27 ottobre 2020
Aggiornato 04:00
Crisi greca

L'ipotesi Grexit spaventa i greci che smettono di pagare le tasse

In attesa delle elezioni del prossimo 25 gennaio, e dei possibili contraccolpi che queste potrebbero avere sulle finanze di Atene, i contribuenti hanno smesso di versare le imposte e hanno incominciato ad accumulare euro. La paura è che si torni a una debolissima dracma, con un'inflazione galoppante

ATENE – In attesa delle elezioni del prossimo 25 gennaio, e dei possibili contraccolpi che queste potrebbero avere sulle finanze di Atene, i contribuenti greci hanno smesso di versare le imposte. Insomma nel caso si avverasse la tanta temuta «Grexit», l'uscita del Paese dall'Unione europea e quindi dalla moneta unica, i cittadini ellenici stanno cominciando ad accumulare euro.

A GENNAIO -75% ENTRATE FISCALI - Come ha riportato il quotidiano greco conservatore Ekhatimerini (in base ai dati forniti dal ministero delle Finanze), nel 2015 il Fisco del Paese ha visto un tracollo delle sue casse calcolabile intorno al 75%, rispetto allo stesso periodo del 2014. In realtà la discesa delle entrate fiscali aveva già preso il via il mese precedente (-50% sui mesi precedenti e -20% sullo stesso periodo del 2013), non appena era diventato chiaro che si sarebbe andati ad elezioni anticipate. Il giornale greco vicino alle posizioni del premier uscente, Antonis Samaras, ha scritto che il Paese come lo conosciamo oggi potrebbe «non esistere tra due settimane», perché «la maggior parte dei contribuenti ha deciso di ritardare i versamenti delle tasse, considerate le posizioni dei due principali partiti in cima alla lista dei sondaggi elettorali, che sono diametralmente opposti. Syriza, il partito del leader Tsipras, ha promesso infatti di cancellare l’ENFIA (tassa sulla proprietà) e anche di svalutare i crediti inesigibili, mentre Nuova Democrazia riconosce le difficoltà dei cittadini ma non solleva questioni che potrebbero generare problemi e avere conseguenze fiscali».

EUROGRUPPO, LAVOREREMO CON CHIUNQUE VINCA - Nei giorni scorsi invece da Bruxelles sono arrivate rassicurazioni agli elettori di Atene, con il presidente dell'Eurogruppo (centro di coordinamento europeo che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze degli Stati aderenti all'euro), Jeroen Dijsselbloem, che ha assicurato di voler lavorare insieme a «chiunque sia al prossimo governo». Il ministro dell'Economia olandese però ha invitato la Grecia a non abbandonare la via del risanamento di bilancio. Dijsselbloem rivolgendosi a un gruppo di giornalisti a Tokyo, ha detto che la tornata elettorale «non turba le nostre politiche. Non turba la nostra cooperazione con i greci. Se i greci rispettano la parte di loro competenza dell'accordo...siamo preparati a fare di più, se necessario». Poi ha aggiunto che «molto è stato già fatto» per sostenere Atene. Il successore di Junker ha continuato: «È cruciale...che la Grecia torni a essere finanziariamente ed economicamente indipendente. Tutti i politici, tutti i governi lavorano all'interno dei vincoli che si hanno. Se non hai denaro a sufficienza che entra, non puoi spenderlo. Se non riesci a trovare chi concede prestiti per finanziare il tuo bilancio, allora non puoi spendere il tuo bilancio». In conclusione del suo ragionamento Dijsselbloem ha fatto notare poi che a marzo scadrà il piano di salvataggio varato da Commissione europea, Fondo monetario internazionale (Fmi) e Banca centrale europea (Bce): «Sono stati realizzati molti sforzi, specie dal popolo greco. La ripresa sta iniziando. Sarebbe un grosso spreco se dovessimo permettere che la ripresa sia persa di nuovo».

