13 novembre 2019
Aggiornato 03:30
Dal rapporto svimez al piano per il sud

Mezzogiorno e Fondi UE, cosa non funziona

I dati del Rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno parlano da soli: in tredici anni, dal 2000 al 2013, l'Italia è stato il Paese che e' cresciuto meno rispetto agli altri dell'area Euro. Addirittura meno della Grecia. Ecco perché, e di cosa avrebbe bisogno il Sud

ROMA - «Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l'assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all'area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente». Così il rapporto Svimez ha fotografato quest'anno la situazione del Mezzogiorno. Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha presentato la scorsa settimana il Piano per il Sud e vale davvero la pena approfondire le ragioni che hanno reso indispensabile un intervento mirato da parte dell'Esecutivo.

I dati del Rapporto Svimez
I dati del Rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno parlano da soli: in tredici anni, dal 2000 al 2013, l'Italia è stato il Paese che e' cresciuto meno rispetto agli altri dell'area Euro a 18. Addirittura meno della Grecia. Il Rapporto sottolinea infatti come la situazione italiana sia decisamente più critica al Sud rispetto al Nord, tanto che il primo - nel periodo in questione – è cresciuto addirittura la metà del paese di Syriza. La forbice tra il Pil pro capite del Centro-Nord e quello del Sud è tornato ai livelli del secolo scorso, e inoltre – prosegue il Rapporto Svimez – nel Meridione lavora solo una donna su cinque. Emblematica, per capire la portata del problema, è anche la ripartizione del rischio povertà, al quale nel 2013 era esposto in Italia il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud. L'origine del problema ha radici lontane, eppure chi fa un viaggio nel Sud del Belpaese non potrà fare a meno di notare numerosi cartelli sparsi qua e là per le regioni meridionali, che attestano l'impiego di fondi strutturali europei per la riqualificazione del territorio.

I POR hanno perso finanziamenti
I conti però, è proprio il caso di dirlo, non tornano. Negli ultimi anni si è verificata una ricentralizzazione delle risorse, particolarmente accentuata nel passaggio dal periodo 2007-2013 al 2014-2020. Le regioni del sud e delle isole sono passate da assegnazioni dedicate ed esclusive di oltre 7,7 miliardi di euro rientranti nella Programmazione Operativa Nazionale nel 2007-2013, a 4,7 miliardi di euro nel 2014-2020. Nel 2000-2006 i POR delle regioni del sud e delle isole pesavano per il 73,4% sulle risorse UE della Programmazione Regionale, mentre nel 2014-2020 per il 65,9%. Al di là della riduzione delle risorse, però, questo significa soprattutto avere il chiaro intento di concentrare gli investimenti per la crescita non necessariamente nelle aree dove la crisi si è fatta maggiormente sentire, ma soprattutto in quei territori dove le performance delle amministrazioni regionali sembrerebbero fornire maggiori garanzie di successo.

L'accentramento delle risorse non implica necessariamente l'efficienza
E' infatti in corso uno spostamento gestionale delle risorse verso il «centro», ma non è detto che questo accentramento dia luogo a un migliore efficientamento dei programmi operativi nazionali. Infatti, se da un lato è vero che in termini complessivi il surplus rendicontabile dei Programmi Nazionali e dei Programmi Operativi Interregionali (POIN) è superiore a quello dei Programmi Regionali, in termini di reale capacità di accelerare la spesa sui grandi investimenti – proprio quelli che dovrebbero di più contribuire al rilancio del Mezzogiorno - questo piccolo vantaggio competitivo si perde completamente perché – per fare un esempio tra tanti - nel mese di febbraio 2015 per quanto riguarda i progetti FESR 2007-2013 (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) con un costo rendicontabile UE superiore ai 50 milioni di euro, si contano tra Programmazione Nazionale e Interregionale 9 interventi con un avanzamento rendicontabile del 38,8%, mentre tra i POR i progetti sono 20, con un avanzamento rendicontabile medio del 57,1%. Non è detto perciò che un maggiore accentramento delle risorse implichi una maggiore efficienza nella gestione dei fondi strutturali. Dipende piuttosto dalla governance e in questo senso ogni regione è un caso a sé.

Cosa servirebbe al Mezzogiorno italiano
Come sostiene Walter Tortorella nel suo articolo pubblicato su sbilanciamoci.info, sembra quasi che l’obiettivo di far ripartire il Mezzogiorno a cominciare dai miliardi di euro dei Fondi strutturali abbia lo stesso effetto di un fumogeno lanciato in un campo di calcio: per un po’ non si vede dov'è la palla, ma c’è tanta gente che corre da tutte le parti. Invece di perdere tempo e risorse economiche tra la nebbia dei fumogeni, servirebbe allora piuttosto una diversa redistribuzione fiscale intra-statuale che assegni le giuste priorità su scala nazionale, altrimenti il rischio scissione (e con essa la definitiva consacrazione della condizione del Mezzogiorno da crisi ciclica in sottosviluppo permanente) sarà sempre più vicino. E servirebbe, magari, oltre al fiscal compact di cui si parla tanto, un sussidio di disoccupazione europea da inserisce nei Trattati. Oltre a misure automatiche di riequilibrio strutturale, senza dover ricorrere alla giostra dei fondi europei che, nonostante i soldi spesi e/o non spesi, ci consegna ancora una volta un Mezzogiorno italiano che è anche la maglia nera dell'Europa.