18 gennaio 2020
Aggiornato 23:30
Le parole del premier raccolte solo da Alfano che evoca il «califfato islamico»

Ma Renzi vuole una missione militare in Libia?

Il presidente del Consiglio ha chiesto al Consiglio europeo di affrontare il dossier libico. Uscendo dal meeting ha fatto intendere che l'Italia sta valutando anche di dispiegare soldati nello Stato nord-africano, all'interno di una forza internazionale. Intanto l'ambasciata italiana ha dato indicazione ai connazionali «di lasciare temporaneamente il Paese»

BRUXELLES - Il premier, Matteo Renzi, ha chiesto al Consiglio europeo di affrontare il dossier libico. Uscendo dal meeting Renzi ha fatto intendere che l'Italia sta valutando anche di dispiegare militari nel Paese nord-africano, all'interno di una nuova missione internazionale. Intanto l'ambasciata italiana in Libia ha dato indicazione ai connazionali «di lasciare temporaneamente il Paese», ha riferito la Farnesina. «C'è un'emergenza Libia. L'Italia è pronta a fare ancora di più, ma quella libica a fianco a quella ucraina è un'emergenza europea», ha detto Renzi. Il primo ministro ha spiegato oggi: «Penso sia una emergenza internazionale, non più europea, e l'ho detto al tavolo del Consiglio europeo; era giusto e doveroso che ci fosse la posizione italiana per la quale la Libia è un grande problema del nostro tempo, ed è un problema da risolvere con decisione e determinazione, probabilmente anche con un impegno ulteriore. Abbiamo visto - ha aggiunto Renzi - che ciò che è accaduto intorno al tentativo di Bernardino Léon (l'inviato dell'Onu, ndr) non è stato sufficiente, quindi c'è bisogno che con la leadership delle Nazioni Unite ci sia un tentativo più forte. L'Italia è pronta a fare la sua parte».

IN EUROPA TUTTO TACE - Stando alle prime dichiarazioni però Renzi non ha trovato sostegno all'interno dell'Ue, se non una generica dichiarazione del presidente dell'Europarlamento, Martin Schulz. Quest'ultimo, uscito dal Consiglio europeo ha detto che c'è «anche la necessità portare stabilità» nei Paesi di origine degli immigrati o di transito in difficoltà «come la Libia». Il presidente del Parlamento Ue ha poi elogiato la missione della Marina militare italiana Mare nostrum e ha sottolineato la necessità di migliorare il funzionamento di quella europea che l'ha sostituita: «Ammiro l'enorme contributo di Mare nostrum, l'operazione di ricerca e salvataggio svolta dalle autorità italiane l'anno scorso. L'attuale operazione Triton deve essere molto migliorata per raggiungere il livello di Mare nostrum, che comunque non era sufficiente» per gestire il flusso di migranti nel Mediterraneo. Poi Schulz ha parlato dell'ennesima tragedia in mare a largo della Sicilia: «Abbiamo appreso con grande shock e dolore di un altro disastro umanitario nel Mediterraneo. Lunedì la Guardia Costiera italiana ha tentato di salvare le persone che avevano lasciato la costa della Libia a bordo di gommoni, senza cibo e senza acqua. Potevano essere salvate 80 vite umane. Ma circa 300 persone sono ancora disperse. Ancora una volta è palese la mancanza di una politica migratoria adeguata dell'Unione Europea. Dobbiamo investire di più nella lotta contro i trafficanti e rafforzare le leggi penali, ma anche portare stabilità» nei Paesi di origine o di transito in difficoltà «come la Libia», ha aggiunto il presidente dell'Europarlamento, sottolineando che «il Parlamento europeo chiede con urgenza una politica complessiva dell'Unione europea sull'immigrazione e sta lavorando su una base trasversale per raggiungere questo obiettivo; ma non possiamo farlo da soli».

