20 ottobre 2018
Aggiornato 04:00

Le banche italiane non vogliono diventare prede dei colossi stranieri: il caso di Intesa Sanpaolo

Il primo azionista, la Compagnia di San Paolo, ha annunciato che tarderà la vendita di una cospicua parte del suo pacchetto azionario
Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e Gian Maria Gros Pietro, presidente del Cda di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina direttore generale di Intesa Sanpaolo e Romano Prodi
Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e Gian Maria Gros Pietro, presidente del Cda di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina direttore generale di Intesa Sanpaolo e Romano Prodi (ANSA/GIORGIO BENVENUTI)

TORINO - Una notizia tra le tante, che ha strappato qualche paragrafo sulle pagine locali dei quotidiani torinesi. La fondazione bancaria Compagnia di San Paolo venderà un parte delle sue azioni, scendendo al di sotto dell’attuale 8,2%. Livello già, storicamente, minimo. A riferirlo è stato il segretario generale della Compagnia, Pietro Gastaldo – ormai prossimo alla pensione dopo un lungo regno – durante la presentazione delle linee programmatiche 2018 della Fondazione. "Abbiamo definito con il Mef un approccio graduale per ridurre il peso della partecipazione della Compagnia in Intesa Sanpaolo a un terzo del patrimonio. La nuova scadenza è più lunga di quella fissata che era aprile 2018, ora abbiamo un orizzonte pluriennale di due tre anni", ha detto Gastaldo. Lo scorso ottobre, nel solco di questo impegno, la Compagnia di San Paolo aveva ceduto tramite un collocamento accelerato 150 milioni di titoli della Cà de Sass pari allo 0,946% del capitale. Ai valori di Borsa di quel periodo il pacchetto corrispondeva a circa 436 milioni di euro. Non un buon affare se si pensa che il titolo azionario è cresciuto del 20% da allora: ma si sa, il valore dei titoli in questi tempi è volatile come la piuma della donna mobile. "In Compagnia - ha sottolineato Gastaldo - abbiamo tutti apprezzato che il Mef abbia aperto questo orizzonte pluriennale perché questo rende il processo ordinato e graduale. Continuiamo a essere un azionista molto attento, siamo comunque il primo azionista». Il Mef, ha spiegato, "ci ha scritto all'inizio dell'anno per comunicarci questa proroga che noi avevamo chiesto e che è stata decisa applicando i criteri correttivi nell'ambito dei principi generali del protocollo Acri-Mef". 

Il cuore del nuovo welfare state
Entriamo nel dettaglio, e spieghiamo cosa sta accadendo nel panorama bancario italiano: il cuore della nostra economia, e quindi della nostra società. Obblighi di legge impongono alle fondazioni bancarie di diluire il loro patrimonio azionario nelle banche madri: nel caso della Compagnia, Intesa Sanpaolo, di cui è primo azionista. Non è necessario qui ricordare quale peso abbia Intesa Sanpaolo in Italia. Le fondazioni bancarie sono istituzioni para pubbliche, dato che la dirigenza è di nomina politica. Sono gli ultimi retaggi di un sistema finanziario pubblico, cancellato dalla privatizzazione imposta nel 1992 dalla Legge Amato-Carli. Nel tripudio generale si dovevano gettare le basi del nuovo sistema bancario europeo, totalmente privatizzato e con un'unica moneta. Le fondazioni bancarie, senza tema di smentita, rappresentano oggi lo stato sociale italiano. La Compagnia di San Paolo, a Torino, di fatto copre tutto: non solo i progetti culturali, come da «tradizione», ma il welfare state che il pubblico non riesce più a sostenere a causa dei tagli strutturali di bilancio imposti dal dogma della «austerità».

Fondazioni come bancomat
Le fondazioni bancarie sono quindi il bancomat – più volte, ad esempio, Gian Maria Gros-Pietro ha ripetuto «le fondazioni non sono un bancomat – con cui gli enti locali finanziano la civiltà per come l’abbiamo conosciuta fino ad ora. Finanziano anche le loro campagne elettorali, indirettamente finché si vuole ma lo fanno. Da un punto di vista teorico si chiama «sinergia tra pubblico e privato». Le fondazioni bancarie, giustamente, dato che sono la cassa, rivendicano il diritto – non in maniera esplicita – di dettare la linea politica e culturale degli interventi. Anche perché un indiretto profilo democratico resiste: ricordiamolo, la dirigenza di tali istituzioni viene nominata, come nel caso della Compagnia di San Paolo o di Fondazione Crt, dalle istituzioni locali. Il livello di compenetrazione istituzionale è così profondo da lasciare dei dubbi sulla sua «sostenibilità»: si pensi alla figura di Sergio Chiamparino, prima sindaco di Torino, poi presidente della Compagnia di San Paolo, poi nuovamente presidente della Regione Piemonte. Oppure a Sonia Schellino, funzionaria della Compagnia e oggi assessora al welfare del Comune di Torino. Tutto legittimo, ovviamente, ma privo dei crismi minimi del buon gusto istituzionale. E, a questi livelli, il buon gusto non è solo forma: è sostanza. Le fondazioni bancarie rappresentano quindi l’ultimo ammortizzatore prima dell’atterraggio sul duro da parte delle fasce deboli della popolazione italiana. Ma anche degli studenti, dei lavoratori della cultura, della ricerca scientifica. 

