16 dicembre 2019
Aggiornato 13:00
Verso un potenziamento del quantitative easing?

BCE pronta all'azione

Dall'inflazione di nuovo sotto zero al rallentamento dell'industria, dai prezzi alla produzione che sprofondano all'euro, la valuta condivisa schizzata al rialzo mentre le ipotesi di strette sui tassi della Fed vacillano.

BRUXELLES - Dall'inflazione di nuovo sotto zero al rallentamento dell'industria, dai prezzi alla produzione che sprofondano all'euro, la valuta condivisa schizzata al rialzo mentre le ipotesi di strette sui tassi della Fed vacillano: le argomentazioni a favore di un rafforzamento degli stimoli all'economia della Bce continuano a moltiplicarsi. Perché a dispetto di quanto assicurato appena un paio di settimane fa dal vicepresidente Vitor Constancio, «Le nostre misure stanno funzionando», le lancette dell'economia si muovono in una direzione opposta a quella che l'istituzione monetaria vorrebbe.

Quantitative easing
Lo sgradito andazzo ha iniziato a profilarsi già nei mesi passati, quando ai segnali di rallentamento delle grandi economie emergenti, Cina in testa, si aggiungevano i ribassi a loro legati di materie prime e petrolio. Difficilmente Eurolandia avrebbe potuto sfuggire a ricadute. E non a caso il presidente della Bce Mario Draghi ha cominciato già a inizio settembre, appena finita la pausa estiva, a preparare il terreno ad un potenziamento degli stimoli. Il quantitative easing targato Bce si basa su un piano di acquisti di titoli da 60 miliardi di euro al mese. Dovrebbe durare fino al settembre 2016, ma si potrà aumentarne la mole e la durata.

Pronti all'azione
Messaggio ripetuto e rafforzato poco più di una settimana fa, quando durante una audizione al Parlamento europeo Draghi ha chiarito che se le prospettive di inflazione dell'area euro, considerate già troppo basse, dovessero subire ulteriori aggravamenti «non esiteremo ad agire»«Agiremo - ha poi esplicitato meglio - se la volatilità creerà un inasprimento non voluto alle condizioni monetarie». Ed è proprio quello che rischia di verificarsi con l'euro in risalita. Negli scambi pomeridiani la valuta condivisa ha segnato uno scatto, portandosi repentinamente fin sopra 1,13 dollari dopo dati meno solidi del previsto dal mercato del lavoro Usa. A settembre sono stati creati 142 mila posti, invece dei circa 200 mila attesi e questo potrebbe frenare la Federal Reserve, la Banca centrale americana, nei suoi propositi di rialzo dei tassi sul dollaro prima della fine dell'anno. Tassi ufficiali più elevati tendono a sostenere la valuta di riferimento, e viceversa.

Effetto deprimente sull'inflazione
Il problema, per la Bce, è che il rafforzamento dell'euro speculare al calo del dollaro ha anche un affetto deprimente sulla già bassa inflazione. A settembre, secondo la stima preliminare di Eurostat, a causa delle flessioni del petrolio è ricaduta sottozero, con un meno 0,1 per cento. E i dati diffusi oggi sul fronte dei prezzi alla produzione, sempre dall'ufficio di statistica comunitario, non fanno presagire miglioramenti, anzi: ad agosto hanno segnato un pesante meno 0,8 per cento rispetto al mese precedente, che con ogni probabilità si farà sentire con spinte al ribasso sui prezzi al consumo dei mesi successivi. L'obiettivo di inflazione della Bce è indicato nella sua definizione di stabilità dei prezzi: crescita annua inferiore ma vicina al 2 per cento. Ma sul medio periodo, ossia su 18-24 mesi e non sul singolo mese. Quindi l'istituzione può anche tollerare derapate sottozero (peraltro previste) dovute ai cali dei prezzi dell'energia. Ma se questi ultimi, assieme al rallentamento della crescita globale dovessero mostrare effetti più stabilmente deprimenti sul caro vita di Eurolandia, allora come dice Draghi bisognerà «agire».

Segnali di rallentamento
E nel frattempo, segnali di rallentamento sono giunti anche dalle indagini sull'attività delle imprese, specialmente nel manifatturiero dopo una fase in cui invece l'unione valutaria sembrava resistere dalla frenata globale e degli emergenti. Nell'intervento tenuto nella notte passata a Washington, quando è stato insignito di una onorificienza, Draghi non ha fornito spunti particolari per l'immediato, limitandosi a notare che negli ultimi anni il quadro economico europeo è migliorato. Ma martedì 6 ottobre i banchieri centrali avranno una prima occasione di confrontarsi sulla situazione con il Consiglio direttivo non operativo, quello da cui non sono attese decisioni di politica monetaria. Ma due settimane più tardi, giovedì 22 ottobre in trasferta a Malta, il direttorio - che include tutti i governatori di banche centrali dell'area - terrà una riunione operativa. E a quel punto potrebbe decidere di inviare segnali per rafforzare o meno le attese dei mercati su un potenziamento del Qe, mentre forse è ancora prematuro attendersi che vari concrete misure in tal senso.

(con fonte Askanews)