se ci fossero garanzie di sicurezza da parte di quei Paesi, e se gli Stati europei fossero davvero disposti a farsi carico dei rifugiati. Questo obbligherebbe l'Europa ad affrontare l'annosa questione dei numeri: fino a che punto accogliere? Di quante persone farsi carico? Domande, certo, di cui sarebbe assurdo e disonesto sottovalutare la portato. Eppure, di fronte all'emergenza, le alternative sono poche. Una, è quella su cui fino ad ora è ricaduta la scelta dell'Europa: chiudere gli occhi, e piangere a sangue versato. Piangere a barcone affondato.

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