28 febbraio 2020
Aggiornato 01:00
Elezioni politiche 2018

Barchiesi al DiariodelWeb.it: «Le elezioni viste dai social network»

Parla l'amministratore delegato di Reputation Manager, l'istituto che ha condotto una ricerca sull'uso della Rete da parte dei leader politici in campagna elettorale

ROMAAndrea Barchiesi, amministratore delegato di Reputation Manager, il vostro istituto ha condotto un'analisi sull'uso dei social network da parte dei principali leader politici in campagna elettorale. Prescindendo dai contenuti, e parlando solo dal punto di vista tecnico, chi è stato il più efficace?
Intanto il livello è stato notevolmente più alto rispetto alle scorse elezioni. È molto interessante vedere la direzione che si sta prendendo: se prima c'era qualche timido approccio, ora si sono create delle vere e proprie organizzazioni, magari acerbe ma più strutturate. Tutti sono seguiti, nessuno ha completamente trascurato i social, anche se questo non vuol dire che non ci sia ancora della strada da fare. Il team più strutturato ci sembra quello del Pd, ma dal punto di vista del volume e dell'iniziativa, hanno fatto bene la Lega e il Movimento 5 stelle, per i quali però questo ambiente è più naturale.

Del resto i grillini sono nati proprio sul web.
Ma soprattutto hanno un'alta energia: la reazione dei loro sostenitori ricorda molto quella dei tifosi di calcio. Mentre i partiti più consolidati, come il Pd, somigliano più a dei circoli culturali, in cui la gente non si alza e applaude in modo smodato, nel M5s c'è un fervore da stadio.

Parlando a elettorati diversi, è normale che usino linguaggi diversi, o no?
Secondo me è non è stata una scelta voluta, ma il linguaggio che si è plasmato in funzione dell'elettorato. Ognuno ha una sua identità e cerca di sollecitare il proprio pubblico: più maturo nel caso del Pd, più animato da sentimenti basici per la Lega o i 5 Stelle. Il discorso sul lavoro, sul futuro o sull'energia scalda molto meno di quello sull'immigrazione o sullo stipendio per tutti.

Se il Pd è il più strutturato forse è anche perché Renzi ha introdotto l'uso di Twitter nel dibattito politico, tanto da esserne stato finanche sfottuto, all'inizio.
Ma il dibattito politico non è solo su Twitter. Grillo lanciò tutto con il blog. Non ne faccio una questione di canale: dal mio punto di vista è l'insieme di tutti i media che contribuisce al digitale. Tutti stanno utilizzando anche Facebook, che ottiene più engagement ed è più esteso. Twitter, per sua stessa natura, non è un luogo di contenuto, ma viene più spesso usato come ponte.

Attira l'attenzione dell'utente in modo che vada ad approfondire da qualche altra parte.
Esattamente. Se fossimo in un'auto, Twitter sarebbe la prima, Facebook la terza o la quarta mentre i forum di approfondimento o i giornali la quinta. Parlo di tempo di sopravvivenza e di fruizione del contenuto: quello che viene scritto su un giornale resta per sempre, su Twitter sfuma dopo sette minuti.

Ma in un mondo come quello di oggi, in cui la fretta è alta e l'attenzione del pubblico sempre più breve, l'elettorato non rischia di fermarsi allo slogan su Twitter invece di andare ad approfondire altrove?
C'è una certa superficialità, come dimostra anche il fenomeno delle fake news, che in parte potrebbero essere scongiurate con un po' di approfondimento. Ma un contenuto anche superficiale può essere persistente: un'intervista rilasciata da Renzi, Salvini o Di Maio su un quotidiano la si può trovare anche a distanza di mesi, mentre su Twitter bisogna cogliere l'attimo. Come se passasse la metro con le portiere aperte ma senza fermarsi.

O ci salti dentro o niente.
Esattamente. Coglie il pubblico che sta passando, fermo restando che quello di Twitter è da sempre un po' più elitario.

Quello che mi ha incuriosito di più della vostra ricerca è che anche i leader più in là con l'età, come Berlusconi e Grasso sono stati attivi nel mondo dei social.
Sono stati chiaramente consigliati e aiutati.

Ma hanno funzionato?
Grasso non è particolarmente attivo, anche per coerenza con la sua identità: non si poteva costruire su di lui una comunicazione spumeggiante. Su Berlusconi, invece, è stato fatto un lavoro migliore, ma il personaggio è già più vulcanico. Queste tematiche non gli appartengono, ma lui è un grandissimo comunicatore: quindi bastava trasformare i suoi concetti in meme o foto che potessero essere pubblicate online.

Ma quanto influirà davvero Internet sulle prossime elezioni? Non si rischia l'effetto «social pieni, urne vuote»?
Che i social siano pieni non è così vero, a parte quelli dei 5 Stelle che sono veramente attivi e potenti. Il picco, in realtà, lo abbiamo toccato nel referendum: e l'engagement si è in effetti tradotto in un'affluenza altrettanto importante. Nel bene o nel male, è stata un'elezione sentita, partecipata, che ha spaccato il Paese. In questo caso credo che, anche se probabilmente non avremo una maggioranza, l'affluenza sarà minore ma comunque interessante. L'altra cosa importante è che la massa silenziosa che non vota, che in Italia rappresenta il partito più grande, si esprime comunque sui social.

Quindi l'astensione si può intercettare per via digitale?
I social sono molto efficaci sotto questo punto di vista. Chi si astiene non guarda le tribune politiche in tv, perché è stanco, ma discute nei social. Il meccanismo non è unilaterale, ma dialettico: non ti siedi e ascolti, ma sei tu ad esprimerti.