8 agosto 2020
Aggiornato 22:00
L'intervista

Michetti: «La proroga dello stato di emergenza apre la strada alla dittatura»

L'avvocato e professore Enrico Michetti mette in luce al DiariodelWeb.it i rischi per la democrazia che derivano dalla proposta di proroga dello stato di emergenza

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte
Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte ANSA

Verrà discussa nei prossimi giorni, probabilmente già al Consiglio dei ministri convocato domani, la proroga dello stato di emergenza in Italia. Dichiarata nel gennaio scorso sull'onda della pandemia di coronavirus, attualmente scade il 31 luglio, ma l'esecutivo avrebbe l'intenzione di prolungarla almeno fino al 31 ottobre, o forse addirittura fino a fine anno. In concreto, questo significherebbe per il governo Conte la possibilità di continuare a godere di poteri straordinari o speciali, in deroga a qualunque legge vigente. Ma questo provvedimento è giustificato, in una situazione di contagio che ormai, per fortuna, è pienamente sotto controllo? E, soprattutto, presenta dei rischi per la nostra democrazia? Il DiariodelWeb.it lo ha chiesto ad Enrico Michetti, avvocato, professore universitario e direttore della Gazzetta amministrativa.

Professor Enrico Michetti, nei prossimi giorni il Consiglio dei ministri dovrebbe esaminare la proroga dello stato di emergenza. Ma si può davvero trovare una giustificazione a questa misura, completamente in controtendenza con quanto sta accadendo nel resto d'Europa?
Consideri che l'articolo 78 della Costituzione prevede che le Camere possano attribuire poteri speciali al governo solo in caso di guerra. Per tutte le altre emergenze esiste lo strumento del decreto legge, previsto proprio per casi di «straordinaria necessità e urgenza». Per poter accedere agli strumenti straordinari, tipici degli Stati autoritari, l'emergenza dev'essere innanzitutto attuale, e poi bisogna dimostrare scientificamente di non poterla fronteggiare con gli strumenti ordinari.

Provo a tradurlo in pratica: affermare che forse in autunno ci sarà una seconda ondata non è un'emergenza.
Non lo è. Ad oggi la calamità non c'è, né esistono evidenze scientifiche che ci diano la certezza che la situazione non sarà sostenibile a novembre. I presupposti sono completamente diversi: altrimenti l'eccezione diventa regola.

E che conseguenze pratiche avrebbe questo provvedimento?
In caso di emergenza si deroga al regime ordinario, attribuendo poteri speciali. Abbiamo visto che, tramite atti amministrativi come i Dpcm, si sono ristrette le libertà individuali. Questo fatto non è ammesso neanche lontanamente dalla Costituzione. Mentre il decreto legge ha a garanzia la firma del presidente della Repubblica e va poi convertito in legge parlamento, il Dpcm è monocratico: ovvero è emanato dall'uomo solo al comando, a cui sono stati attribuiti i pieni poteri. Questo è tipico di una dittatura.

Mi sta dicendo che l'abuso dello stato d'emergenza può portare a rischi per la democrazia?
Certo. Prorogando lo stato d'emergenza, quando l'emergenza non c'è, si crea un precedente pericoloso. Si apre la strada a qualcuno senza scrupoli che, in futuro, potrebbe sovvertire l'ordine democratico. Lo stesso Hitler andò al potere democraticamente: poi, approfittando di una fantomatica emergenza come l'incendio del Reichstag, sospese tutte le garanzie costituzionali. Intendiamoci, oggi il governo non ha alcun interesse a sovvertire l'ordine costituzionale. Probabilmente vuole solo presentarsi a Bruxelles ed ottenere più soldi possibili, chiaramente a debito.

