22 luglio 2019
Aggiornato 15:30
Fusione Bpvi e Veneto Banca

Banca Popolare Vicenza e Veneto Banca, nozze riparatrici difficili e ad alto rischio

Quella tra Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca è una fusione difficile. Le due banche insieme hanno 8,5 miliardi di sofferenze e vengono definite «stargate»: pozzi senza fondo. Ecco cosa c'è in ballo e cosa rischia il territorio

VICENZA – Nozze riparatrici in vista per Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. La fusione sembra sempre più vicina e il presidente vicentino, Gianni Mion, la definisce l'unica soluzione possibile. Ma la fattibilità dell'operazione non è affatto scontata. All'orizzonte ci sono diversi problemi: i rimborsi agli azionisti che si sentono truffati, gli esuberi, la cessione delle sofferenze, le offerte troppo basse che non convincono il Fondo Atlante. E in gioco c'è il destino di un intero territorio.

Quella tra Bpvi e Veneto Banca è una fusione difficile
Questo matrimonio non s'ha da fare, né domani, né mai. Questa frase sussurrava il bravo all'orecchio di Don Abbondio, parlando delle nozze imminenti di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, ma potrebbe ben adattarsi anche alla fusione, sempre più vicina, tra la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca (LEGGI ANCHE «Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, all'orizzonte c'è la fusione. Ma a che prezzo?»). Per il presidente dell'istituto vicentino, Gianni Mion, è l'unica soluzione possibile per risolvere i problemi di Bpvi. Tuttavia non solo la fattibilità dell'operazione non è scontata, ma la fusione in questione potrebbe causare drammatici effetti collaterali sul territorio.

Nozze riparatrici o matrimonio ad alto rischio?
Al destino della Banca Popolare di Vicenza e a quello di Veneto Banca (LEGGI ANCHE «Veneto Banca, l'arresto di Consoli e il gioco di prestigio delle operazioni baciate») è legata a doppio filo anche tutta l'economia finanziaria (e dunque reale) della regione. E il dubbio amletico è il seguente: scegliere le nozze riparatrici tra i due istituti (allo scopo apparentemente semplice di tirar fuori una banca sana da due malate) o rinunciare in partenza a un matrimonio ad alto rischio con infinite complicazioni (e che potrebbe trasformarsi in un boomerang per il territorio)? Peraltro, prima di arrivare all'altare, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca dovrebbero risolvere una lunga lista di problemi. E la loro soluzione non è affatto a portata di mano.

I problemi della Banca Popolare di Vicenza
Prendiamo ad esempio l'istituto vicentino. Basta ricordare che circa 3mila piccoli azionisti stanno ancora aspettando i rimborsi dovuti dalla banca, che proprio nelle scorse ore il presidente Gianni Mion ha annunciato 1300-1500 esuberi e che solo nei primi sei mesi dell'anno l'istituto ha perso 795,3 milioni di euro (all'indomani di un aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro effettuato dal Fondo Atlante). Basterebbe già a farci venire la pelle d'oca. Ma non finisce qui. Uno dei problemi più gravosi è senz'altro quello delle sofferenze: insieme, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, contano 8,5 miliardi di prestiti non performanti (Npl).

Le due banche spendono più di quello che guadagnano
Ed entrambe hanno un income ratio (il rapporto tra i costi operativi e il margine di intermediazione) sopra il 90% (la media europea è intorno al 68%). In parole povere significa che hanno costi di gestione molto alti e che spendono più di quello che guadagnano. In gergo vengono definite per questo «stargate»: pozzi senza fondo. Non a caso gli esuberi di Bpvi coinvolgeranno circa un quarto dei suoi dipendenti totali. Evidentemente risolvere tutti questi problemi non è affatto semplice. E credere che basti la fusione con Veneto Banca per nasconderli sotto il tappeto è solo un'illusione. Peraltro, qualora avvenisse, questa darebbe luogo a molti più esuberi innescando conseguenze negative per l'economia del territorio.

L'offerta di acquisto dei fondi americani per coadiuvare la fusione
Una sola cosa è certa: ai due istituti serve nuovo capitale per cedere parte delle loro sofferenze entro la fine dell'anno come richiesto dalla Bce. Ma da chi arriverà? Nei giorni scorsi si è parlato di una proposta formale di acquisto per i due istituti di credito italiani da parte di quattro fondi internazionali: Atlas, Baupost, Centerbrige e Warburg Pincus. Questi fondi avrebbero consegnato nelle mani di Alessandro Penati, il presidente della Quaestio Sgr (la società che gestisce il Fondo Atlante), la loro offerta che consisterebbe in un miliardo cash a supporto del piano di risanamento della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca per agevolare la loro fusione.

Il dilemma del Fondo Atlante
E sembra una buona notizia per tutti, in particolare per il Fondo Atlante, che si è trovato costretto ob torto collo a sottoscrive quell'aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro dei due istituti del Nord-Est (1,5 miliardi per Bpvi e un altro miliardo per Veneto Banca) a causa del disinteresse del mercato, prosciugando quasi tutte le sue risorse. Tuttavia, come sottolineano Michele Arnese e Federico Fornaro su Formiche.net, l'offerta che i fondi statunitense avrebbero messo sul piatto per entrambe le banche italiane è quasi ridicola. Il Fondo Atlante, infatti, ha sborsato da solo circa 2,5 miliardi. I fondi statunitensi ne mettono sul piatto solo uno per acquistarli entrambi. E la domanda sorge spontanea: perché il Fondo Atlante dovrebbe vendere per un miliardo di euro qualcosa che ha appena pagato 2,5 miliardi?

Il dramma del territorio
Per il momento Alessandro Penati è di fronte a un bivio. Può rifiutare l'offerta e cercare di risanare i conti della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca per provare a venderle successivamente a un prezzo migliore. O può accettare una perdita secca molto dolorosa. Ma se dovesse scegliere di intraprendere questa seconda via, vorrà dire che la salute dei due istituti è così compromessa da non poter sperare in un'opzione migliore. In ogni caso a farne le spese sarà soprattutto il territorio. Perché l'unica cosa certa, fino ad ora, è che circa 1500 dipendenti di Bvpi si troveranno presto senza lavoro. Il governatore del Veneto, Luca Zaia, la definisce una «tragedia». E questo accadrà a prescindere dalla fusione. Ma c'è da sottolineare che, nel caso andasse in porto, gli esuberi saranno probabilmente molti, molti di più.