15 agosto 2022
Aggiornato 17:00
L'intervista

Gabellini: «Le cause della guerra in Ucraina nascono molti anni prima di Putin»

In questa intervista al DiariodelWeb.it, Giacomo Gabellini, autore del libro «1991-2022. Ucraina, il mondo al bivio», racconta le origini lontane nel tempo del conflitto

Il Presidente russo, Vladimir Putin
Il Presidente russo, Vladimir Putin Foto: tass.com

Lo scoppio ufficiale della guerra in Ucraina risale al 24 febbraio, con l'invasione da parte della Russia. Ma se si è arrivati a questa escalation è stato in virtù di cause che si sono andate accumulando nel giro di molti decenni, e che vanno comprese a fondo se si vuole capire davvero qual è la posta in gioco in questo conflitto. Giacomo Gabellini, scrittore e ricercatore di questioni storiche, economiche e geopolitiche, ne ha scritto nel suo ultimo libro «1991-2022. Ucraina, il mondo al bivio», edito da Arianna Editore, che presenta in questa intervista con il DiariodelWeb.it.

Giacomo Gabellini, lei fa risalire le cause primigenie del conflitto in Ucraina molto indietro nel tempo.
Precisamente ad un secolo fa, al 1922, quando Stalin fu nominato a commissario delle nazioni dell'Unione sovietica. In quella veste cominciò a concepire un disegno imperiale. Si rendeva conto che, per tenere insieme uno Stato così variegato dal punto di vista etnico, linguistico e confessionale, occorreva rafforzare il potere centrale.

In che modo?
Evitando che, all'interno di ogni repubblica federata, si creassero gruppi etnici soverchianti. Affiancando le etnie maggioritarie ad altre ugualmente numerose. Possibilmente, legate da rapporti di vicinanza alle etnie prevalenti nelle repubbliche confinanti.

In altre parole, impedire che nelle singole nazioni si consolidassero delle identità etniche ben precise, con un senso di appartenenza.
Esatto. Sia attraverso lo spostamento di intere popolazioni, sia attraverso la modifica continua dei confini. Così gruppi etnici che non avevano molto in comune si ritrovavano a convivere con un reciproco sentimento di diffidenza, dovuto all'estraneità.

Assomiglia un po' al disegno della società globalista...
Sì, il piano si basava su quello. E l'Ucraina è uno degli esempi più clamorosi, perché nella parte meridionale ed orientale del Paese furono integrate popolazioni russe. Successivamente, nel 1954, Krusciov annetté allo Stato ucraino anche la Crimea, abitata soprattutto da russi.

Andando avanti di qualche decennio, dunque, Kiev si è ritrovata a controllare pezzi di territorio che non c'entravano nulla né con la cultura, né con la lingua, né con il senso di appartenenza ucraino.
L'Ucraina è uno Stato molto composito. Ha al suo interno diverse etnie, comprese ad esempio pure quella polacca e quella ungherese, e raramente queste hanno vissuto in armonia tra di loro. Quando la situazione economica peggiora, queste antiche rivalità tendono a riemergere vigorosamente.

C'è stato qualcuno che ha soffiato intenzionalmente sul fuoco di queste rivalità, per far alzare la tensione?
Indubbiamente. Già all'indomani del crollo dell'Urss e dell'indipendenza dell'Ucraina, un saggio di Solzenicyn metteva in luce come le élite ucraine tentassero progressivamente di marginalizzare la lingua russa. Che non era una cosa di poco conto, per un Paese che aveva milioni e milioni di cittadini che parlavano solo quell'idioma. Lo stesso Zelensky era russofono e ha dovuto imparare l'ucraino. Dal 2008 in poi addirittura per legge cominciò ad essere imposta quella ucraina come unica lingua ufficiale: un po' come se nel nostro Alto Adige noi decidessimo di imporre solo l'italiano.

In anni recenti questa pulizia etnica, che non saprei come altro definire, ha assunto contorni anche ben più violenti.
Senza ombra di dubbio. Man mano che il conflitto si è fatto strada, si è assistito ad un inasprimento delle misure contro queste minoranze. La chiusura delle scuole, l'unificazione delle emittenti televisive tramite legge marziale, l'erezione di statue di personaggi controversi della seconda Guerra mondiale, la messa al bando di decine di partiti accusate di collaborazionismo con la Russia, compreso il principale blocco di opposizione, il Blocco per la vita. Tutte queste misure non hanno aiutato la convivenza, ma hanno inasprito le differenze.

