8 dicembre 2019
Aggiornato 08:30
E' «dittatura delle maggioranze» o «dittatura delle minoranze»?

Renzi, Berlusconi, Salvini: tre tenori alle prese con il loggione

Il modello «dittatoriale» della Lega Nord di Matteo Salvini, invocato ieri dall’epurato Flavio Tosi, riporta l’attenzione su una questione affrontata più volte: la figura del padre padrone che dirige il partito come fosse una sua azienda. Un tale atteggiamento sembra unire più d'ogni altra cosa i tre leaders più famosi del momento.

ROMA - Il modello «dittatoriale» della Lega Nord di Matteo Salvini, invocato ieri dall’epurato Flavio Tosi, riporta l’attenzione su una questione affrontata più volte da quando Silvio Berlusconi fondò Forza Italia un ventennio fa: la figura del padre padrone che dirige il partito come fosse una sua azienda. Non a caso il sindaco di Verona ha fatto di tutto per farsi mettere alla porta dal segretario federale prima che fosse lui a lasciare il partito per soddisfare le proprie legittime ambizioni personali. Adesso Flavio Tosi potrà dire ai suoi, ma soprattutto agli elettori, di essere stato cacciato dal partito in cui militava da venticinque anni da un «Caino travestito da Abele». Anche i parlamentari vicini all’ex segretario della Liga Veneta parlano di «chiara violazione dello statuto» e di «ingerenze lombarde sull’autonomia del Veneto». Dettagli burocratici, finezze politiche, che però potrebbero avere un certo peso soprattutto con una campagna elettorale alle porte.  È anche vero che il Carroccio, fin dai tempi di Bossi, non si è mai distinto per essere un modello di democrazia quanto piuttosto una caserma in cui la parola del Capo era legge.

BERLUSCONI TORNA IN CAMPO - Discorso analogo vale per Silvio Berlusconi, la cui leadership non era mai stata messa in discussione prima che venisse travolto dai processi e dagli scandali mediatici che ne sono conseguiti. L’accusa rivoltagli a più riprese dai sui critici, di aver fondato un partito di plastica che assomigliava più ad un’azienda di cui lui era l’amministratore unico, non hanno mai nemmeno scalfito l’autorità di Berlusconi e la fedeltà dei suoi uomini. Ma adesso che il leader di Forza Italia sta preparando il suo ritorno sulla scena politica è costretto a fare i conti con chi invoca «maggiore democrazia all’interno del partito» al punto di metterne in discussione la leadership. Non è un caso l’assenza di Raffaele Fitto alla festa organizzata a Palazzo Grazioli per l’assoluzione di Berlusconi nel processo Ruby, a cui l’ex fedelissimo Denis Verdini si è presentato con una letterina in regalo con cui una truppa di parlamentari chiedeva al Cavaliere una «gestione collegiale» all’interno del partito. Tradotto dal politichese, un passo indietro.

RENZI ALLA PROVA DEI FATTI - Scenari inimmaginabili soltanto fino a pochi mesi fa, con cui adesso deve fare i conti anche Matteo Renzi, accusato dalle minoranze dem di una «gestione autoritaria del partito». Il presidente del Consiglio si è sempre detto contrario a «correnti e divisioni all’interno del partito, perché gli italiani non le vogliono», ma ormai non bastano le dita di una mano per contare le anime del Partito democratico. «Renzi è sempre stato contrario alle correnti», conferma un deputato democratico che però aggiunge malizioso «ma a quelle degli altri». Certo, a differenza dei leader di opposizione a sostenere Renzi c’è quel quaranta percento di consensi raccolto alle ultime europee, che però dovrà presto fare i conti a palazzo Madama con la legge elettorale e la riforma del Senato.

LA CARRIERA DEI DISSIDENTI NON E' CONVENIENTE - C’è da dire che i leader delle minoranze, usciti spontaneamente o epurati dal partito, storicamente non hanno avuto grande fortuna. Ultimo caso emblematico quello di Gianfranco Fini che, messo alla porta da Berlusconi a causa del «controcanto» rispetto alla linea politica del Pdl, dopo un breve periodo di visibilità mediatica è scomparso dalla scena politica. E sembrano averlo capito anche i capicorrente del Pd, che oltre a qualche minaccia di voto non conforme al gruppo e accuse sulla gestione autoritaria del partito non sono mai andati. Ora non resta che vedere se Flavio Tosi riuscirà a invertire la tendenza o finirà anche lui nella galleria degli epurati illustri finiti nel dimenticatoio.