ALFANO, PERICOLO CALIFFATO ISLAMICO - Diversi invece i sostenitori della linea del premier in Italia, primo fra tutti il ministro degli Interni, Angelino Alfano. «Il presidente Renzi, parlando della Libia, ha individuato il centro del problema. E ancora più è valso farlo in ambito europeo. Oggi, quel Paese è fuori controllo e in preda al caos, con il rischio che si trasformi anch'esso in un califfatto islamico», ha detto Alfano. «Senza una rapida mobilitazione generale per la Libia, - ha aggiunto - assisteremo ancora ad altre tragedie in mare e correremo il rischio di vedere installato un califfato islamico non in Siria o in Iraq, ma alle nostre porte, ancora più esplicitamente a poche miglia nautiche dalle nostre coste italiane ed europee». Il ministro ha ricordato che «oltre l'80 per cento degli immigrati irregolari che arrivano il Italia, partono dalle coste libiche, vittime di trafficanti senza scrupoli che operano indisturbati perché non c'è nessuna autorità statale che li contrasta». Il capo del Viminale ha sottolineato: «La Libia, per l'Italia e per l'intera Europa, deve essere considerata una priorità come, giustamente, lo è in questo momento l'Ucraina. Riconosciamo e apprezziamo l'impegno della comunità internazionale e soprattutto delle Nazioni unite per una soluzione alla crisi libica, ma occorre fare molto di più e l'Italia, come ha affermato il presidente del consiglio, è pronta a fare la propria parte». In conclusione Alfano ha dichiarato: «Per quanti sforzi l'Italia e l'Europa potranno mai fare per il soccorso in mare o per l'accoglienza sul proprio territorio nessuna risposta potrà mai essere adeguata a fare fronte al problema perché questo significa curare i sintomi e la causa della malattia».

PINOTTI, DISPONIBILI A AIUTARE LIBIA - Più diplomatica la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, che intervistata a Mattino 5 ha ricordato: «Non ci sono a oggi evidenze specifiche che dimostrano che» quella dell'immigrazione «è la via attraverso la quale i terroristi entrano in Italia. Ma essendo numeri così ampi l'attenzione deve essere alta». Parlando dei 300 migranti affogati nei giorni scorsi il ministro ha spiegato: «È importante che l'Europa di fronte a una tragedia immane si interroghi e immagini che il dispositivo di Triton venga modificato, ma non dimentichiamoci che il 97% di queste partenze sono dalla Libia. Ma in questo momento è difficile capire con chi parlare in Libia. Siamo disponibili a dare una mano alla Libia a ricostruire le sue forze di sicurezza e aiutarla a controllare le frontiere marittime. Lo stiamo facendo con Egitto e Tunisia, dove c'è un'autorità politica con cui poterli fare e oggi purtroppo in Libia questa non c'è». Ciò nonostante, la titolare della Difesa nei giorni scorsi ha rivendicato che all'interno della Nato si stia prendendo coscienza che il «fronte sud», su cui l'Italia è maggiormente coinvolta, è «in una situazione di estremo pericolo». Pinotti ha spiegato che c'è una nuova iniziativa dell'Italia nell'Alleanza atlantica «sulla condivisione dei temi principali, e se fino all'anno scorso era la questione russa a prevalere adesso anche il fronte sud è entrato, grazie alla nostra insistenza, nei punti programmatici che saranno presentati alla riunione di giugno». Il ministro ha ricordato che in Libia «era in corso, prima delle elezioni del giugno scorso che hanno cambiato del tutto lo scenario libico, un progetto di addestramento delle forze libiche per combattere contro gli islamisti: l'allora ministro della Difesa Abdullah al Thinni (ora primo ministro, ndr) mi aveva chiesto la disponibilità di addestrare le truppe governative in Libia, c'era una caserma sicura che ci avrebbero dato per organizzare la formazione». Poi tutto è cambiato e anche gli uomini che arrivavano nelle nostre basi per essere addestrati non sono più stati mandati, «non c'erano nemmeno più le persone in Libia che facevano la selezione». Ora che il negoziato si è riaperto «e hanno accettato di partecipare per la prima volta il Congresso e il governo di fatto di Tripoli - l'Italia ha già fatto presente di voler dare tutto il suo sostegno, se c'è una richiesta della Libia e con il mandato dell'Onu».

GENTILONI, ITALIA PRONTA A MISSIONE PEACEKEEPING - Possibilista anche il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che intervistato a 24 Mattino ha detto che l'Italia è pronta a intervenire in una missione di peacekeeping in Libia, a condizioni che ci siano le condizioni politiche, ossia «un minimo di percorso di ricostruzione nazionale» di un Paese che oggi può considerarsi «fallito». Gentiloni ha detto che si può «intervenire militarmente se ci sono le condizioni politiche. Non si può intervenire per intervenire», ricordando quanto «avvenne cinque anni fa». Oggi, ha continuato, «senza uno Stato centrale, in cui ci sono diverse fazioni che si combattono, il punto è se grazie all'iniziativa diplomatica delle Nazioni Unite si ricostruisce un minimo di percorso di ricostruzione nazionale. In questo caso io credo che il governo proporrebbe immediatamente al parlamento di partecipare a una missione di peacekeeping dell'Onu». Ma senza «un quadro minimo di ripresa di dialogo e di cessazione dei combattimenti, non è pensabile inviare forze armate nel deserto libico», ha concluso. Anche dalla nostra intelligence, il teatro libico è considerato «molto delicato», ha spiegato il direttore dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise), Alberto Manenti nel corso di un'audizione presso il Copasir. I nostri servizi hanno comunque ricordato che i siti produttivi di petrolio (soprattutto quelli che interessano il nostro paese) si troverebbero, comunque, in sicurezza perché posti per la maggior parte al sud del Paese, fuori quindi dall'area in questo momento interessata dagli scontri armati.