Questa, in effetti, è anche la settimana del Consiglio europeo in cui si discuterà il Recovery Fund. Ma all'Italia conviene davvero accettare questi fondi europei?
Se io accendo un mutuo è perché prima ho individuato una casa e fatto il mio calcolo economico, in virtù del quale so di poter sostenere la rata nel tempo e onorare il mio debito. Noi, oggi, non abbiamo neanche un progetto per spendere questi soldi: dunque, che senso ha andare a cercare risorse finanziarie all'estero? Non bastano le idee, servono dettagli concreti, realizzabili, che generino sviluppo nei relativi settori imprenditoriali e aumentino il Pil.

Questo vale anche per il Mes?
Assolutamente. Hanno senso solo quelle spese che generano più soldi di quelli che dobbiamo restituire. Faccio un esempio molto concreto: quello del 5G. Se verrà confermato che non ci sono rischi per la salute, questa transizione farà fare un salto di qualità straordinario al Paese, ci darà un vantaggio competitivo enorme. Se la rete la realizzasse un'impresa di Stato, costerebbe 15 miliardi, ma una volta resa operativa ne varrebbe 150. Questo sì che è un progetto per cui avrebbe senso indebitarsi.

Nei giorni scorsi è uscito il decreto Semplificazioni. Il titolo, stavolta, corrisponde al contenuto?
Direi di no, purtroppo. Semplificare non significa introdurre la digitalizzazione, ma tagliare le norme vetuste, contraddittorie, inutili. Questa è un'operazione molto più difficile rispetto ad accatastare semplicemente una norma sull'altra, come abbiamo fatto fino ad oggi, tanto che il palinsesto legislativo è arrivato a contarne 160 mila. Ne sarebbero sufficienti 5-6 mila, con dieci-quindici testi unici, divisi già per materia. Ma questo non è accaduto minimamente. Invece di abrogare le norme che non servono, il disegno di questo governo è quello di nominare un numero sterminato di commissari che operino in deroga a tali norme. Così, ad esempio, si è realizzato anche il ponte Morandi. Ma questa è l'antitesi della democrazia, sulla base del quale la legge è uguale per tutti.

Sembrerebbe che questo governo colga tutte le occasioni possibili per aggirare la democrazia.
Un governo che non fa le riforme strutturali, per invertire il senso di marcia, vive di emergenze e pieni poteri. Quando questi vengono meno, torna sul piatto la necessità impellente delle riforme. Qualcuno dovrebbe mettersi di buzzo buono ad operare nell'interesse del Paese, altrimenti rimarremo al palo. Non possiamo continuare a tenerci in piedi con continue iniezioni finanziarie dall'estero, nonostante abbiamo un debito ormai insostenibile. Questo è ciò che fanno le imprese in fallimento.

Insomma, Giuseppe Conte da avvocato del popolo è diventato il curatore fallimentare dell'Italia?
Esatto. Soprattutto, scaricherà sul groppone delle nuove generazioni la sua sopravvivenza politica.

Come se non bastasse, stanno venendo fuori continui scandali sulla giustizia: dal caso Palamara alle intercettazioni sulla sentenza Berlusconi. La magistratura italiana è marcia?
Il problema è che ci dovrebbe essere un perfetto equilibrio tra tre poteri: quello legislativo, in capo al parlamento, quello esecutivo, in capo al governo, e quello giudiziario, in capo alla magistratura. Questo equilibrio si è rotto quando il parlamento ha abrogato l'immunità parlamentare, che era una garanzia costituzionale.

C'è da dire che il parlamento ne aveva abusato, negli anni, rendendola un salvacondotto per alcuni parlamentari criminali.
Sì, ma se alcune donne vengono stuprate non si reagisce castrando tutto il genere maschile, non crede?

Insomma, tolta l'immunità parlamentare, la magistratura ha esondato.
Bravissimo. E oggi il parlamento non è più libero e ha poca dignità, proprio perché in qualsiasi momento può essere considerato ostaggio della magistratura. Basta una nota anonima da parte di un malintenzionato per aprire un processo nei confronti di un deputato, magari uno che si sta veramente impegnando nell'interesse del Paese.