24 luglio 2019
Aggiornato 00:00

«Ecco perché il governo Renzi ha fallito (finora)»

Marco Damilano fa il punto sullo stato di salute dell'esecutivo dopo la batosta alle ultime elezioni: «Matteo non è finito, anzi durerà per altri trent'anni. Ma non è più il rottamatore invincibile: anzi, è ostaggio della vecchia politica»

ROMA – Tira una brutta aria sul governo Renzi. Da quando il Partito democratico ha preso una sonora scoppola alle elezioni amministrative, anche il suo segretario e premier rischia di fare la stessa fine. Nell'elettorato monta l'insoddisfazione, in Parlamento i numeri sono sempre più risicati e c'è già chi prevede una caduta prematura, con le elezioni anticipate al 2016. Per orientarci tra le analisi e le indiscrezioni, il DiariodelWeb.it ha chiesto aiuto a Marco Damilano, cronista politico de L'Espresso e opinionista televisivo, uno dei più attenti osservatori dell'esecutivo e del suo capo.

Damilano, davvero il governo Renzi è prossimo alla fine?
Non penso sia così. Si passa da un eccesso all'altro: prima Renzi era inamovibile, poi basta la sconfitta in un turno di amministrative per darlo per finito. Piuttosto, è finito il Pd del 40,8% alle europee, su cui il premier aveva costruito il suo mito di onnipotenza. Oggi lui stesso scopre l'esistenza di un Renzi 2, quello istituzionale, che ha deluso. Ma nell'ultimo anno ci aveva raccontato che esisteva un solo Renzi, quello invincibile. Ora come proseguirà: continuando a correre o tirando a campare come faceva Andreotti?

Sembra voler proseguire decidendo ancora di più tutto da solo.
Lui pensa di aver perso voti perché non ha corso abbastanza sulle riforme. Ma anche questa mi sembra un'analisi semplicistica e autoconsolatoria. Aveva affidato al Pd il compito di uscire dai suoi confini tradizionali: penso agli attacchi ai professoroni, ai sindacati, alla magistratura, agli insegnanti... Sapeva che avrebbe perso consensi a sinistra, ma in compenso scommetteva di sfondare al centro e persino tra i moderati orfani di Berlusconi. Le amministrative hanno svelato che questa operazione non gli è riuscita: non solo il Pd non ha ampliato i suoi confini, li ha addirittura ridotti.

Quindi si ributterà a sinistra?
Non credo che voglia farlo e nemmeno che possa. Un anno fa Renzi era in grado di superare i muri ideologici della destra e della sinistra, quindi aveva un bacino elettorale enorme, più grande di qualsiasi altro leader nella storia repubblicana. In questi ultimi dodici mesi, invece, sono cresciuti i primi muretti. Uno a destra, quello di Salvini, che si rivolge alle periferie e ai piccoli centri, mentre Renzi parla alle classi medio-alte che abitano nelle grandi città. L'altro a sinistra: a furia di dire che sono quelli che mettono il gettone nell'iPhone, il premier si è attirato la loro forte antipatia. Saranno anche elettorati minoritari, ma cominciano ad avere una loro consistenza.

Il Partito democratico, insomma, non è più di lotta. In compenso è di governo.
Ma la sfida di Renzi era di renderlo dinamico. Invece tutto quello che sta succedendo negli ultimi mesi lo ha fatto tornare statico, un motore immobile come la vecchia Dc. Un partito inevitabile solo per mancanza di alternative. Renzi lo sa e punta a invertire la rotta, per recuperare quell'elettorato moderato che chiede un governo nel segno del cambiamento.

Ma in Parlamento ha i numeri per farlo o dovrà chiedere aiuto a Verdini?
Il problema è che nel frattempo si è appesantito di molte zavorre. Pensiamo al caso De Luca: ha vinto la Campania, ma nel resto d'Italia ha dato lo spettacolo di un personaggio che si è voluto candidare a dispetto delle leggi, che il Pd non è riuscito a controllare e che ora non si vuole dimettere. Al Senato i numeri sono fragili e serve un soccorso. Ma un conto era se il governo, da una posizione di forza, avesse aggregato pezzi di ceto politico; un altro se i nuovi arrivi sono indispensabili, quindi testimoniano una debolezza. La situazione si è complicata. E di molto.

E le inchieste sul Pd di Roma, ma anche sugli Ncd Castiglione e Azzollini, che effetto politico avranno?
Pessimo. Al di là delle vicende giudiziarie, questi personaggi esprimono vecchi potentati. Azzollini è stato iscritto al Pdup, ai Verdi, alla Dc, a Forza Italia, all'Ncd; Castiglione era il presidente che difendeva strenuamente le province: gli emblemi di quella vecchia politica che Renzi avrebbe dovuto rottamare. E il caso del Cara di Mineo mostra la commistione di interessi politici, economici e amministrativi sulla gestione degli immigrati: un presidente di Provincia che dà l'incarico praticamente a se stesso, con il consorzio presieduto da un sindaco del suo stesso partito e la convenzione firmata dal ministro dello stesso partito. Queste vicende, così diverse tra loro, mostrano un governo sotto assedio, costretto a dipendere dalla vecchia politica.

Renzi non sarà finito, insomma, ma da questo quadro pare che abbia pesantemente fallito.
Altro che finito, io penso che durerà trent'anni. Ma questa sua prima fase è certamente fallita.