MINISTRO FINANZE GRECHE, USCITA DA EURO NON E' BLUFF - Meno ottimista il ministro delle Finanze greche, Gikas Hardouvelis, che ha ipotizzato che il suo Paese possa «uscire» dall'euro a causa di un «incidente». Il ritorno alla dracma «non è necessariamente un bluff. Potrebbe accadere un incidente. L'idea - ha detto a Bloomberg TV - è di evitarlo». Comunque ha poi rassicurato l'economista e banchiere «la responsabilità trasforma chiunque guidi il Paese. Il problema è quanto velocemente, perché la Grecia non ha tanto tempo. I greci sanno molto bene che vogliono restare nell'area euro, capiscono che l'euro porta molti benefici e assicura un futuro».

MOODY'S, AD ATENE CONVIENE LA DRACMA - Per Moody's invece l'ipotesi «Grexit» sarebbe addirittura auspicabile per Atene, almeno nel lungo termine, quello in cui scherzava l'economista J. Maynard Keynes «saremo tutti morti». L'agenzia di rating infatti ha scritto: «La crescita della Grecia potrebbe superare quella del resto dell'area euro». Anzi ha proseguito Moodys nella sua azzardata analisi, questa ipotetica crescita dell'economia ellenica sancirebbe la fine definitiva dell'euro, in quanto «potrebbe innescare dibattito su ulteriori fuoriuscite». Tornando con i piedi per terra, Moody's ha poi precisato che nel breve periodo la fuoriuscita della Grecia dalla moneta unica causerebbe «danni rilevanti» alla sua economia, che potrebbero essere in parte bilanciati dalla debolezza della sua valuta nazionale, che faciliterebbe le esportazioni.

I COSTI DELLA SOVRANITA' MONERTARIA - Bisogna però ricordare che Atene non può, in base ai trattati vigenti, uscire solo dall'euro. Nel caso volesse tornare ad esercitare la sovranità monetaria e quindi a stampare moneta, l'unica opzione sul tavolo sarebbe quella di recedere dall'Ue e quindi abbandonare il mercato unico comunitario (come previsto dall'articolo 50 del trattato di Lisbona). La conseguenza sarebbe quella di dover convincere il resto del mondo ad accettare pagamenti in dracme per i beni importati, che viste le esigue finanze del Paese potrebbero apparire come carta straccia. Anche nel caso trovasse qualcuno disposto a comprare i suoi titoli di Stato ed incamerasse valuta estera poi, sarebbe obbligata a pagare tassi di interesse stratosferici per renderli attrattivi a investitori in cerca di rischi, e di possibili ma per nulla certi, guadagni elevati. L'accesso alle linee di finanziamento internazionale invece le sarebbe precluso. L'ipotesi Grexit infatti si basa proprio sull'ipotesi che la Grecia si rifiuti uniliaterlamente di pagare, in toto o in parte, il suo debito estero accumulato con la Troika (21 miliardi, di cui 6 di interessi e 8,4 miliardi in capitale da restituire al Fmi). In tal caso il Fmi, ma anche la Banca mondiale, non avrebbero nessun interesse a prestare ad un Paese che sanno non restituirà quanto ottenuto e non farà le riforme richieste. Infine Atene dovrebbe fare i conti con lo spettro di ogni Paese con valuta debole: l'inflazione galoppante, con prezzi che potrebbero schizzare alle stelle da un giorno all'altro. Goldman Sachs ha calcolato che la svalutazione della dracma contro l’euro potrebbe toccare il 45% nei primi 365 giorni, per poi attestarsi intorno al 30% nei 10 anni successivi.

AD ATENE SERVE PIU' TEMPO - Comunque vadano le cose, per la Grecia sarà difficile onorare i suoi impegni con i creditori, rebus sic stantibus. A marzo dovrà restituire 1,5 miliardi a marzo ed altri 4,5 ad aprile. Il problema è che se a novembre 2014 il Paese era riuscito nell'impresa di risparmiare 3,57 miliardi, a fine anno la cifra si era già ridotta a 1,93. Per questo motivo anche il governatore della Banca centrale francese, Christian Noyer in un'intervista esclusiva per Handelsblatt, ha invitato l'Ue a concedere più tempo ad Atene, spiegando che sarebbe «appropriato» sia per le istituzioni e i governi comunitari, ma anche per il Fmi estendere le scadenze. Il banchiere però ha ricordato che «una qualsiasi ristrutturazione del debito è sempre molto costosa in termini di fiducia. E' davvero qualcosa che uno vuole usare come ultima risorsa e nella maniera più amichevole possibile con i finanziatori».