28 febbraio 2020
Aggiornato 06:30
Atene non pagherà le rate di giugno al FMI

La Grecia deve uscire o no?

Le casse di Atene sono vuote e il governo greco ha dichiarato in diretta tv l'annuncio del default. Bruxelles tace, ma cos'accadrebbe se dopo il fallimento annunciato la Grecia uscisse dall'Eurozona?

ROMA – Il governo greco ha dichiarato ufficialmente che non pagherà la rata in scadenza a giugno al Fondo Monetario Internazionale. Il ministro dell’Interno greco, Nikos Voutsis, ha affermato in un’intervista alla tv nazionale che: «Le quattro rate per l’Fmi valgono un miliardo e 600 milioni: questo denaro non sarà versato e non ce n’è da versare». Si tratta di una dichiarazione scioccante, perché equivale a un default annunciato, e non ci aspettavamo che cadesse nel vuoto come un qualsiasi «al lupo, al lupo!».  Perfino più allarmante del fallimento della Grecia ci sembra infatti il silenzio tanto assordante quanto sibillino di Bruxelles: o l’Europa non prende più sul serio il governo greco, oppure l’ipotesi del Grexit è stata già digerita. Ma cos’accadrebbe se uno stato dell’Unione uscisse davvero dall’Eurozona?

Cos’accadrebbe se uno stato membro uscisse dall’Eurozona
Chi è favorevole all’exit ritiene che sarebbe meglio lasciare la "gabbia europea" e tornare alle valute nazionali, perché la svalutazione del tasso di cambio migliorerebbe la bilancia commerciale. La faccenda, però, è ben più complessa di così e l’uscita di un paese dall’Eurozona creerebbe dei problemi non indifferenti sia alla sua economia nazionale che a quella internazionale. Vediamo perché. Innanzitutto, una svalutazione del tasso di cambio non si rivela sempre una strategia vincente: è vero che, in linea di principio, favorisce l’export poiché i prezzi delle sue merci si fanno più concorrenziali; ma ciò si verifica solo se vengono rispettate alcune condizioni fondamentali.

La condizione di Marshall-Lerner
Perché una svalutazione abbia effetti positivi sulla bilancia commerciale deve essere rispettata la condizione di Marshall-Lerner: significa, in termini semplici, che ci deve essere una forte reattività delle esportazioni al variare del prezzo delle merci, e questa deve essere maggiore rispetto a quella delle importazioni. Se non è così, una svalutazione è controproducente per l’economia nazionale. Inoltre, le imprese nazionali non devono aumentare i prezzi dei loro prodotti, altrimenti il vantaggio economico della svalutazione sarebbe fagocitato dall’incremento di profitto di queste imprese lasciando immutata la bilancia commerciale. Serve, perciò, un governo forte che assicuri il rispetto delle regole da parte di tutti gli operatori economici.

I costi della transizione
Il ritorno alla valuta d’origine implica poi dei costi molto elevati per la sua ri-messa in circolazione:  l’istituto Bertelsmann stima che il ritorno alle monete nazionali potrebbe causare una perdita secca di 1200 miliardi di euro al sistema economico europeo, tra il 2013 e il 2025.  C’è da aggiungere che l’uscita di un paese dall’Eurozona non sarebbe certamente ben vista dagli altri stati membri, che imporrebbero probabilmente dazi o barriere tariffarie per combattere la sua concorrenza, facendo peggiorare l'economia del continente. L’UBS stima che il paese «uscente» potrebbe subirebbe nel giro di un anno un crollo del 50% del volume del suo commercio con gli altri stati europei: trovandosi così con un sistema economico da ricostruire osteggiato dal suo «vicinato».

Il default della Grecia fa tremare l’Unione europea
Un discorso a parte è il caso del default: quello della Grecia, o di un altro dei paesi membri, creerebbe gravi problemi alle banche esposte nei suoi confronti e all’intero circuito bancario europeo, rischiando di determinare un effetto domino in grado di sconvolgere l’economia europea e da minare le fondamenta dell’Unione. L’ipotesi del Grexit dunque non è così facilmente percorribile, se non si accetta di sborsare per essa un prezzo piuttosto alto: siamo così sicuri che Tsipras e Bruxelles siano disposti a pagarlo?