Qualche cifra per spiegare le dimensioni degli interventi
Lo scorso anno sono stati impegnati 159 milioni per 914 interventi. Ammontare confermato per il 2018 visto che le previsioni sono per 158 milioni di stanziamenti. Gli interventi della Compagnia di San Paolo si espandono ormai in tutta Italia, non solo nel Torinese. Ma è nella ex capitale industriale italiana che vi è l’impegno maggiore: e non è un’iperbole sostenere che senza i soldi della Compagnia di San Paolo, ovvero gli utili che vengono redistribuiti dalla cedola dalla banca madre, la città collasserebbe e vi sarebbero tensioni sociali rispetto le quali la rivolta dei forconi del 2012 apparirebbe come una ragazzata. Che piaccia o no, questa è la situazione in essere: complessa, sfaccettata, ambigua, pericolosamente esposta sul piano finanziario. Perché lo stato sociale delle istituzioni locali, in tutta Italia, è legato ormai mani e piedi alla «carità» che le banche elargiscono. Carità a sua volta dipendente dai buoni affari del settore bancario.

Perché la fondazione non vende?
In questo scenario giunge la notizia che la Compagnia tarderà la vendita di parte del suo pacchetto azionario. Un’ottima notizia, almeno per chi punta ancora sul ricco sostegno che giunge da quelle casse. Perché accade questo? Si sussurra che vi sia una resistenza verso i compratori che si sono affacciati sul mercato. Chi? Gira il nome di Commerzbank, il colosso tedesco della finanza che – tra le altre cose – potrebbe mangiarsi entro breve tempo un altro gigante, questo però dai piedi di argilla: Deutsche Bank. Altre voci danno per certo l’interessamento del settore bancario cinese. In ogni caso, è certo che chiunque metterà le mani sul pacchetto azionario della Compagnia farà un buon affare. Il rallentamento deciso dai vertici della Compagnia, e quindi di Intesa Sanpaolo, e quindi del governo, mette in luce una realtà nascosta da tutti i mezzi di comunicazioni: le magnifiche sorti progressive della totale liberalizzazione del sistema bancario italiano, nonché il suo passaggio in mani straniere – si può ancora dire «straniere» – a forze multinazionali immensamente potenti, beh è visto come un pericolo da rallentare. Le norme prevedono questi passi, ma nel baratro è bene finirci il più tardi possibile.

Chi sta dentro a Intesa oggi?
Analizzare la composizione azionaria odierna di Intesa, e quella della San Paolo dei tempi che furono, è esercizio esemplare. La Banca San Paolo fu conosciuta come «la banca della Fiat»: oggi la Fiat, a Torino, e in Italia, è semi scomparsa. La graduale trasformazione di una solida banca del territorio, una banca di sistema, non una popolare – senza alcuna offesa ovviamente – in un ibrido multinazionale il cui secondo azionista, ancora per poco evidentemente, è il fondo speculativo statunitense Black Rock. Rispetto questo inesorabile processo, i cui vantaggi per l’economia italiana sono da trovarsi prettamente nelle tasche degli azionisti e non in quello dell’economia del territorio, su scala nazionale ovviamente, parrebbe che la dirigenza del primo azionista di Intesa, la Compagnia di San Paolo, abbia voluto porre un freno. Perché gli scenari che si aprono sono tutti molto inquietanti.

Alcune domande
Se la fondazione bancaria riceverà meno fondi scaturenti dal minor peso azionario come farà a mantenere gli investimenti sociali sul territorio? Dovrà operare sul mercato anch’essa aprendosi ai rischi della speculazione? Prassi, di per sé vietata. Quale relazione ci sarà tra la banca di sistema più importante d’Italia e l’industria italiana? Se al vertice della piramide si troverà un fondo speculativo, o una banca cinese e/o tedesca, quale principio verrà seguito? Con ogni probabilità quello del massimo profitto immediato. Una visione predatoria dello sviluppo, che poco si confà al reale bisogno di sviluppo dell’Italia. Sono domande scomode queste, che rimangono sotto traccia, subissate da una retorica che rende ciechi e sordi. Perfino quando i dubbi giungono dagli stessi apologeti dell’ideologia della globalizzazione.