2 dicembre 2022
Aggiornato 16:30
L'intervista

Alfredo Mantici: «Tra Russia e Ucraina si arriverà alla pace, ma i tempi saranno lunghi»

Alfredo Mantici, ex dirigente del servizio segreto Sisde, presenta al DiariodelWeb.it il suo ultimo libro «Spie atomiche», che racconta le origini dell’arsenale nucleare russo.

Testata nucleare russa
Testata nucleare russa Foto: Sputnik

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, lo spettro di un conflitto nucleare globale è tornato ad agitare i sonni dell'Occidente. Ma, se la Russia è arrivata a dotarsi di un arsenale così potente e temibile, è stato in virtù di una storia lunga e poco conosciuta, che risale ai tempi dell'Unione Sovietica. Al DiariodelWeb.it la racconta Alfredo Mantici, ex capo del Dipartimento Analisi del Sisde, il servizio segreto interno italiano, e professore universitario, autore del libro «Spie atomiche. Il peccato originale della guerra fredda», edito da Paesi edizioni.

Alfredo Mantici, come è arrivata la Russia a produrre la bomba nucleare?
Durante il periodo staliniano, già l'Unione Sovietica aveva avviato ricerche in campo atomico. Eppure, alcuni scienziati erano caduti vittime dei gulag, anche perché Stalin non credeva eccessivamente nella necessità di spendere in questo campo. Ma ebbe un brutto risveglio nell'agosto 1945, quando gli americani buttarono le bombe su Hiroshima e Nagasaki.

Cosa fece allora?
Si rese conto che, anche se l'Urss era uscita vincente dalla Seconda guerra mondiale e aveva conquistato grandi territori e aree d'influenza in Europa, si trovava in colossale vantaggio strategico. Allora ripescò dall'esilio alcuni degli scienziati e riattivò la ricerca nel campo nucleare, affidandone la responsabilità a Lavrentij Berija, capo dell'Nkvd, la sicurezza nazionale. Una ricerca non solo più scientifica, ma di segreti militari statunitensi.

Scienziati e spie lavorarono insieme, insomma.
Questa sinergia diede risultati straordinari. In quattro anni la Russia sviluppò la prima bomba atomica e poi quella all'idrogeno. Senza la filosofia dello spionaggio, questi traguardi sarebbero stati raggiunti in tempi molto più lunghi e con costi enormemente superiori.

Lei scrive anche: attenti a sottovalutare la Russia, perché è un Paese che in passato ha dimostrato grande resistenza.
Non ho certo scoperto l'acqua calda. Se ne sono resi conto, a loro spese, i cavalieri teutonici, gli svedesi, Napoleone e Hitler. Oggi che ci stiamo confrontando con loro, stiamo attenti a pensare che Putin sia un idiota, pazzo, malato terminale: faremmo un errore pericolosissimo.

Un errore che forse molti in Occidente stanno commettendo.
Ai tempi in cui lavoravo al Sisde, io non ho mai sottovalutato le Brigate Rosse. Non ho mai pensato che fossero imbecilli: anche quando i giornali parlavano di messaggi deliranti, mi battevo perché fossero presi sul serio. Ricordiamoci che per tutto il 1977 avevano come slogan «Colpire e disarticolare la Democrazia cristiana, asse portante dello Stato imperialista delle multinazionali». Nel marzo 1978, rapirono il presidente della Dc, Aldo Moro.

Il paragone è interessante, perché gli anni di piombo ci insegnano anche un'altra lezione importante che si dovrebbe applicare oggi: per superare il conflitto, con il nemico bisogna trattare.
Io sono ottimista ma anche pessimista. Sono ottimista sul fatto che prima o poi si arriverà alla pacificazione. Sono pessimista sui tempi. Noi viviamo nel mondo dell'informazione immediata, quindi siamo frettolosi. Ma in realtà i conflitti non si risolvono dalla sera alla mattina, se non con la sconfitta militare definitiva di uno dei contendenti, che non avverrà. Le trattative andranno avanti.

Sono ingenue le pretese di chi si aspetta che Zelenski e Putin si accordino?
Certo. Noi lo pretendiamo perché vediamo le immagini di questa guerra tutti i giorni e ci comincia ad annoiare, vogliamo che finisca immediatamente. Ma lo strascico sarà lunghissimo.

Dunque, questa storia è appena iniziata.
Faccio un parallelo storico: il conflitto tra Israele e Palestina. Militarmente si concluse nel 1973 con la guerra del Kippur. Oggi siamo nel 2022 e stiamo muovendo piccolissimi passi verso la pacificazione. Se arabi e israeliani combattono da 75 anni per un piccolo pezzo di terra, ci possiamo aspettare che Russia e Occidente discutano per il prossimo mezzo secolo.

Torniamo all'argomento del nucleare. Lei teme davvero un'escalation atomica della guerra?
No, non credo. Quelle sono chiacchiere che servono a spaventare. Mi sembra che Putin abbia delegato a Medvedev il compito di fare il dobermann che abbaia da dietro il cancello. Ma non ci vedo una minaccia reale.

Su che base lo sostiene?
Non do un giudizio di valore, ma uno tecnico: è evidente che i russi, finora, non hanno schierato il loro intero armamentario militare convenzionale. Ricordiamoci che, per occupare Berlino nel 1945, l'Armata rossa schierò due milioni di soldati; nel 1968 in Cecoslovacchia ottocentomila. Saranno cambiati i tempi, ma ora sono partiti in 130 mila. Hanno usato una minima percentuale, finora.

I numeri non mentono.
E nemmeno l’andamento del conflitto. Nei primi giorni non hanno messo a terra la rete elettrica ucraina, bombardando le centrali. Lo stanno facendo in questi giorni, a sei mesi dall'inizio, in rappresaglia al bombardamento del ponte nella penisola di Kerch. La flotta del Mar Nero, finora, è intervenuta poco, a parte qualche salva di missili ogni tanto. Checché ne dica una certa superficiale enfasi giornalistica, non siamo arrivati alla guerra di logoramento: i russi non sono logorati affatto.

Questo che cosa ci dice?
Che, al di fuori della propaganda, stanno aspettando il fango del prossimo mese di novembre e il gelo di dicembre. I due elementi che fecero vedere i sorci verdi a Napoleone e a Hitler.

Ancora una volta, la storia si ripete.
Esatto.