20 febbraio 2020
Aggiornato 23:00
Un miliardo per rimettere in pista aziende decotte

Proibito fallire, arriva il lazzaretto delle imprese

Se avete un'azienda con «temporanee difficoltà patrimoniali e finanziarie, ma con buone prospettive industriali ed economiche», e almeno 150 dipendenti, il governo ha pensato a voi mettendo sul piatto 1 miliardo di euro a partire da aprile per il vostro «riequilibrio finanziario e il consolidamento industriale». Saranno dati a una nuova società per azioni (Spa), che ricorda tanto la vecchia Gepi

ROMA – Se avete un'azienda con «temporanee difficoltà patrimoniali e finanziarie, ma con buone prospettive industriali ed economiche», e almeno 150 dipendenti, il governo ha pensato a voi mettendo sul piatto 1 miliardo di euro a partire da aprile per il vostro «riequilibrio finanziario e il consolidamento industriale». La cifra di mille milioni poi è solo l'inizio, una «buona base di partenza», come l'ha definita il viceministro allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, in un'intervista al Sole 24 ore.

LO STATO C'È, MA NON DIRETTAMENTE - La misura varata da palazzo Chigi è stata resa pubblica il 20 gennaio scorso, a termine dell'ultimo Consiglio dei ministri. Inserita nel cosiddetto «investment compact», ha in cantiere la costituzione di una nuova società per azioni (Spa), dove il capitale sarà interamente sottoscritto da investitori istituzionali e privati attraverso l’emissione di azioni, alcune delle quali potranno godere anche della garanzia dello Stato. Insomma sarà l'ennesima società mista con tanto pubblico, e si spera qualche «capitano coraggioso» privato. In realtà De Vincenti ha provato a negare un ritorno alle vecchie e disastrose (per le casse dello Stato) Iri o Gepi (quella che si accollò qualcosa come 25mila esuberi di imprese private, da Fiat a Montedison), spiegando che «non c'è lo Stato nell'operazione, ma potranno esserci soggetti partecipati dallo Stato che sono comunque operatori di mercato».

CI SARÀ CASSA DEPOSITI E PRESTITI - La prima della lista fra le partecipate che dovrebbero entrare in questa Spa è Cassa depositi e prestiti, che per il viceministro è «sicuramente un possibile candidato». Infatti per agevolare l'ingresso dell'Ente guidato da uno dei «reduci» della Prima Repubblica il fu socialista Franco Bassanini, (che in bilancio ha fra le altre cose i libretti postali degli italiani) e dei suoi quasi 20 miliardi di patrimonio netto, sono state inserite fra le righe del provvedimento le paroline magiche «ristrutturazione, sostegno e riequilibrio» di imprese gravate da «temporanei squilibri patrimoniali e/o finanziari», che possono essere sorpassati con la «ridefinizione della struttura finanziaria» ma anche grazie a una «adeguata patrimonializzazione o interventi di ristrutturazione». Senza queste precisazioni la Cassa ne sarebbe stata esclusa, perché tenuta investire in aziende in utile (corrente e prospettico).

UN AIUTINO PER L'ILVA? - In molti hanno visto nella creazione di questa nuova società e del relativo impiego di fondi della Cassa depositi e prestiti un «aiutino» per l'Ilva di Taranto, che dovrebbe affittare o dare in gestione i propri impianti alla neonata Spa. Anche su questo punto è arrivata l'esplicita conferma da parte del viceministro: «Se ci sono le condizioni si interverrà: dobbiamo aspettare le scelte dell'amministrazione straordinaria, per esempio se si procederà a una cessione o a un affitto del ramo di azienda. In quest'ultimo caso - ha detto De Vincenti - la Spa non potrebbe investire direttamente ma solo in una newco appositamente creata per affittare gli asset produttivi dell'Ilva». Che nei piani dell'esecutivo Renzi ci sia una newco per l'Ilva ormai è cosa assodata. Lo ha chiarito il consigliere per l'Ilva di Palazzo Chigi, Andrea Guerra, in audizione al Senato del 20 gennaio scorso, dove ha precisato che si tratterà«inizialmente» di una società «al 100% di patrimonio pubblico». Insomma lo Stato nazionalizzerà gli impianti che furono già suoi dal 1921 al 1988, in attesa che Guerra riesca «nel tempo a formulare una soluzione in cui ci siano anche investitori privati, operatori specializzati. Non penso all'ingresso di industriali ma operatori specializzati nel turnaround». Ma con la nuova Spa di De Vincenti, specializzata proprio in risanamento di aziende in crisi (turnaround), la soluzione sembra essere stata trovata ed è quella auspicata nella lettera inviata dall'ex patron dell'Ilva, Cluadio Riva, al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al Commissario straordinario Piero Gnudi e alla ministra per lo Sviluppo Economico, Federica Guidi. Nella missiva l'industriale infatti chiedeva al governo di agire con «uno schema d’intervento, pubblico-privato».

L'ENNESIMO LAZZARETTO? - Nel caso non si trattasse di uno stanziamento di fondi ad hoc per l'Ilva, la nuova Spa salva-imprese del governo potrebbe correre il rischio di essere uno dei tanti carrozzoni semi-pubblici in concorrenza con altre strutture partecipate, come la Invitalia, che ha fra i suoi obiettivi anche quello di gestire crisi industriali e rilanciare aree in difficoltà, come quello di attirare investimenti esteri. Le stesse cose che dovrebbe fare la nuova Spa targata De Vincenti. E dire che Invitalia di investimenti esteri ne ha fatti arrivare parecchi nell'ultimo biennio, circa 400 milioni di euro, facendo approdare sul territorio nazionale multinazionali come Rolls Royce, Unilever, Sasol, Enterra, Vodafone e Bridgestone. Saprà farlo anche la salva-imprese uscita dall'ultimo Consiglio dei ministri, o si trasformerà nell'ennesimo lazzaretto all'italiana? Le rassicurazioni anche in questo caso non sono mancate, con il viceministro che ha chiosato: «Pensiamo a interventi su aziende in difficoltà, non decotte. Si tratta di interventi a termine, con un limite temporale che alla fine abbiamo deciso di demandare allo statuto della Spa: una volta risanata l'azienda, si esce dal capitale». Per attrarre gli investitori, le azioni di questa newco saranno suddivise in due categorie. La prima con garanzia da parte dello Stato, prevede che gli azionisti riversino una non specificata quota degli utili al garante. Chi invece vorrà accollarsi il rischio che di utili non ce ne siano, avrà «voto maggioritario nella Assemblee sociali». Infine è previsto che la newco possa restare nelle partecipate per 7 anni, prorogabili a 10, e che distribuisca almeno due terzi degli utili prodotti. Ad oggi però sembra difficile spiegare a un investitore privato perché dovrebbe decidere di credere in una società che non ha chiare crisi aziendali a cui porre rimedio, se non l'Ilva per esplicita ammissione di De Vincenti, e dove le decisioni ultime sembrano dipendere dai palazzi del potere romano.