23 febbraio 2020
Aggiornato 21:30
Ecco chi è il nuovo premier

Paolo Gentiloni, il renziano di fatto ma non di stile che scriveva: «Dobbiamo cedere sovranità all'Europa»

C'è già chi parla di «Renziloni», o «Genticloni», per sottolineare l'assoluta continuità (anche se non di stile) con il predecessore Matteo Renzi. Ma chi è Paolo Gentiloni?

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ROMA - Un renziano di ferro, dallo stile, però, cosmeticamente anti-renziano. Un compromesso decisamente al ribasso, per chi si augurava che l'esecutivo post-crisi di governo sarebbe stato all'insegna della discontinuità. Paolo Gentiloni, 62 anni, romano, già ministro delle Telecomunicazioni sotto il governo Prodi e titolare della Farnesina in quello dell'ex sindaco di Firenze, è oggi il nuovo premier italiano, dal cognome decisamente altisonante. I suoi antenati, infatti, sono di nobile lignaggio marchigiano, un lignaggio che ha dato i natali a quel famoso «Patto Gentiloni» che, nel lontano 1913, Giovanni Giolitti volle stringere tra cattolici e liberali. 

Gli anni del giornalismo di sinistra
Un apprendistato politico nell'ambito del movimento sessantottino al Liceo Tasso, uno dei punti di riferimento della contestazione romana, ma la sua prima formazione fu di ambito cattolico. Il centrosinistra fu sempre la sua stella polare, fin dalla giovinezza. Nel 1980, approdò alla rivista Pace e Guerra, mensile che animò il dibattito di coloro che, al tempo dell'unificazione tra Mls e Pdup, da sinistra vedevano con favore il tentativo di rinsaldare i legami interrotti dall'ascesa del craxismo. In quella redazione, Gentiloni fu responsabile del settore Esteri, argomento che sempre lo appassionò fino a condurlo ai vertici della Farnesina. L'esperienza giornalistica, però, non si interruppe lì: l'ex Ministro fu anche direttore di Nuova ecologia, legato a Legambiente, e scrisse per l'Espresso.

Rutelli, il fonte battesimale della carriera politica di Gentiloni
Fu Francesco Rutelli il vero fonte battesimale della sua carriera politica. Quando, nel 1993, salì al Campidoglio tra i Verdi appoggiato dal centrosinistra, Paolo Gentiloni divenne il suo portavoce. Il «balzo» ai palazzi romani fu breve, con la poltrona, per lo stesso Rutelli, da assessore al Giubileo e al Turismo. Quindi, l'esperienza ai vertici della Margherita, pietra angolare del cattolicesimo di sinistra, che lo guidò fino al suo debutto alla Camera nel 2001: qui, diresse il dipartimento Comunicazione della Margherita, divenne presidente della Commissione di Vigilanza Rai, e, infine, fu nominato ministro delle Telecomunicazioni sotto il governo Prodi.

Da Rutelli e Renzi
La «frattura» con il suo mentore Rutelli si consumò nel 2009, quando Gentiloni decise di non aderire al fallimentare esperimento dell'ex sindaco di Roma – convinto che il Pd stesse scivolando troppo a sinistra – «Alleanza per l'Italia», rimanendo tra i democratici. Una amara battuta d'arresto ebbe luogo nel 2012, quando Gentiloni perse le primarie romane arrivando dietro a Ignazio Marino e David Sassoli, ma la ripartenza – dopo il breve sostegno alla segreteria Franceschini – avvenne sotto la stella polare del renzismo: del Matteo fiorentino, infatti, Gentiloni divenne uno dei consiglieri più fedeli e fidati.

Meloni: «Dal burattino delle lobby al burattino del burattino delle lobby»
Ecco perché la sua nomina ha suscitato le ironie delle opposizioni, che, anche con sarcastici giochi di parole («Renziloni», «Genticloni» e simili), hanno rilevato la massima continuità tra questo esecutivo e il precedente. «Tutto cambia perché nulla cambi. Siamo passati dal Governo del burattino delle lobby al Governo del burattino del burattino delle lobby», ha commentato piccatamente Giorgia Meloni con un post su Facebook. Fermo restando che Renzi, per Gentiloni, non dev'essere stato un «superiore» sempre facile da gestire, vista la vulcanica indole dell'ex premier che lo ha portato a smentire il proprio titolare della Farnesina per ben due volte: la prima, quando l'ex Ministro ventilò un possibile intervento in Libia; la seconda, sulla contestata mozione UNESCO – votata da Gentiloni ma definita dal premier «allucinante» – su Israele e i luoghi santi di Gerusalemme.

Tanto ipertrofico Renzi, quanto anonimo Gentiloni
Per il resto, tuttavia, la collaborazione tra l'ex premier e l'attuale premier incaricato è proseguita senza intoppi, e nel segno della massima fiducia. Unico segnale di discontinuità tra i due, il carattere. Egocentrico, ambizioso, dalla personalità ipertrofica e bulimica il primo, tanto quanto riservato, silenzioso e quasi anonimo il secondo, al punto che il termometro della vox populi intercettata da Alberto Sofia del fattoquotidiano.it è all'insegna della domanda: «Gentiloni chi?».

Come la pensava sulla Rai
A inchiodarlo ancora prima del giuramento, frasi celebri e tweet azzardati. «La Rai è in una condizione molto grave e il problema da cui partire è quello di avere finalmente una gestione, una direzione della Rai, da un lato più autonoma dai partiti, dall’influenza diretta dei partiti e dall’altro più efficiente, più in grado di prendere delle decisioni. C’è una realtà di una grandissima crisi di reputazione, di una crisi di rigetto di una buona parte dell’opinione pubblica», diceva Gentiloni deputato Pd nel 2012, qualche anno prima che il suo fidato premier facesse una riforma della Rai promettendo a parole la stessa cosa, ma disattendendo clamorosamente la promessa.

Il tweet di Nicodemo, futuro guru della comunicazione di Renzi
Quindi, un tweet del futuro responsabile della Comunicazione di Matteo Renzi Francesco Nicodemo, che, in occasione delle primarie del Pd romano a cui partecipò l'attuale premier incaricato, commentò: «Cmq se io fossi romano e dovessi votare Gentiloni a sindaco di Roma, voterei il M5S pure io #sapevatelo #direzionepd».

Quando Gentiloni cinguettava: «Dobbiamo cedere sovranità all'Europa»
Non da ultimo, il cinguettio più pericoloso di tutti, di questi tempi, firmato proprio Gentiloni: «dobbiamo cedere sovranità a un'Europa unita e democratica», scriveva nel 2012 in un botta e risposta social con Carlo Cattaneo. E se il tentativo renziano di stringere le maglie dei rapporti con Bruxelles attraverso la riforma costituzionale (salvo poi sproloquiare contro l'Europa a favore delle telecamere) non è andato a buon fine, si può ipotizzare che l'esecutivo del suo successore, titolare senza infamia e senza lode per due anni della Farnesina, non si discosterà da quella impostazione.