PAGANO, ITALIA SIA PROTAGONISTA - Soddisfazione per le dichiarazioni del premier dal deputato di Area popolare (Ncd-Udc), Alessandro Pagano, che da settimane ha posto la questione di inviare una forza internazionale di peacekeeping da dispiegare in Libia. «Finalmente il premier Renzi sulla Libia batte un colpo»Per Pagano però «non basta presentarsi in Europa e chiedere la missione di peacekeeping, ma bisogna andarci con una progettualità. Bisogna continuare con il percorso sin qui tracciato in piena sintonia con il segretario Onu, Ban Ki-moon, in cui l'Italia deve svolgere un ruolo da protagonista. Contemporaneamente il nostro Paese, e non altri, sia per una questione di vicinanza territoriale sia per la stima di cui godiamo presso il popolo libico, si deve fare promotore di un gentlemen agreement tra la Lega Araba e l'Unione europea, perché in Libia bisogna andarci tutti insieme». Secondo l'alfaniano «i paesi arabi più autorevoli non aspettano altro. Gli obiettivi di questa operazione devono essere uno di medio termine, con la creazione di uno Stato che dia stabilità e che sappia dialogare con le centinaia di tribù locali e, altro obiettivo, quello di controllare le coste libiche per evitare, come ha ben spiegato il governo, le partenze di centinaia di migliaia di profughi e fronteggiare i trafficanti di morte».

PALAZZOTTO, MARE NOSTRUM DIVENTI MISSIONE ONU - Il deputato di Sinistra ecologia e libertà (Sel), Erasmo Palazzotto, ha mostrato una certa disponibilità al dialogo su una missione Onu per la Libia. «Con l'intensificarsi dei conflitti nei prossimi mesi l'arrivo di profughi aumenterà, e questo non può essere solo un problema italiano o europeo. La risposta a questa emergenza deve essere di tutta la comunità internazionale. Che se ne deve fare carico. Nessuno può più girare la testa dall'altra parte mentre migliaia di persone muoiono nel Mediterraneo. Sinistra Ecologia Libertà ritiene sia necessario che il governo Italiano chieda alle Nazioni Unite che Mare nostrum diventi una missione a guida ONU. Se vogliamo uscire dalla propaganda e iniziare a trovare soluzioni concrete questa è la strada da seguire». Critica invece Forza Italia che nel Mattinale ha chiesto al presidente della Repubblica, Segio Mattarella di intervenire sulla proposta a Bruxelles del premier «senza prima discuterne in Parlamento, di spezzare le reni alla Libia... La deriva autoritaria va bloccata. Per questo ci rivolgiamo all'Arbitro. Il giocatore è scorretto, impedisce al Parlamento di giocare la partita della democrazia».

IN OCCIDENTE ESCLUSA OPZIONE MILITARE - A livello internazionale invece, l'Italia fino a ieri non ha mostrato interesse per un'intervento militare nel Paese. Anzi con Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti ha sì condannato fermamente tutti gli atti di violenza in Libia, che «minano gli sforzi di tutti i libici che stanno lavorando per portare la pace e la stabilità nel paese attraverso i negoziati patrocinati dalle Nazioni Unite», ma nel comunicato congiunto è scritto che «non esiste una soluzione militare ai problemi della Libia». I sei Stati occidentali hanno condiviso «la valutazione delle Nazioni Unite che questi attacchi costituiscano una serio colpo inferto agli impegni pubblici assunti dai principali comandanti ad astenersi da azioni che potrebbero compromettere il processo politico. Ci appelliamo a tutte le parti affinché partecipino in modo costruttivo al dialogo sotto l'egida dell'Onu, al fine di raggiungere rapidamente un cessate il fuoco sostenibile e un governo di unità nazionale».