Ma gli ucraini hanno adottato questa strategia di loro spontanea volontà o sotto qualche spinta internazionale?
Una parte della popolazione ucraina, soprattutto nella zona di Leopoli, è fortemente nazionalista. E si rifà alle idee di personaggi come Stepan Bandera e Jaroslav Stec'ko, che negli anni '30 avevano collaborato con le forze d'occupazione tedesche rendendosi responsabili dell'eccidio di decine di migliaia di persone. Quando l'Unione sovietica riuscì a sconfiggere i nazisti, l'agenzia americana Oss, dalle cui ceneri nacque poi la Cia, si premurò di offrire ospitalità negli Stati Uniti e in Germania Ovest a questi personaggi. Crollata l'Urss, la moglie di Stec'ko tornò in Ucraina e fondò il Partito nazionalista ucraino, che aveva le stesse posizioni di cui si era fatto portatore il marito.

Mi sta dicendo che c'è stato un aiuto fattivo da parte degli Usa?
Sì. Che non ha riguardato solo l'Ucraina ma, come è noto, anche molti gerarchi nazisti e anticomunisti, poi riciclati come consiglieri delle dittature militari sudamericane filo-statunitensi.

Perché nella narrazione più diffusa questa responsabilità americana sparisce e rimane solo quella di Putin?
Perché gli Stati europei alleati hanno vinto la seconda Guerra mondiale solo formalmente. Sostanzialmente sono stati occupati dagli Stati Uniti, a livello politico, militare e di intelligence. Dal 1945 in poi si è assistito ad un allineamento agli Usa più o meno rigido, a seconda dei Paesi, che sono degradati a livello di colonie.

In altre parole ci facciamo portatori della versione ufficiale statunitense perché siamo succubi degli Stati Uniti.
Sì, ci accodiamo ai loro diktat e seguiamo i loro orientamenti strategici. Anche quando cozzano con i nostri interessi.

Così come accade con questa guerra, per la quale non si capisce noi che cosa abbiamo da guadagnare.
Noi abbiamo tutto da perdere. Specialmente le economie manifatturiere, come quella tedesca e quella italiana, per poter mantenere competitive le proprie merci hanno bisogno di materie prime a basso costo. Che la Russia finora ha garantito, soprattutto gli idrocarburi, a cui adesso dovremo rinunciare. Nella migliore delle ipotesi, quelle forniture saranno sostituite con il gas di scisto statunitense, che costa molto di più e andrà a gravare sul prezzo finale delle merci europee. Questo si tradurrà in perdita di competitività e quindi di posti di lavoro.

Qual è lo scenario più probabile a questo punto: l'escalation verso una guerra mondiale o l'approdo ad un armistizio?
Arrivare ad un armistizio il più possibile equo è interesse sicuramente dell'Europa occidentale. Non di quelli orientali, che ambiscono esattamente al contrario: l'intenzione dei Paesi baltici e della Polonia è quella di infliggere un colpo possibilmente micidiale alla Russia, indebolirla e porla nelle condizioni di non nuocere.

Che è molto improbabile che accada.
Dal mio punto di vista è assolutamente impossibile. Quanto agli Stati Uniti, loro non hanno alcun interesse alla soluzione pacifica. La loro prospettiva è quella di combattere la Russia fino all'ultimo ucraino, per scavare un fossato il più possibile incolmabile tra essa e l'Europa occidentale. Nella visione geopolitica anglo-statunitense, da sempre l'obiettivo è evitare che si vengano a creare e consolidare le sinergie politico-economiche della potenza demografica e delle ricchezze materiali russe con la tecnologia occidentale.

Però, così facendo, stanno spedendo la Russia nelle braccia della Cina. Non è un errore strategico?
Infatti ci sono osservatori, come per esempio Henry Kissinger, che non si può certamente sospettare di essere putiniano...

...e nemmeno pacifista.
Esatto. Kissinger, dicevo, ha ripetuto allo sfinimento che, proseguendo su questa linea, non si fa altro che legare Mosca a Pechino in un'alleanza strategica strutturale, in grado di dar vita ad un blocco economico gigantesco. Attorno al quale tendono a gravitare decine di Paesi del cosiddetto sud del mondo: l'India, il blocco dei Brics, economie in forte ascesa dell'America latina come il Messico.

Gli Stati Uniti continuano a vedere il mondo come bipolare, nella prospettiva della vecchia Guerra fredda, ma non si rendono conto che oggi è diventato multipolare.
Il problema è proprio quello. Gli apparati statunitensi sono cresciuti con la logica della Guerra fredda e non riescono a concepire nulla di diverso. La Russia, ai loro occhi, non potrà mai essere un potenziale alleato sotto nessun punto di vista. Rimane un nemico da sconfiggere, dopo il quale, secondo me, il loro disegno sarà quello di passare alla Cina. Ma la posizione di Kissinger dimostra che anche le élite statunitensi sono piuttosto divise sull'approccio da adottare.