13 luglio 2020
Aggiornato 16:30
Se finiremo nelle acque inesplorate di Draghi

Grecia, il default degli economisti

Nell’epoca delle simulazioni matematiche sembra impossibile che il governatore della Bce confessi di non essere in grado di sapere cosa succederò con un eventuale Grexit. Gli economisti non spiegarono che cosa sarebbe successo con il nostro ingresso nell’euro, ma poi si sa che fine fecero i nostri stipendi. Intanto sarebbe ora di aprire un dibattito sul debito

ROMA - «Se la Grecia uscisse dall’Euro saremmo costretti a navigare in acque inesplorate». Per pronunciare questa profezia su che cosa accadrebbe se la Grecia uscisse dall’Euro Mario Draghi ha preso a prestito parole e toni certamente più vicini alle culture esoteriche che a quelli delle evidenze matematiche.

BRUXELLES HA PERSO LA BUSSOLA - Detto con parole più terra terra quella del presidente della Bce è stata più che una ipotesi una confessione. E’come se avesse ammesso «qui nessuno ci capisce più niente». Avere scoperto le carte sul tavolo va a tutto merito dell’onesta intellettuale di Draghi (al quale va riconosciuta la consapevolezza che l’unico strumento a disposizione per mettere una toppa ai buchi dell’Eurozona era inondare il mercato di Euro) e può confortarci dal punto di vista etico, ma rafforza ancora di più l’ansia di chi ha ormai chiaro che a Bruxelles da tempo hanno perso la bussola e che anche il condottiero più capace non sa più che pesci prendere.

GLI ECONOMISTI E LE TRE SCIMMIETTE - «Io mi chiedo come sia stato possibile che dei governi moderni, responsabili, pieni di ottimi cervelli, non siano riusciti ad evitare che si andasse a finire in una situazione così drammatica», ha scritto su «La Repubblica» Jean-Paul Fitoussi, uno degli economisti più ascoltati di Francia. Con tutto il rispetto per Fitoussi c’è da chiedersi con quale coraggio gli economisti, gli studiosi dell’economia, possano sottrarsi dalle loro responsabilità su quanto sta accadendo alla Grecia, all’euro, all’Europa. Intanto Fitoussi fa una premessa, nell’esprimere la sua meraviglia, che spiega bene quale sia l’origine della confusione in cui si dibattono i cosiddetti esperti: egli parla infatti di «governi moderni, responsabili, pieni di ottimi cervelli» come se non sapesse che ci troviamo davanti ad un manipolo di politicanti preoccupati soltanto di non intaccare il loro tesoretto elettorale, e la poltrona su cui siedono. Come se non sapesse che Angela Merkel, quando era ancora possibile salvare la Grecia con sacrifici ridotti, si è solo preoccupata della propria rielezione e di salvare le proprie banche. Con l’avallo della Francia.             

MEGLIO UN TERZO CHE NIENTE - «C’è una teoria economica di base , che viene insegnata alla scuola media, che dice che quando hai un forte credito non ha senso accanirsi sul debitore per spillargli per intero quanto dovuto, perché così si finisce con l’ottenere niente. Bisogna per forza di cose negoziare per recuperare almeno la metà o due terzi, o un terzo che sia», spiega Jean- Paul Fitoussi, quando riprende a ragionare. E alla teoria da terza media che espone non si può dare torto. Ma dove erano gli economisti della sua fama quando c’era da aprire gli occhi dei politici dei vari paesi oscurati dalle brame elettorali e dalla avidità delle banche? Dove erano quando c’era da urlare ai quattro venti che indebitarsi, ma anche concedere finanziamenti a quattro mani, prima o poi avrebbe portato al disastro? L’unica voce che si alza per misurare una economia nel frattempo diventata planetaria, è quella delle agenzie di rating, le quali, guarda caso, a loro volta sono controllate dalle banche.

SI SIMULA TUTTO, MENO CHE LA MONETA - Il risultato è che nell’epoca delle simulazioni, dei modelli matematici che ci dicono come e perché nascono o muoiono astri lontani anni luce da noi, è impossibile sapere al centesimo che cosa può accadere a stipendi, pensioni, produzione, importazioni ed esportazioni, se da una moneta si passa ad un’altra. Intanto si potrebbe cominciare a fare il cammino inverso e misurare quello che è successo quando si è passati dalle monete nazionali all’euro. Per quanto riguarda l’Italia ormai è ormai fuori discussione che il cambio per passare dalla lira alla moneta europea fu da capestro a danno delle famiglie italiane. Il resto lo fece la politica, proteggendo coloro che erano in grado di modificare il cartellino dei prezzi a discapito di chi aveva un salario o uno stipendio. Dove erano gli economisti ad avvertire gli italiani che un reddito da due milioni e seicento mila lire avrebbe avuto una capacità di acquisto dimezzata rispetto ad un reddito trasformato in mille e trecento euro?

UN DEBITO DA INCUBO - Dove erano gli economisti quando c’era da spiegare agli italiani che i rapporti di forza si sarebbero invece capovolti (rispetto al potere di acquisto) quando si fosse passati a valutare il debito? Quando l’Italia è entrata nell’Euro aveva sul groppone due milioni di miliardi di lire di debito. Era una cifra astronomica, ma con il concorso delle svalutazioni ancora abbordabile. Tanto è vero che per entrare nell’euro ci fu chiesto di far scendere il rapporto debito/pil da 120 a 110, e ci riuscimmo. Ora il nostro debito ammonta a circa 2 mila e 200 miliardi di euro. Non è una cifra astronomica, è da incubo. Non riusciranno a pagarla i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri pronipoti. Per quanti secoli ancora gli italiani dovranno togliersi dalle tasche 80 miliardi l’anno, frutto del loro lavoro, per pagare gli interessi su un debito che resterà lì, fisso e immobile per l’ eternità? Quanto del denaro che ci hanno prestato (Il 60 per cento del nostro debito è in mano a banche, istituzioni e privati italiani) lo abbiamo già restituito attraverso gli interessi? E’ questo che vorremmo che ci spiegassero gli economisti. Altro che appellarsi ai «governi moderni, responsabili e pieni di ottimi cervelli».