23 febbraio 2020
Aggiornato 12:30
Cessione Milan

Il maledetto giorno in cui il Milan di Berlusconi smise di esistere

12/01/2012, la data che ogni tifoso rossonero dovrebbe segnare sul calendario: giorno in cui l’epopea gloriosa del Milan berlusconiano iniziò il suo declino inarrestabile concluso con le firme di oggi e la cessione del club di via Aldo Rossi ai cinesi. Eppure, se si potesse tornare indietro…

MILANO - Se provate a chiedere ad un tifoso milanista di segnare con una croce sul calendario il giorno in cui il corso degli eventi rossoneri ha mutato improvvisamente rotta, il momento delle sliding doors in casa Milan, la risposta sarà unanime: 12 gennaio 2012.

Quel giorno Silvio Berlusconi, spinto dalle esigenze sentimentali della figlia Barbara (non ancora amministratore delegato del Milan e allora fidanzata dell’attaccante Pato), bloccò la più grande operazione commerciale mai messa a punto da Adriano Galliani nella sua trentennale carriera di dirigente calcistico: la cessione del brasiliano al Psg per 28 milioni di euro + bonus (circa 35 totali) e l’acquisto contestuale di Carlitos Tevez dal Manchester City per un terzo di quanto incassato.

Pato come Vialli

Allora Galliani dichiarò a mezza bocca: «Sarà di buon auspicio. Ricordo di quando Vialli ci disse di no e arrivò Van Basten».

Purtroppo per il Milan le cose non andarono così e, anche se nessuno allora si rese conto della drammaturgica insensatezza di quella scelta, tutto quello che accadde da quel maledetto pomeriggio di gennaio per i colori rossoneri fu un fallimento.

Altro che gol di Muntari

Proviamo ad immaginare cosa sarebbe accaduto se le pruriginose necessità di Barbara non avessero costretto Silvio Berlusconi a commettere l’errore più devastante nella storia del club. 

Innanzitutto quell’anno il Milan non avrebbe regalato uno scudetto praticamente vinto alla Juve. Il famoso gol di Muntari - che ha caratterizzato lo scontro diretto del 25 febbraio - non sarebbe entrato nella storia perché, malgrado quel pareggio beffardo, la squadra con Tevez e Ibrahimovic lì davanti avrebbe fatto sfracelli e stravinto il titolo numero 19 per il club di via Aldo Rossi.

Ibra con Pogba al Milan

A quel punto sarebbero completamente cambiati i programmi in casa Berlusconi. Marina e Pier Silvio, al momento di suggerire a papà Silvio di vendere Thiago Silva e Ibra, mandare via tutti i senatori e smantellare letteralmente la squadra, avrebbero trovato un muro davanti a loro. Impensabile distruggere una squadra con il tricolore sul petto cedendo i migliori elementi. Con Tevez e Ibrahimovic lì davanti e tutti gli altri grandi rossoneri a Milanello, Allegri avrebbe avuto vita facile e avrebbe vinto ancora. Il gigante svedese avrebbe continuato a fare sfracelli in attacco e sarebbe rimasto felicemente a Milano con tutta la famiglia. Così nell’estate del 2012 Mino Raiola, il famoso ex-pizzaiolo italo olandese procuratore di Ibrahimovic, non si sarebbe trovato costretto a mettere in atto quel dispettuccio che si è rivelato fatale per i colori rossoneri: il cambio di destinazione di Paul Pogba, inizialmente destinato al Milan e poi invece dirottato a Torino, solo ed esclusivamente per ripicca.

Quel giorno da cancellare

Inutile dire che con queste premesse l’esito degli ultimi campionati sarebbe stato decisamente diverso e adesso magari saremmo qui a celebrare il quinto scudetto consecutivo del Milan, anziché quello della Juve.

Oggi invece il club di via Aldo Rossi, impantanato nelle acque melmose della mediocrità da un triennio abbondante, deve confidare nella cessione della società ad una cordata di imprenditori cinesi per sperare in un rilancio in grande stile. Tutto per colpa di quel maledetto pomeriggio di giovedì 12 gennaio 2012, il giorno che ogni tifoso rossonero vorrebbe cancellare dal calendario.