17 febbraio 2020
Aggiornato 19:30
La Bce deve ancora decidere se escludere la Grecia dal Qe

La Merkel difende Draghi, ma i suoi falchi sono pronti a colpire

Per non deludere i mercati e far schizzare gli spread come nel 2012, il 22 di gennaio Francoforte dovrà annunciare il piano di quantitative easing con l'acquisto di titoli di Stato. Anche Berlino sarebbe venuta a più miti consigli, ponendo una clausola: i rischi andranno divisi, fifty-fifty, fra Eurotower e Banche centrali nazionali

ROMA – Anche se economica, la Banca centrale europea (Bce) fa, ha fatto e continuerà a fare, politica. E la politica si sa, è fatta di mediazioni altrimenti scoppiano i conflitti, che come diceva lo stratega prussiano Carl von Clausewitz sono la continuazione della politica con altri mezzi. Questo giovedì si riunirà il Consiglio direttivo della Bce e i componenti del board dovranno prendere una decisione che scontenterà sicuramente qualcuno: avviare o meno il tanto atteso piano di quantitative easing, che comprenda anche l'acquisto di titoli di Stato da parte dell'Eurotower come più volte auspicato dal governatore Mario Draghi.

IL FANTASMA DEGLI SPREAD - La mediazione fra la netta opposizione della Germania, spalleggiata dal Lussemburgo, e quella del numero uno di Francoforte, che ha incassato il placet anche di falchi come il il presidente della Banca d'Austria e membro del Consiglio direttivo Bce, Ewald Nowotny, appare inevitabile. Da settimane infatti i mercati finanziari, ai quali un'iniezione di liquidità fresca fa sempre piacere, hanno scommesso sul fatto che il quantitative easing ci sarà. La riprova sta nei titoli di Stato dell'area euro (anche dei Paesi più indebitati come Italia e Francia), che hanno visto i loro rendimenti scendere sotto i minimi storici senza che l'Eurotower spendesse, o meglio stampasse un solo euro. Uno strappo troppo forte alla linea di Draghi comporterebbe reazioni furiose, con un probabile ritorno agli spread impazziti del 2012. In quel caso però, il numero uno di Francoforte non potrebbe più dire, ed essere creduto come allora, di voler fare di tutto per salvare l'euro e qualcuno dalla moneta unica rischierebbe davvero di uscire, Grecia in primis. Sempre che Berlino non stia coltivando il piano di creare un super marco al quale federare i «virtuosi» Paesi del nord europa, ma questa ad oggi è ancora fantapolitica.

IL COMPROMESSO DEL 50-50 - La posizione della Germania è chiara: se la Bce comprerà emissioni sovrane, il rischio default dei vari Paesi dei quali ha acquistato il debito ricadrà su di lei e non più sulle Banche centrali nazionali. Questo significherebbe, sempre secondo Berlino, che i Paesi meno attenti alle politiche di bilancio potrebbero abbandonare il piano di riforme strutturali (leggi austerità) perché le maggiori spese sarebbero coperte da «mamma Europa». Il rischio «cicala» ricadrebbe su Francoforte in percentuale pari all'ammontare di titoli nazionali raccolti. Ed è proprio sul tema delle percentuali che in molti si aspettano una mediazione in seno all'Eurotower. In sostanza, come ha ipotizzato il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino è pronta ad accettare il piano di quantitative easing con un «ma»: i rischi andranno divisi, fifty-fifty, fra Bce e Banche centrali nazionali così da renderle, se non del tutto, almeno corresponsabili. Nei giorni scorsi poi, la posizione del governo tedesco aveva perso un altro importante appiglio: il passato programma Outright monetary transactions (Omt) sugli acquisti di emergenza di titoli di Stato che Draghi avrebbe voluto varare nel 2012, non rappresentava «aiuti agli Stati», come ipotizzato dalla Germania, ma «politica monetaria», della quale la Bce ha la «competenza esclusiva». Questo almeno secondo l'avvocato generale presso la Corte di giustizia europea, Cruz Villalon, alla quale era ricorsa Berlino.

IL FRONTE ANTI AUSTERITÀ - Dall’altra parte in seno all'Unione molti Paesi, Italia in testa, hanno fatto pressioni perché venisse sorpassata l'impostazione di sola austerità tanto cara a Berlino e si incominciasse ad affrontare la questione crescita, fatta di riforme in cambio di meno vincoli e più investimenti. Anche su questo fronte la mediazione c'è stata. L'Italia è stata lodata dalla Commissione europea per le riforme che ha messo in cantiere e l'esecutivo comunitario ha sancito nelle «linee guida per incoraggiare riforme strutturali e investimenti», che gli Stati membri potranno operare «temporanee deviazioni» ai bilanci, ma senza toccare il limite del 3 per cento sul rapporto deficit-Pil, contenuto nel patto di Stabilità e crescita. Per quanto riguarda gli investimenti, il governo dell'Ue ha deciso di lanciare il piano Junker da 315 miliardi, mettendone sul piatto però solo 21. Il resto dovrà arrivare dagli Stati, che non vedranno conteggiati nel limite del 3% i fondi destinati al Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsmi) o da privati.

PERCHÈ SERVE IL BAZOOKA - Oltre alle questioni politiche poi, ci sono le ragioni economiche che hanno spinto Draghi a chiedere a gran voce il piano di quantitative easing. Secondo il numero uno di Francoforte, visti i tassi ai minimi, l'Eurotower non ha la facoltà di creare moneta in maniera «convenzionale» per stimolare l'economia e combattere, se non la deflazione un'inflazione ben al di sotto del 2% verso la quale dovrebbe farla tendere. E qui entra in gioco il «bazooka» del governatore, quello strumento «non convenzionale», che affiancato a «riforme strutturali» e a «un piano di investimenti», tutte parole di Draghi, che dovrebbe far tornare il Vecchio continente sul sentiero della crescita abbandonato. Il bazooka poi, per avere un impatto, dovrà avere una grande capacità di fuoco e quindi prevedere acquisti per almeno 500 miliardi di euro, anche se molti sperano in qualcosina in più.

ALMENO 500 MILIARDI - La cifra di 500 miliardi è verosimile, in quanto più volte il governatore della Bce ha dichiarato di voler far salire il bilancio dell'istituzione di mille miliardi di euro rispetto al 2012, che intanto è tornato a scendere sotto quota 2mila 200 miliardi (al 9 gennaio è pari a 2168 miliardi). Francoforte ha già immesso sul mercato 212, 4 miliardi con le prime due Targeted long term refinancing operation (Operazione di rifinanziamento mirata a lungo termine, Tltro) e ne ha previste altre 6 da 50 miliardi ciascuno per un totale di 300 miliardi. A questi bisogna sottrarre però 285 miliardi dei precedenti Long term refinancing operation (Ltro), che andranno in scadenza portando a quota 227 miliardi la liquidità proveniente dai Tltro. Dal lato delle somme invece, sono da conteggiare gli acquisti in corso di covered bond (31,29 miliardi già acquistati) e di Asset backed securities (Abs, già comprati 1,79 miliardi), che secondo gli analisti più ottimisti dovrebbe aggirarsi intorno ai 250 miliardi. Per arrivare a quota mille quindi, ne servirebbero altri 500.