15 dicembre 2019
Aggiornato 01:30

Milan, in tanti hanno sbagliato: ecco tutti i colpevoli

È partita la caccia al colpevole in casa Milan, ma in questa catastrofe sportiva sono tanti i responsabili di una sentenza purtroppo annunciata.

La stretta di mano tra Berlusconi e Yonghong Li
La stretta di mano tra Berlusconi e Yonghong Li ANSA

MILANO - Ora ci si interroga sui mille perchè di una vicenda, la cui conclusione devastante per il Milan forse poteva essere evitata. Probabilmente sarebbe bastato prendere seriamente in considerazione tutti i vari ammonimenti che l’Organo di Controllo Finanziario per Club UEFA aveva già lanciato alla nuovo dirigenza rossonera, fin dai primi maldestri tentativi di Marco Fassone, risalenti alla scorsa estate, di tentare addirittura un accordo sulla base del voluntary agreement. Richiesta naturalmente respinta, sia la prima che la seconda volta, con richiesta esplicita di chiarezza, sia dal punto di vista delle strategie societarie sia da quello relativo alla solidità patrimoniale del nuovo proprietario del club. Niente, nessuno deve essersi reso conto della gravità della situazione e oggi tutti in via Aldo Rossi sono lì a leccarsi le ferite.
Inevitabile la caccia al colpevole, ma sono tanti i responsabili di una sentenza purtroppo annunciata.

Silvio Berlusconi
Il primo della lista è naturalmente è Silvio Berlusconi, accompagnato sul banco degli imputati dal fido Galliani. Sulle spalle di entrambi pesa la gestione fallimentare del Milan dal 2014 al 2017, il triennio per cui adesso la nuova società cinese è costretta a pagare. Ma la colpa più grande dell’imperatore di Arcore è un’altra: quella di aver messo la sua amata creatura nelle mani scivolose di Yonghong Li, un illustre sconosciuto senza arte nè parte. Malgrado le fallaci rassicurazioni di dodici mesi fa («Lascerò il Milan a chi saprà riportarlo in cima al mondo»), la decisione di Fininvest di cedere il club alla cordata cinese guidata dal misterioso faccendiere di Hong Kong si è rivelata una scelta funzionale solo ad incassare quanto più possibile ed in fretta. Fregandosene del futuro del Milan e dei suoi tifosi.

Marco Fassone
La serenità, forse sintomo di assoluta incoscienza, con cui Fassone si è presentato per la prima volta al cospetto dell’Organo di Controllo Finanziario per Club UEFA  chiedendo addirittura il voluntary agreement è allo stesso tempo lodevole e preoccupante. Lodevole perchè denota un’enorme fiducia nelle proprie capacità di convincimento altrui anche in presenza di dati inoppugnabili, preoccupante perchè evidenzia contemporaneamente una sconcertante sottovalutazione del problema e dell’evidenza dei fatti. Oggi l’ad rossonero cade dalle nuvole e denuncia un accanimento da parte dell’Uefa nei confronti del Milan. Probabilmente sarebbe bastato aprire per tempo bene gli occhi per capire che in quel di Nyon certi sotterfugi societari non sarebbero stati tollerati.

Yonghong Li
Dulcis in fundo, arriviamo all’attuale proprietario del Milan. Secondo quanto emerge dal dispositivo della sentenza, ma anche leggendo tra le righe le ragioni di un no così fragoroso, dietro la bocciatura dell’Uefa al Milan alla richiesta di settlement agreement ci sono diverse motivazioni, tutte riconducibili all’impalpabilità finanziaria di Yonghong Li. Se è vero che il problema principale della bocciatura Uefa al Milan è legato al mancato rifinanziamento del debito che club e proprietario hanno contratto con il fondo Elliott e che scade a ottobre 2018, la responsabilità del numero uno rossonero è doppia: in quest’ottica infatti ha giocato in maniera pesantissima l’indecisione di Yonghong Li che con almeno 3 proposte sul tavolo da diverse settimane continua a traccheggiare e rimandare in attesa di offerte più vantaggiose.
Senza dimenticare naturalmente la vera e più inquietante matassa da dipanare: quella imperforabile coltre di mistero che ancora avvolge l’ineffabile e praticamente sconosciuto Yonghong Li. A nulla sono valse le invocazioni di Marco Fassone che ha ricordato la puntualità degli aumenti di capitale e soprattutto del pagamento di stipendi e scadenze varie. All’Uefa l’impalpabilità del sedicente uomo d’affari di Hong Kong non è mai piaciuta e con questa sentenza l’ha dimostrato inequivocabilmente.