24 settembre 2020
Aggiornato 07:30
Immigrazione

Minniti fa il bis: «Fermate in Libia i migranti che non hanno diritto a partire»

Il ministro dell'Interno del governo Gentiloni, Marco Minniti, è tornato nel giro di pochi giorni ad affrontare il tema dei flussi migratori incontrollati nel Mar Mediterraneo

ROMA - Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, interviene ancora sull'emergenza immigrazione a colloquio con Il Messaggero nel giorno del vertice di parigi tra i ministri di Italia, Francia e Germania. «Con la Libia abbiamo affrontato anche un tema cruciale, ossia quello dei centri di accoglienza, dove dovranno essere rispettati i diritti umani. Perché è prima della partenza che bisogna distinguere chi abbia diritto alla protezione umanitaria da chi non abbia i requisiti - ha detto Minniti -. E, in base alle decisioni dell'Agenzia dell'alto commissariato delle Nazioni Unite, assicurare le partenze ai primi verso l'Europa e il rimpatrio volontario assistito dei migranti economici».

La partita dell'immigrazione si gioca in Africa
«La partita dell'immigrazione - sostiene il ministro - si gioca fuori dei confini nazionali, cioè da dove partono i flussi migratori, in Africa. Il destino dell'Europa nei prossimi 20 anni si gioca in Africa. Se qualcuno pensa che l'Africa sia soltanto uno specchio dell'Italia è dentro una drammatica illusione. L'Africa è uno specchio dell'Europa. Se l'Africa va bene, l'Europa andrà bene, se l'Africa va male l'Europa andrà male». La partita fondamentale, in questo momento, spiega il titolare del Viminale, si gioca in Libia. Del resto i dati parlano chiaro. Nei primi cinque mesi di quest'anno il 97% dei migranti è arrivato dalla Libia, ma la cosa più incredibile è che non c'è un libico.

L'appello del governo all'Unione europea
La Libia è un Paese di transito. Bisogna quindi cercare di creare un governo stabile e «stiamo lavorando per farlo, sapendo che anche questo è un modo per combattere i trafficanti di uomini, che hanno bisogno di istituzioni deboli per potersi muovere liberamente", ha aggiunto il ministro. In Italia «ci troviamo a fronteggiare una pressione fortissima», dice Minniti, e torna sulla sfida lanciata tre giorni fa con l'ipotesi di chiudere i porti: «Si è parlato - ha detto - di 22 navi, poi sono diventate 25. Non sono barconi, ma navi delle organizzazioni non governative, navi delle operazioni Sophia e Frontex, navi della Guardia costiera italiana». Battono varie bandiere di Paesi europei. Se gli unici porti dove vengono portati i profughi sono italiani, c'è qualcosa che non funziona. Questo è il cuore della questione. «Sono europeista e sarei orgoglioso se una nave soltanto, anziché arrivare in Italia, andasse in un altro porto europeo. Non risolverebbe i problemi dell'Italia ma sarebbe un segnale straordinario».

L'appello agli enti locali
«Non si può separare l'imperativo morale della salvezza in mare di vite umane dall'obbligo di provvedere alla loro accoglienza», commenta Minniti. «Abbiamo dimostrato in questi mesi di essere persone serie, ora chiediamo che l'Europa faccia la sua parte». Un sostegno che, d'altra parte, il ministro sollecita anche agli amministratori locali, chiamati già da tempo a un senso di responsabilità e a rispettare criteri di accoglienza condivisa: «L'accoglienza diffusa è la via fondamentale, se ogni comune facesse fino in fondo la propria parte - commenta Minniti - avremmo una situazione molto più vicina alla soluzione. La cooperazione con l'Anci per l'accoglienza ha funzionato, c'è stato un aumento di comuni che hanno aderito, anche se non ci si può dire ancora soddisfatti. In questo quadro di positiva collaborazione - ha sottolineato il ministro - va vista anche l'istituzione della cabina di regia, coordinata dalla prefettura di Roma, che vede coinvolto il Campidoglio, la sindaca Raggi e tutte le altre amministrazioni».