16 dicembre 2018
Aggiornato 09:30

Il governo risponde all'Unione europea: «Indietro non si torna»

Il ministro dell'Economia Giovanni Tria scrive alla Commissione Ue in risposta alla lettera di rilievi. E il controverso deficit del 2,4% viene confermato

Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, con il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici
Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, con il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici (Maurizio Brambatti | ANSA)

ROMA – Sulla manovra il governo conferma il motto «indietro non si torna», più volte ripetuto dai due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e la risposta del ministro dell'Economia Giovanni Tria, alla lettera di rilievi mossi dalla Commissione europea, conferma il livello di deficit su cui si è aperto il dissenso. Anzi, ammette esplicitamente di avere una impostazione «non in linea» con le regole del Patto Ue sui conti, con il disavanzo 2019 che salirà al 2,4 per cento del Pil e il saldo strutturale che sforerà di oltre un punto e mezzo, raggiungendo l'1,7 per cento del Pil. Lo scenario di una bocciatura-non-bocciatura della manovra da parte dell'Ue, con una richiesta di ripresentare il progetto, appare più vicino. Tuttavia il dialogo resta aperto. E a cercare delle aperture, con tutte le sfumature che caratterizzano il governo, si trovano quantomeno due propositi di rilievo, che potrebbero almeno prestarsi a una lettura «costruttiva» nel difficile dialogo con l'Ue. Così come nel rapporto non meno complesso con i mercati.

Meno deficit solo con più crescita
Il primo elemento, e sotto diversi aspetti il più rilevante, è stato espresso dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quando ha puntualizzato che il 2,4 per cento di deficit-Pil previsto sul 2019 è «un tetto massimo» che «faremo di tutto per rispettare». Anche se si dovessero rendere necessarie «misure di contenimento della spesa adeguate» (apparentemente sembra preventivare, ove servisse, una manovra correttiva). «Lo voglio dire pubblicamente. Quel tetto assolutamente non lo supereremo», ha detto chiaro e tondo Conte. E ha scelto di fare questa precisazione da una conferenza stampa all'Associazione stampa estera, una cornice che magari offriva più visibilità a livello internazionale e sui mercati. Un impegno che, a parole, sembra venire incontro agli scetticismi di diversi osservatori, che hanno più volte espresso il timore che in realtà il livello di deficit, se non altro perché basato su previsioni di crescita ritenute ottimistiche, andrà oltre il 2,4 per cento preventivato. Poco dopo tuttavia, interpellato sullo stesso aspetto uscendo da Palazzo Chigi, il vicepremier Luigi Di Maio è stato meno esplicito. «Noi diciamo con molta trasparenza che adottiamo il 2,4% di deficit, con una regola che dice di non andare oltre il 3%». E se la crescita non fosse quella attesa? Gli è stato chiesto. «La crescita ci sarà – ha replicato – in tutti i modelli econometrici non è visto di buon occhio dare più diritti agli italiani per favorire la domanda interna, ma noi ci crediamo».

I piani dell'esecutivo
Conte ha anche riferito di aver parlato ieri con il ministro dell'Economia Giovanni Tria. Prima che questi, oggi a mezzogiorno, inviasse la riposta alla lettera della Commissione europea che aveva mosso rilievi su diversi aspetti ritenuti controversi del progetto di Bilancio. Nello spiegare la missiva, il Commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici si era concentrato sul deficit strutturale. Il documento di Tria indirettamente ribadisce i propositi di espansione del disavanzo al 2,4 per cento del Pil sul 2019, quando afferma che la manovra «fa aumentare il deficit di 1,2 punti percentuali». Ma al tempo stesso mostra uno spiraglio nell'ipotesi in cui il quadro dovesse svilupparsi meglio delle attese (per quanto poco probabile possa essere questo scenario, visto che le stime dell'esecutivo sono generalmente ritenute ottimistiche). «Qualora il Pil dovesse ritornare al livello pre-crisi prima del previsto – si legge – il governo intende anticipare il percorso di rientro». Il riferimento è al deficit strutturale, che è il parametro maggiormente monitorato dal Patto sui conti. Nella lettera di Tria, il governo ammette esplicitamente che i propositi di bilancio su questa voce risultano «non in linea con le norme applicative». E spiega che questa è stata una «decisione difficile ma necessaria» dato il persistente ritardo a ritornare a un livello di Pil ai valori pre-crisi, ma anche per le «drammatiche condizioni» in cui si trovano gli strati più svantaggiati della società. Tria ribadisce quanto già affermato nella nota di aggiornamento al Def: «Il governo prevede di discostarsi dal sentiero di aggiustamento strutturale nel 2019, ma non intende espandere ulteriormente il deficit nel biennio successivo». E dal 2022 riprenderà il sentiero di riduzione. La nota al Def prevede un deficit strutturale che dopo la limatura di 0,2 punti di quest'anno, allo 0,9 per cento del Pil, aumenti all'1,7 per cento nel 2019 e resti a questo valore su 2020 e 2021. In questo quadro, dato che deficit strutturale e deficit effettivo sono tra loro legati, dire che «qualora il Pil» dovesse risalire prima del previsto si «intende anticipare il percorso di rientro» significa fare una apertura, per quanto giudicabile scontata e legata a scenari molto poco probabili, su ipotetici saldi più limitati del previsto. Sempre la nota al Def stima un deficit al 2,4 per cento del Pil nel 2019, al 2,1 per cento nel 2020 e all'1,8 per cento nel 2021.

Il parere di Moscovici
Domani il collegio della Commissione europea discuterà della risposta italiana. Conterà anche «lo spirito» della replica, ha affermato in mattinata Moscovici, in una intervista a France Inter. «Anche se siamo in disaccordo lo siamo nell'ambito delle regole comuni». E le conclusioni di Tria sembrano fare eco a questo appello. «Pur riconoscendo la differenza delle rispettive valutazioni, il governo italiano continuerà il dialogo costruttivo e leale così come disciplinato dalle regole istituzionali che governano l'area euro – ha scritto – Il posto dell'Italia è in Europa e nell'area euro». Resta il fatto che la deviazione italiana, secondo l'eurocommissario «non ha precedenti». Il saldo strutturale peggiorerà di 0,8 punti invece di calare di 0,6 punti. Alla fine potrebbe essere determinante la contestuale necessità di rispettare la regola di riduzione del debito-Pil. Se l'Ue dovesse preventivare un rosso anche su questo punto la bocciatura-non-bocciatura potrebbe scattare. «Non è stato mai fatto, ne dobbiamo discutere e non l'abbiamo ancora deciso – ha affermato Moscovici – Sarebbe un gesto politico con un significato. Ma attenzione: non sarebbe la fine della storia. Dopo ci sarebbe ancora un dialogo che può durare tre settimane, al termine del quale si entra in un'altra fase».