19 agosto 2022
Aggiornato 12:30
L'intervista

Maurizio Stefanini: «Si chiude una legislatura folle, dai populisti al premier più istituzionale»

Il giornalista Maurizio Stefanini, autore insieme a Sergio Luciano de «L’avvocato e il banchiere», traccia al DiariodelWeb.it il bilancio della legislatura di Conte e di Draghi

Giuseppe Conte e Mario Draghi
Giuseppe Conte e Mario Draghi Foto: Palazzo Chigi

Individuare una parvenza di ordine nel caos della legislatura che si è appena conclusa non è opera facile. Eppure, a ben vedere, con la crisi di governo un cerchio si è chiuso: gli stessi partiti che avevano formato la prima maggioranza, Lega e M5s, sono quelli che hanno fatto cadere l'ultima. È stata la legislatura di Giuseppe Conte e di Mario Draghi, o de «L'avvocato e il banchiere», per mutuare il titolo di un libro uscito per Paesi Edizioni. Il DiariodelWeb.it ha raggiunto uno dei due autori, il giornalista Maurizio Stefanini, che ha firmato il volume insieme a Sergio Luciano, per tracciare un bilancio di questi quattro anni politici vissuti pericolosamente.

Maurizio Stefanini, che legislatura è stata?
Una legislatura folle. Iniziata con una maggioranza tra le più populiste, Lega-M5s, e finita con il presidente del Consiglio più istituzionale, Draghi.

Come è cominciata questa follia?
Il primo dato buffo è che non solo Draghi, ma anche Conte nasce come tecnico. Un partito populista e anticasta, come il Movimento 5 stelle, ha scelto per le cariche pubbliche dei personaggi della società civile, cioè la tecnocrazia.

Probabilmente perché non ha una sua classe dirigente e quindi ha dovuto prenderla a prestito.
Sì, però diventa paradossale. Addirittura, la prima volta in cui il M5s lo designò, lui disse che non aveva mai votato per loro... Conte era uno di questi tecnocrati alternativi, chiamiamoli così, che fu scelto per diventare presidente del Consiglio. Ma, come Draghi, non era stato eletto dai partiti. Doveva essere al di sopra delle parti, un mediatore tra i due vicepremier Di Maio e Salvini. All'inizio aveva anche un'immagine evanescente, come un pupazzo nelle mani dei due.

Lo chiamavano il vice dei suoi vice.
Dopodiché, all'improvviso, quando è avvenuta la rottura del Papeete, è emerso come colui che ha saputo rimettere Salvini al suo posto. Ma nel cambio di governo non bacchettò solo la Lega, anche il M5s, accusandolo di non avere fatto una bella figura quando non si è presentato alla discussione sui finanziamenti russi. Questo ha accreditato ulteriormente la sua immagine di leader al di sopra delle parti, come il professore universitario, l'avvocato. Un suo collaboratore mi raccontò che Conte era figlio di un segretario comunale e di fatto è il ruolo che ha ricoperto.

Altro che avvocato del popolo, era un burocrate.
Nei piccoli centri in cui gli eletti sono gente alla buona, che non ne capisce più di tanto, il segretario comunale è quello che ha cultura giuridica e che alla fine fa tutto lui. Conte è stato un po' il segretario comunale d'Italia. In un governo di scappati di casa era l'uomo responsabile, che metteva ordine. Tanto è vero che, nei sondaggi, veniva accreditata l'ipotesi che potesse fondare un suo partito.

Eppure è andata a finire diversamente.
All'arrivo di Draghi, ritrovandosi senza incarichi di governo, ma avendo acquisito un minimo di credibilità, è diventato il leader di un M5s che cercava affannosamente qualcuno che lo rappresentasse. Ma che cercava anche di ritrovare il suo spazio politico originale, di protesta, anticasta. E paradossalmente si è ribaltato il ruolo rispetto al governo gialloverde.

In che senso?
Allora Di Maio era il rappresentante politico del partito populista ed estremista e Conte il garante; ora Di Maio, da ministro degli Esteri è diventato sempre più istituzionale e invece Conte è il difensore delle istanze più movimentiste. Si è creata una contrapposizione che ha portato non solo alla rottura tra il M5s e Di Maio, ma anche tra il M5s e il governo e, a questo punto, tra il M5s e il Pd.

Si è chiuso il cerchio.
Conte è stato tecnico, garante, segretario comunale, leader di partito e ora è il nuovo Grillo. Uno, nessuno e centomila. Qual è il vero Conte? Io credo nessuno di questi: ha interpretato vari ruoli.

E Draghi come lo vede, dopo la brusca fine del suo governo?
Sarebbe il leader naturale di una potenziale coalizione di centrosinistra, ma non vuole scendere in campo. Al contrario di quanto fecero Monti e Dini.

Visti i precedenti, forse gli conviene.
Probabilmente starà cercando di ritagliarsi il posto di riserva della Repubblica. Se ci sarà bisogno di riformare una maggioranza di grande coalizione, potrebbe tornare fuori il suo nome.

Ma la Lega ci starebbe, dopo essere stata trattata a pesci in faccia?
Non lo so. Ma abbiamo visto Lega, Forza Italia, Pd e M5s insieme nello stesso governo, quindi può succedere di tutto.

E la prossima legislatura come andrà?
Ora c'è Fratelli d'Italia che, restando all'opposizione, sta facendo il pieno. Il motivo è che gli elettori sono arrabbiati e votano per protesta. Prima d'ora era accaduto al Pd, al M5s, alla Lega, che però al momento di salire al governo sono crollati, perché non riuscivano a mantenere le promesse fatte o perché c'era la percezione che non ci riuscissero.

Sta diventando una regola?
Nella prima Repubblica i partiti al governo erano sempre gli stessi, dopo si è creata la democrazia dell'alternanza, ma si è ricaduti nella patologia opposta: ad ogni elezione vince sempre l'opposizione. Ogni partito regge ai vertici al massimo un anno e mezzo. Non voglio dire che succederà lo stesso anche alla Meloni, però è un aspetto a cui fare attenzione.