15 novembre 2019
Aggiornato 18:30
Presentato il piano industriale

Gli speculatori e la Cgil uniti contro la FCA

Nel giorno in cui Marchionne annuncia il lancio di nuovi modelli, la ripresa degli investimenti, e la garanzia per gli occupati, la Camusso tace, Landini attacca, e la Borsa fa perdere l11,7 per cento al titolo.

Sergio Marchionne
Sergio Marchionne ANSA

Ci sarà pure un nesso se le reazioni del sindacato che da anni ha rotto con la Fiat (per la verità ampiamente ripagato), e il mercato azionario, hanno reagito con eguale scompostezza alla notizia che il primo gruppo industriale presente sul territorio ha deciso di aprire una nuova pagina della sua storia e che in questa pagina l’Italia e Torino hanno ancora un ruolo da protagonisti.

Sì il nesso c’è, ed è riassumibile in quello slogan che nel ’68 era il grido di battaglia di ogni utopia.

«Vogliamo tutto e subito» era allora la bandiera di chi riteneva che bastassero i proclami per dare una svolta alla società.

«Vogliamo tutto e subito», è ancora il credo di due mondi che ben poco dovrebbero avere in comune, e invece si ritrovano appaiati nello scagliarsi a testa bassa contro un  gruppo industriale che ancora occupa decine di migliaia di lavoratori in Italia, per di più nel momento in cui questo gruppo si prende l’impegno di investire di più, produrre di più, occupare di più.

Diciamo che la risposta della Borsa è vagamente più comprensibile di quella della Cgil.

Il mercato azionario italiano è stato sempre caratterizzato da una forte identità speculativa, non ha forza propria, vive di luce riflessa e raramente ha svolto il ruolo di propulsore dell’economia reale come, invece, nella storia hanno assunto Wall Street e Londra nei loro momenti più prolifici.

Quindi non c’è molto da meravigliarsi se, dopo aver fatto salire il titolo quando la Fiat spostava il suo baricentro da Torino e accedeva a piene mani alla cassa integrazione, gli speculatori si precipitino a monetizzare i loro guadagni proprio quando Marchionne mette la faccia su un progetto, da qui al 2018, con un investimento totale sul prodotto industriale quantificato intorno ai 50 miliardi.

«La Fiat vuole mettere tutti questi soldi nell’automobile?Vuole restare in Italia e fa un programma di medio-lungo periodo? Ma nel 2018 beato chi avrà un occhio. Via, via scappiamo di corsa dal titolo», avranno pensato gli gnomi allo zafferano di Piazza Affari. Risultato, le azioni Fca sotto di11,7 punti e in un giorno una perdita secca per Marchionne di 1miliardo e duecento milioni di patrimonializzazione.

La mancata realizzazione di «tutto e subito» fu anche all’origine del mancata firma della Cgil sul contratto aziendale (che invece sottoscrissero separatamente Cisl e dalla Uil) e la conseguente fuga da ogni dialogo con l’azienda che, per la verità, non mancò di aggiungere i propri errori ricorrendo ad un eccesso di autoritarismo.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Marchionne ha portato a compimento il miracolo della Crysler ed ora mette sul tavolo del grande palcoscenico americano la resurrezione dell’Alfa Romeo, e la conferma di Maserati e Ferrari per raggiungere l’obiettivo di 7 milioni di auto prodotte.

Che cosa avrebbero fatto i sindacati tedeschi davanti a questo scenario? Come componenti del consiglio di amministrazione avrebbero discusso e messo a punto il piano insieme a Marchionne.

Negli Stati uniti il potente sindacato dei metalmeccanici avrebbe contrattato contropartite e compensazioni quando il piano avesse prodotto i suoi frutti.

Che cosa ha fatto Maurizio Landini, leader della Fiom? Ha messo sotto accusa il Congresso della Cgil per avere applaudito Bonanni della Cisl, reo di avere firmato a suo tempo il contratto separato con la Fiat. Poi si è lanciato in una guerra contro Susanna Camusso tutta interna agli equilibri di potere del sindacato.

Da parte sua, quale è stata la risposta a Marchionne di Susanna Camusso? Un assordante silenzio sulla Fiat, per riservare tutto il fiato di cui dispone per accusare Matteo Renzi di attentare alla democrazia.

Innovazione, ricerca, credito, produttività, modernizzazione, globalizzazione? Tutto immolato dal leader della Cgil sull’altare di una spasmodica lotta per arginare le tentazioni di  «autosufficienza del governo».

Anche se da ora in poi dovrà dedicare molto del suo tempo ad arginare anche le manovre di autosufficienza dalla sua leadership anticipate nella spaccatura ufficializzata dai documenti finali del Congresso della Cgil, presentati dalla Fiom di Maurizio Landini e dall’ala radicale guidata da Giorgio Cremaschi.