19 aprile 2019
Aggiornato 06:30
Cambiamenti in corso

Comunque vada Atene non rivedrà più la Troika. Parola di Bruxelles

Nella UE aumenta la sfiducia sull'efficacia del pugno di ferro alla tedesca. Anche il Premio Nobel Paul Krugman accusa l'istituzione di non aver saputo affrontare la crisi con tempismo.

BRUXELLES - «Deficit di democrazia». Questa la ragione per cui, a breve, la Troika potrebbe restare soltanto un lontano ricordo. Un'istituzione che, attacca il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, così com'è proprio non va. «Dovrebbe essere rimpiazzata da una struttura con maggiore legittimità democratica e più responsabile, costruita attorno alle istituzioni europee con un controllo parlamentare rafforzato». Insomma, addio al caro vecchio organismo composto da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. «È stato utile e necessario – ha chiarito Moscovici – ma ora penso ci serva un altro passo». Di fatto a Bruxelles e dintorni nessuno la considera più già da un pezzo, ma sulla carta la Troika ancora esiste. Certo è che la stessa Corte di Giustizia europea potrebbe cambiare le carte in tavola se decidesse di accogliere il parere espresso pochi giorni fa da uno degli avvocati generali, Pedro Cruz Villalon, secondo cui la Bce dovrebbe monitorare i programmi di salvataggio dei Paesi che beneficiano del suo programma di acquisto di titoli di debito pubblico, gli ormai noti Omt (Outright Monetary Transaction).

LE CRITICHE ALLA TROIKA: DA GALLINO A KRUGMAN - Non è la prima volta che la Troika è sotto attacco: Luciano Gallino, sociologo di fama internazionale, la critica da sempre, considerandola palese espressione di quello che lui definisce «autoritarismo emergenziale»: in pratica, l'atteggiamento dell'Ue di intervenire massicciamente nelle crisi europee, Grecia in testa, facendo ricadere la causa di tutti i disastri finanziari a questioni in realtà fittizie, come il famoso «debito eccessivo dei bilanci pubblici». Una forzatura per – scusate il gioco di parole – giocare di forza. Anche il Premio Nobel Paul Krugman accusa l'istituzione di non aver saputo affrontare la crisi con tempismo: gli aiuti a favore dei Paesi in difficoltà sarebbero stati erogati troppo tardi e comunque in misura inferiore rispetto alle effettive necessità. Non solo: l'aiuto arriverebbe a fronte di durissime misure di austerity, quali severi tagli alle spese e aumenti della tassazione, a loro volta responsabili di altra recessione, non certo di una possibile ripresa.

I NOSTRI SOLDI SERVITI PER SALVARE LE BANCHE - In effetti, se andiamo a guardare il recente studio condotto dall'ong Jubilee Debt Campaign e quello dall’economista greco Yiannis Mouzakis sulla base di documenti della Commissione europea, dell’Fmi e del governo greco, emerge che solo circa 27 miliardi di euro di prestiti della Troika (meno del 10% del totale) sono andati a coprire i costi dello stato. La domanda a questo punto sorge spontanea: dove sono finiti i soldi? Difficile da indovinare? Niente affatto: l'80% degli aiuti è finito nelle casse delle banche, soprattutto tedesche e francesi. È chiaro dunque che i nostri soldi non sono serviti a salvare la Grecia e gli altri Paesi della periferia europea. Insomma, non male per Atene, che ad oggi ha un debito che sfiora il pericolosissimo 177% e sta portando avanti – obbligata da Bruxelles – un programma di austerità lacrime e sangue che ha bruciato un quarto del reddito nazionale e impoverito milioni di cittadini. All'inizio del piano di salvataggio nel 2010 la Grecia era esposta con le banche e il settore finanziario in generale per 310 miliardi di dollari. L'intervento della Troika ha fatto in modo che gli istituti di credito ne uscissero per nulla malconci, anzi. Ancora una volta, il giochino è stato spostare il debito dal settore privato a quello pubblico.