22 settembre 2019
Aggiornato 12:30
Fumo negli occhi

Cosa c'è dietro ai dati Istat sulla crescita (e agli annunci di Renzi)‏

Basta un più zero virgola per far gridare al miracolo il premier via videomessaggio. In realtà i numeri dell'istituto di statistica non bastano ancora a far tornare i conti del governo. E nemmeno i poteri forti paiono persuasi dal tentativo di Matteo

ROMA – Dopo tante bordate estive, finalmente l'Istat si decide a fare la brava e a concedere uno zuccherino al governo Renzi. I dati diffusi ieri dall'istituto di statistica sull'andamento dell'occupazione e della crescita economica sono positivi, per quanto del solito zero virgola quasi impercettibile. A luglio la percentuale di disoccupati è infatti scesa al 12%, mezzo punto in meno del mese precedente, come non accadeva da due anni, e per i giovani al 40,5%. Rispetto all'anno scorso sono cresciuti dello 0,7% i contratti a tempo indeterminato: sempre che abbia ancora senso chiamarli così, visto che nel frattempo è entrato in vigore il formidabile Jobs act, con la sua possibilità di licenziare a piacimento. Quanto al Pil, nell'ultimo trimestre è cresciuto dello 0,3% e, su base annua, dello 0,6%. Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan gongola su Twitter: «Cifra già vicina alle nostre stime per l'anno (+0,7%)». Peccato che ci sia ben poco da festeggiare, visto che quello 0,7% è il minimo indispensabile di crescita per far tornare i conti dello Stato. Basterebbe che non arrivasse quel piccolo decimale che ancora manca per sballare totalmente i piani del governo. E allora sì che sarebbero guai seri, visto che, tra l'altro, per inserire nella manovra anche le misure sulla casa e sulle famiglie promesse dal premier, mancherebbero all'appello 15 miliardi di euro. Bazzeccole.

Tele-visioni
In compenso si è subito messa in moto la prodigiosa macchina comunicativa di Renzi. Che funziona a singhiozzo: quando i dati dell'Istat non erano quelli che voleva lui, su Twitter non dedicava loro manco una riga; oggi che gli fanno gioco un semplice tweet non basta nemmeno più. Ci vuole addirittura un bel videomessaggio, come gli ha insegnato il suo paparino Berlusconi. E giù a sciorinare meraviglie a favor di telecamera: «Per chi è abituato a pensare solo alle cifre, alle statistiche e ai numeri, questi sono solo dei numerini. In realtà è molto di più: sono donne del Sud che finalmente hanno trovato un'occupazione, sono cinquantenni che tornano ad avere una chanche grazie al Jobs act. È l'idea che il Paese si rimette in moto». Che gioia, diventeremo tutti ricchi e forse smetteremo anche di invecchiare. In questa litania il bulletto di Firenze crede a tal punto da volerla ribadire anche di fronte ai pezzi grossi dell'economia e dell'industria italiana: infatti, proprio oggi, ha ufficializzato la sua partecipazione all'esclusivissimo meeting di Cernobbio di fronte a tutti gli uomini della società che conta. L'anno scorso, non avendo penne del pavone da esibire, preferì tenersene lontano e presenziare all'inaugurazione di un capannone industriale, spacciando questa ritirata strategica per uno schiaffo ai poteri forti.

La mazzata di Confindustria
Purtroppo per lui, però, i poteri forti un'idea sul governo Renzi se la sono ormai già fatta. Piuttosto chiara e anche incredibilmente simile a quella di noi poveri popolani. E non basta certo qualche zero virgola certificato dall'Istat per farli ricredere. Infatti, a poche ore dagli squilli di trombe renziani, a zittire il concerto ci ha subito pensato il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: «Lo 0,3% non basta – ha ammonito all'inaugurazione del Micam – anche perché non è merito nostro, ma della congiuntura economica: è dovuto solo al dimezzamento del prezzo del petrolio, al rafforzamento del dollaro e al 'quantative easing'. Noi non abbiamo fatto le pulizie interne: bisogna fare le riforme per fare ripartire il paese in modo forte, come merita». Sdeng. Cernobbio o non Cernobbio, i famosi poteri forti hanno già respinto al mittente il ramoscello d'ulivo porto loro da Renzi. E la storia italiana insegna quanto la contrarietà esplicita dei settori produttivi e finanziari che contano possa far male alla sopravvivenza dei governi. A volte ancor più di quella degli elettori. Matteo, stai sereno!