16 novembre 2018
Aggiornato 23:00

Mafia Capitale, storia dello scandalo che ci ha insegnato come le mafie si sono prese tutta la filiera dell'immigrazione

Un sistema criminale capace di infiltrare il tessuto amministrativo e politico della città fino al punto di avere a libro paga amministratori della cosa pubblica
Il pm Luca Tescaroli con sullo sfondo la sindaca Virginia Raggi durante la sentenza processo «Mafia Capitale Mondo di Mezzo» a Roma
Il pm Luca Tescaroli con sullo sfondo la sindaca Virginia Raggi durante la sentenza processo «Mafia Capitale Mondo di Mezzo» a Roma (Massimo Percossi | ANSA)

ROMA - Un sistema criminale capace di infiltrare il tessuto amministrativo e politico della città fino al punto di avere a libro paga amministratori della cosa pubblica. «A Roma le mafie esistono. E lavorano incessantemente nel traffico di stupefacenti, nel riciclaggio di capitali illeciti, nell'usura», oltre che nel business dell'immigrazione, aveva detto un anno fa alla chiusura del processo di primo grado su Mafia Capitale il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Sono mafie che incidono pesantemente sulla qualità della vita dei cittadini, sulla libertà delle nostre scelte. In più, Roma ha da tempo un 'altra emergenza altrettanto grave: la corruzione, annessa ai reati economici, frodi all'erario ed evasioni fiscali per miliardi e miliardi di euro. Mafia Capitale è un'associazione criminale che ha devastato una città, per non dire un Paese: violenza, corruzione, intimidazione, e tutto il resto. Massimo Carminati, ex terrorista dei Nar, fino al 2014 ha corrotto pubblici funzionari ed esponenti politici così da alterare una marea di appalti pubblici. In quel «Mondo di Mezzo», come lui stesso l'ha definito perché punto di connessione tra il mondo politico «di sopra» e quello criminale «di sotto», c'erano membri della criminalità organizzata, politici, funzionari pubblici romani. La Roma che conta, insomma. E che decide. Mafia Capitale ci ha insegnato come le mafie possano moltiplicare i propri guadagni gestendo non solo la fase dell'accoglienza migranti, ma anche tutto il resto della filiera. Diceva Buzzi nel 2014: «Con gli immigrati si fanno molti più soldi che con la droga».

L'arresto
È proprio il 2 gennaio di quell'anno quando Massimo Carminati viene arrestato. Insieme a lui finiscono in carcere altre 37 persone, tra cui lo stesso Salvatore Buzzi, braccio operativo dell’organizzazione, e il «custode delle armi» Riccardo Brugia. Il 4 giugno 2015 vengono arrestate altre 44 persone. Tra questi figurano Luca Gramazio, capogruppo PDL in Regione Lazio, e Claudio Bolla, Daniele Ozzimo e Daniele Pulcini. Dopo gli arresti di giugno, arrivano le prime richieste relative allo scioglimento del Comune di Roma per mafia. Le opposizioni chiedono le dimissioni dell'allora sindaco Ignazio Marino e, nonostante le accuse riguardino fatti accaduti nel 2008, il Consiglio comunale viene travolto dall’inchiesta. La notizia fa il giro del mondo. Il Sistema delle coop «malate» e drogate di migranti fino al collo trema.

Come «lavoravano»
L’accusa per Mafia Capitale è di aver controllato e manipolato l’assegnazione di appalti pubblici e la gestione dei migranti tramite una serie di legami tra criminalità, affaristi, funzionari pubblici e politici. Nel dettaglio, gli imputati per Mafia Capitale sono accusati di associazione di stampo mafioso, estorsione, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, riciclaggio di denaro e trasferimento fraudolento di valori. Una delle principali fonti di guadagno arriva dalla gestione degli accampamenti rom-siti a Roma e dallo smistamento degli immigrati, come confermato da alcune dichiarazioni di Carminati intercettate dalla Polizia. Con la sola gestione ordinaria del campo rom nella zona di Castel Romano, Mafia Capitale si è intascata 2 milioni di euro in un anno. Grazie a un do ut des di stampo mafioso con il clan dei Mancuso, Mafia Capitale esce anche dai confini romani, fino ad arrivare anche al Cara di Cropani Marina, provincia di Catanzaro.

