24 gennaio 2021
Aggiornato 00:00
Bettini, Morassut: tutti sapevano, nessuno parlò

Roma: la lunga marcia del Pd dall'utopia al sottobosco

La relazione di Fabrizio Barca traccia un profilo del partito nella Capitale a due facce: quello buono, ma disorganizzato, e quello cattivo, preda dei capibastone. Alla faccia di chi si proponeva come paladino della legalità...

ROMA – Da un lato l'assalto esterno delle mafie che emerge dal rapporto dell’Osservatorio tecnico sulla sicurezza e la legalità nel Lazio. Dall'alto quello interno di un'anima del partito «non solo cattiva, ma pericolosa e dannosa», che «lavora per gli eletti anziché per i cittadini» e «subisce lo scontro correntizio e le scorribande dei capibastone». Nel suo periodo di maggior successo elettorale, il Partito democratico a Roma è però completamente in balìa di una sindrome di accerchiamento. Una matassa che non sembrano in grado di sbrogliare né il sindaco Ignazio Marino né il commissario del partito romano Matteo Orfini.

LE DUE FACCE DEL PARTITO – L'ennesimo colpo, curiosamente giunto nelle stesse ore del rapporto dell'Osservatorio antimafia, è arrivato dal dossier di #mappailPd: la «relazione intermedia» firmata da Fabrizio Barca e dal suo team di trenta ricercatori incaricati di indagare sui centodieci circoli democratici presenti in città (per ora sotto il microscopio ne sono finiti una quarantina). Il contenuto non lascia spazio a dubbi: il Pd a Roma è un partito bifronte, Dr Jekyll e Mr Hyde, o meglio «Dr Partito e Mr Democratico», come ha efficacemente sintetizzato in un tweet lo stesso commissario Orfini. C'è il partito «davvero buono – scrive l'ex ministro della Coesione territoriale – che esprime progettualità, ha percezione della propria responsabilità territoriale, sa agire con e sulle istituzioni, è aperto e interessante per le realtà associative del territorio e sa essere esso stesso associazione, informando cittadini, iscritti e simpatizzanti». Ma a cui «manca il metodo moderno per farcela».

UNA SCOMODA VERITÀ – E poi c'è il partito cattivo, «dove non c’è trasparenza e neppure attività» e «dove traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di «carne da cannone da tesseramento»». In mezzo la zona grigia del «partito dormiente, dove si intravedono le potenzialità e le risorse per ben lavorare e dove il peso di eletti e correnti è sfumato, ma si è chiuso nell'autorefenzialità di una comunità a sé stante, poco aperta all'innovazione organizzativa, al ricambio, al resto del territorio». Quella scattata da Barca è una fotografia spietata, dunque. Ma realistica: «Il dossier dice la verità – confessa Orfini – Se non fosse stato così, il Pd di Roma non sarebbe stato commissariato». Ma era necessario davvero aspettare che il problema esplodesse, che contagiasse «un iscritto su cinque», secondo il presidente dei "dem"? C'era chi lo aveva denunciato in tempi non sospetti: «Lo scrissi quattro anni fa in solitudine», ha rivelato l'europarlamentare Goffredo Bettini. «La relazione – sostiene il deputato Roberto Morassut – fotografa una situazione che era già chiara a chi avesse voluto guardare le cose con occhi liberi e aperti».

M5S: «ALTRO CHE PALADINI DELLA LEGALITÀ» – Ma queste prese di posizione tardive non bastano certo a soddisfare l'opposizione. Che anzi chiama in causa gli esponenti di governo di quel partito definito «pericoloso» dai suoi stessi vertici. «Questa maggioranza vuole fare la paladina della legalità o intestarsi il merito di avere sventato un certo sistema – analizza Marcello De Vito, capogruppo del Movimento 5 stelle in Assemblea capitolina, al DiariodelWeb.it – ma non è certamente così. Vediamo che anche il Pd, con molti suoi esponenti, ferma restando la presunzione di innocenza, è pienamente coinvolto. Il sindaco Ignazio Marino non ha responsabilità dirette, ma politiche sì: bisogna fare tabula rasa di questo sistema molto radicato e lui non è stato in grado di farlo. Anche perché sostenuto da un partito che, come attestano i fatti, ha i suoi coinvolgimenti».