12 dicembre 2019
Aggiornato 20:30

Anche Renzi aumenta la spesa pubblica

Ci continua a parlare di «spending review» (e a promettere una «rivoluzione copernicana» delle tasse), ma intanto la macchina della pubblica amministrazione ci costa sempre di più. E i conti non tornano

ROMA – È passata quasi sotto silenzio una relazione, invece piuttosto illuminante, che la Corte dei conti ha pubblicato, con scarso tempismo (o forse, a pensar male, proprio con il preciso obiettivo di nasconderla), a cavallo di Ferragosto. Dietro all'ostico titolo «Andamenti della finanza territoriale» si nasconde in realtà un'interessante analisi sulla spesa delle pubbliche amministrazioni, dagli enti locali a quelli previdenziali alle aziende sanitarie su su fino allo Stato. Ebbene, non che in effetti avessimo dubbi, ma ora a certificare il nostro comune sentore sono arrivati anche i dati della magistratura contabile: la spesa pubblica negli ultimi tre anni è complessivamente cresciuta, addirittura di 25,5 miliardi di euro. Solo le uscite per carta, benzina e bollette sono aumentate di 14,2 miliardi (+11,7%). Il tutto mentre la politica si riempiva la bocca di digitalizzazione, che a casa nostra significherebbe meno carta. E soprattutto mentre continuava a propinarci l'eterna litania della «spending review» (che, per usare l'inglese maccheronico tanto caro al nostro premier «shish», è un'autentica «take for the ass»). Negli stessi tre anni presi in considerazione dallo studio della Corte dei conti, si è alternata una pletora di commissari alla revisione dei conti: Enrico Bondi, Mario Canzio, Piero Giarda, Carlo Cottarelli, fino ad arrivare all'attuale Yoram Gutgeld, scelto da Matteo Renzi probabilmente per il suo cognome benaugurante (in tedesco significa «buon denaro»).

Solo carta e annunci
Ma non sarebbe nemmeno giusto addossare a loro tutta la colpa di questo fallimento. In realtà, questi professoroni il loro lavoro l'avrebbero anche fatto: è che poi spettava ai governi mettere in pratica i tagli che loro avevano individuato. Invece, ogni volta che nei suddetti tre anni a palazzo Chigi arrivava un nuovo presidente (Mario Monti, Enrico Letta e appunto Renzi), prendeva la relazione del commissario voluto dal suo predecessore, la stracciava, la buttava nel cestino, e ne nominava uno nuovo di sua fiducia. Pagato da noi, naturalmente. Il bello è che all'attuale premier non basta più parlare di revisione dei conti: abituato com'è a spararle grosse, ha voluto addirittura rilanciare, promettendo l'ormai ben nota «rivoluzione copernicana» del fisco. Noi non saremo degli esperti di economia, ci mancherebbe, ma ci riesce obiettivamente difficile comprendere come farà a tagliare tasse per 35 miliardi di euro in tre anni (tra Imu, Ires, Irap, Irpef e imbullonati), allo stesso tempo disinnescando la clausola di salvaguardia che minaccia l'aumento dell'Iva e senza sforare il 3% di deficit imposto dall'Europa, se non riesce a diminuire nemmeno di un euro la spesa pubblica. Anzi.