Carminati, Buzzi & co.
L’imputato numero uno è Massimo Carminati, ex membro della Banda della Magliana e capo dell’organizzazione. Carminati è il coordinatore delle attività ed è colui che individua i settori nei quali conviene investire. È l’intermediario tra le organizzazioni criminali e il mondo politico e istituzionale. Il suo braccio destro è Salvatore Buzzi, detto anche il «Ras delle cooperative» di Roma. Accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso, Buzzi manteneva i contatti con politici e funzionari tramite mazzette e tangenti. Si occupava principalmente della pulizia e della gestione delle strutture per gli immigrati. Poi c'erano Riccardo Brugia, incaricato di gestire le estorsioni e le attività di recupero crediti, e Luca Odevaine, ex vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni che, in cambio di tangenti, orientava le scelte del Tavolo di Coordinamento Nazionale sui richiedenti asilo.

Il processo di primo grado
Il maxi processo su Mafia Capitale inizia a Roma il 5 novembre 2015. Finiscono alla sbarra 46 imputati. In primo grado, a luglio 2017, Salvatore Buzzi viene condannato a 19 anni di carcere, Massimo Carminati a 20 e Luca Gramazio, ex capogruppo del Pdl in Comune, a 11. Assolti invece 19 imputati che erano stati accusati nel corso del processo di associazione mafiosa. Le condanne arrivano complessivamente a più di 250 anni di carcere, contro i 500 chiesti dalla Procura. Vengono condannati anche Mirko Coratti, ex capo dell’assemblea Capitolina (Pd), con una pena di 6 anni; Luca Odevaine, ex responsabile del tavolo per i migranti, a 6 anni e 6 mesi; Ricardo Brugia, braccio destro di Carminati, 11 anni; Franco Panzironi, ex amministratore delegato di Ama, 10 e Andrea Tassone, ex «minisindaco» di Ostia, 5 anni. Ma in questo primo grado, incredibilmente, cade l'aggravante mafiosa, ripristinata invece oggi in appello, dove Buzzi si è beccato 18 anni e Carminati 14.

Quelle 'ndrine beccate già nel lontano 2010...
Immigrazione da paura, dunque. Traffico, sbarchi, accoglienza, «lavoro» successivo, quello che oggi tutti conosciamo come «caporalato»: tutta la filiera viene gestita dalle mafie, che fa accordi con i trafficanti diventando negli ultimi anni la prima agenzia di collocamento per i migranti che arrivano sui barconi via mare. Le mafie nordafricane pagano il pizzo alle mafie siciliane per gli sbarchi, ad esempio. Falsi passaporti, falsi permessi di soggiorno per i migranti che arrivano in aereo, false richieste di lavoro. Tutto, assolutamente, falso. Ed estremamente redditizio. Già nell'ormai lontano febbraio 2010 un'operazione coordinata dalla Dda di Reggio Calabria emise 67 richieste di custodia cautelare dopo la scoperta che due cosche 'ndrine erano coinvolte in un'organizzazione criminale attiva nel traffico di immigrati dall'India e dal Pakistan. Le accuse furono associazione a delinquere per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, con l'aggravante mafiosa per le cosche Cordì di Locri e Iamonte di Melito Porto Salvo. L’organizzazione forniva falsi contratti di assunzione, grazie a imprenditori compiacenti, che permettevano agli immigrati di ottenere il visto di ingresso, pagando cifre comprese tra i 10mila e i 18mila euro. Era solo l'inizio.