2 dicembre 2022
Aggiornato 01:00
Politiche 2022

Mario Draghi lascia l'agenda al successore. (Ma senza maggioranza è la prima scelta di Mattarella)

Quando oggi Mario Draghi andrà a votare nel suo seggio di Roma sarà passato poco più di un anno e mezzo dall'inizio del suo governo. Da Rimini all'ONU, tutti i messaggi del Premier ai partiti.

Sergio Mattarella e Mario Draghi
Sergio Mattarella e Mario Draghi Foto: Palazzo Chigi

Quando oggi Mario Draghi andrà a votare nel suo seggio di Roma sarà passato poco più di un anno e mezzo dall'inizio del suo governo. Il presidente del Consiglio, come ultimo atto ufficiale prima delle elezioni, è stato a New York, per partecipare all'Assemblea generale dell'Onu ma anche a una serie di incontri (pubblici e privati) tra cui la serata in cui gli è stato attribuito il premio «World Statesman».

Nel corso della sua visita sono stati tanti gli attestati di stima ricevuti come anche l'auspicio di un nuovo incarico a Palazzo Chigi, venuti tra gli altri dall'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger. Questa non è la prospettiva che, almeno ufficialmente, Draghi accarezza: ha ripetuto più volte, anche nella sua ultima conferenza stampa, di non essere disponibile. E già prima, a metà agosto, nell'intervento tenuto al Meeting di Rimini, aveva detto che «saranno gli italiani, con il loro voto, a scegliere i loro rappresentanti per la prossima legislatura e quindi il programma del futuro esecutivo».

Però, proprio a partire dal discorso al Meeting, in più occasioni il premier ha voluto tracciare un «percorso», se non lasciare un'agenda, per chi verrà dopo di lui. Quello che gli sta più a cuore è il mantenimento della collocazione internazionale dell'Italia. Draghi è preoccupato per alcuni atteggiamenti, come quello di Matteo Salvini contro le sanzioni alla Russia o come quello di Giuseppe Conte che solleva dubbi sull'invio di armi all'Ucraina, come se un'aggressione militare come quella di Mosca, ha sottolineato all'Onu, si potesse fermare «soltanto con le parole». Posizioni non compatibili con la «credibilità» internazionale che il Paese deve avere.

Per questo, ha garantito al Palazzo di Vetro, parlando ai partner per rassicurarli ma anche ai partiti, «anche nei prossimi anni, l'Italia continuerà a essere protagonista della vita europea, vicina agli alleati della Nato, aperta all'ascolto e al dialogo, determinata a contribuire alla pace e alla sicurezza internazionale. Sono gli stessi principi e obiettivi che ispirano le Nazioni Unite, che è necessario e urgente difendere oggi». Niente derive anti-Ue, filo-russe o sovraniste, dunque, perchè condannerebbero Roma all'isolamento.

Anche sul fronte interno, però, serve altrettanta «credibilità» che vuol dire avere una azione «rapida, convinta» e pragmatica. Il premier ha seguito, a distanza, lo svilupparsi della campagna elettorale, le promesse fatte e le richieste (respinte) di fare nuovo debito. Non è questa, per Draghi, la strada da seguire. «Crescita economica, giustizia sociale, sostenibilità dei conti pubblici sono pienamente compatibili fra loro, e possono rafforzarsi a vicenda», è la convinzione dettata a Rimini e poi confermata anche in seguito.

Le sfide che avrà davanti il nuovo governo «sono molte» e «di non facile soluzione»: «continuare a diversificare gli approvvigionamenti energetici e calmierare le bollette per famiglie e imprese; accelerare sulla strada delle energie rinnovabili per combattere il cambiamento climatico; mantenere il giusto impulso nelle riforme e negli investimenti, per preservare la crescita, la stabilità dei conti pubblici, l'equità». Per far questo, proseguire nella crescita senza ulteriori indebitamenti, sono fondamentali l'attuazione del Pnrr e delle riforme.

Il presidente del Consiglio non ha gradito (è un eufemismo) lo stop alla riforma fiscale, né i distinguo della Lega sull'applicazione della legge sulla concorrenza. Né apprezza per niente la richiesta, venuta in particolare dal centrodestra, di ridiscutere il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Una richiesta quantomeno inutile, per lui, dato che la maggior parte dei bandi è stato già emesso. Ma anche dannosa perchè mina la «credibilità» del Paese rispetto ai partner europei che «si sono impegnati a tassare in futuro i propri cittadini per permettere oggi all'Italia di riprendersi più velocemente».

Forse anche temendo proprio questo, ha interpretato in modo esteso la formula dell'esercizio degli affari correnti, per correre il più possibile sull'attuazione del piano, in modo da lasciare il lavoro in gran parte fatto. Così come, la prossima settimana, varerà la Nadef, solo per la parte che riguarda il tendenziale, gettando le basi per una legge di bilancio complessa e che dovrà essere approvata in poco tempo.

Inoltre, in una delle ultime sedute del Cdm, ha invitato i suoi ministri a preparare nel modo migliore un «ordinato passaggio di consegne». Insomma, Draghi è pronto a lasciare il posto a un premier politico. Se poi dalle urne uscirà un «pareggio» o comunque un risultato che non dia la possibilità di dar vita a un esecutivo di una parte, l'ex Presidente della Bce resterà sempre la «prima scelta» del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per un eventuale «esecutivo repubblicano» bis. Fantascenari al momento, li bollano a palazzo Chigi. In attesa di leggere lunedì i risultati definitivi.

(con fonte Askanews)