19 marzo 2019
Aggiornato 21:30
L'ex fedele del Cavaliere e direttore del Tg1, contesta aspramente il leader di Fi

Minzolini: non voglio parlar male di Berlusconi, ma sbaglia

E' tra gli 11 senatori di Forza Italia a non aver votato l'Italicum, uscendo dall'aula. Augusto Minzolini spiega, al DiariodelWeb.it, le sue tante perplessità sulla legge elettorale e sulla riforma del Senato. Che, a suo avviso, faranno in modo che la politica italiana avrà un solo dominus. E difficilmente di Centrodestra

ROMA«È il combinato disposto di questa legge e della riforma costituzionale che per me è discutibile». Con queste parole, il senatore di Forza Italia Augusto Minzolini commenta la riforma elettorale approvata ieri in Senato, e che, a questo punto, tornerà alla Camera per la terza lettura.  Legge che, proprio ieri, Minzolini non ha votato – insieme a 11 senatori azzurri e 24 democratici – annunciando il suo abbandono dell’aula con un tweet. «In questa legge, rispetto alla riforma del Centrodestra bocciata dal Centrosinistra qualche anno fa, c’è un elemento di decisionismo che rasenta l’autoritarismo molto più forte. Ed è paradossale», prosegue, «che sia proprio il Pd a proporla».

MINZOLINI: CON L’ITALICUM, LA POLITICA AVRÀ UN SOLO DOMINUS - «Se alle ultime elezioni fosse stata in vigore una riforma di questo tipo e l’Italicum, per un partito che vince dello 0,3% sull’altro, Renzi avrebbe potuto scegliersi tranquillamente da solo il nuovo Presidente. Quello che manca è una dialettica tra leader e partito perché ci sono le liste bloccate: il segretario del partito riesce a nominare buona parte della sua rappresentanza parlamentare», spiega; «non c’è una dialettica tra alleati, perchè c’è un premio di lista. Quindi, non c’è un confronto tra Presidente del Consiglio e coalizione: il partito che vince governa da solo. In più», aggiunge Minzolini, «c’è una identificazione in una sola persona del ruolo di segretario del partito e di Presidente del Consiglio. In un meccanismo del genere, il Presidente del Consiglio, che è anche segretario del partito, è quello che nomina anche il Presidente della Repubblica e buona parte, seppur indirettamente, dei giudici costituzionali». Secondo il senatore di Forza Italia, invece, «sarebbe stato molto più logico e avrebbe dato maggiore legittimazione a una persona che può contare su un enorme potere, se si fosse adottato un sistema presidenziale: il Presidente sarebbe stato eletto, e non avremmo un sistema basato sulla forza del partito; contemporaneamente, svincolando il potere esecutivo da quello parlamentare, ci sarebbe stata una sorta di check-balance con un Presidente e un Parlamento votato in maniera diversa. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione come quella negli Usa, in cui Obama è contrappesato dal Congresso, dove non ha la maggioranza», spiega il senatore azzurro. «Nell’Italicum non c’è questa possibilità: il segretario del partito che vince il premio diventa il dominus della politica italiana».

IL CENTRODESTRA SI È RELEGATO DA SOLA ALL’EMARGINAZIONE - Per questo, il futuro di Forza Italia e del Centrodestra non si prospettano rosei, secondo Minzolini: «Il Centrodestra ha scelto, per via di non si sa quale accordo, un sistema che rischia di emarginarlo e relegarlo per i prossimi 10 anni»​, afferma Minzolini. «Questo è un sistema che è fatto a immagine e somiglianza del Pd, che ha già compiuto il processo di fusione in un unico partito di tanti gruppi. Il Centrodestra, invece, avendo sempre adottato la tecnica della coalizione, si ritrova diviso in diversi partiti, che avrà difficoltà a mettere insieme. Quindi, il risultato nel medio periodo sarà quello di un grande partito che governa su tanti partitelli e magari potrebbe avere un partito di medie dimensioni relegato all’opposizione». Per il senatore azzurro, «avendo adottato questa sorta di complicità per questa riforma elettorale e costituzionale, il secondo partito all’opposizione non sarà nemmeno Forza Italia, ma sarà la Lega». Sulle parole di Fitto nei confronti di Berlusconi, Minzolini non commenta. Solo, rivendica la sua coerenza: «Io queste cose le ho dette fin dall’inizio apertamente», sottolinea.

IERI, SEDUTA PIENA DI TENSIONI - D’altronde, nella seduta di ieri, Minzolini aveva annunciato via Twitter: «Non voterò questa legge elettorale, come non ho votato la riforma del Senato.E viste le forzature consumate nel dibattito uscirò dall'aula». A complicare ulteriormente la situazione già molto tesa, infatti, la presidente Valeria Fedeli ha proposto un coordinamento formale del testo, una limatura per eliminare le incongruenze lessicali e formali della nuova legge dovute alla approvazione degli emendamenti, che però, di fatto, avrebbe introdotto elementi aggiuntivi non contenuti in alcun emendamento. La minoranza ha sottolineato che non si trattava di un coordinamento solo formale, quanto piuttosto di un emendamento vero e proprio, che avrebbe avuto bisogno di una discussione e un voto. Per alzata di mano è stato invece votato e accettato come coordinamento formale tra le proteste delle opposizioni. Addirittura, c’è stato chi, come il senatore Maurizio Buccarella, ha mimato il segno di chi si lava le mani rivolgendosi alla presidenza e chi ha urlato «E’ tutto uno schifo!». Contestazioni sono arrivate anche dal gruppo Sel tramite la senatrice Loredana De Petris, che ha rivendicato il diritto di intervenire: «Non è che ogni volta devo andare in infermeria perché siete tutti cecati…. Non posso sentirmi male ogni volta», ha dichiarato.

IL NODO SENATO - Di fatto, l’ assenza dei 24 senatori democratici è stato un «regalo» a Renzi, visto che hanno così determinato un abbassamento del quorum per raggiungere la maggioranza necessaria. Così, a differenza di quanto accaduto per l’emendamento Esposito, i 47 voti di Fi e i 6 di Gal non sono risultati determinanti ai fini dell'approvazione della legge. Non determinante dal punto di vista numerico, ma certamente da quello politico, dunque, il concorso di Forza Italia, che pure ha registrato resistenze interne. Proprio come quella di Augusto Minzolini, da sempre critico  nei confronti dell’Italicum e della riforma del Senato. Senato che, di fatto, costituisce uno dei principali nodi di questa legge elettorale, valida solo per la Camera, in attesa dell'approvazione delle riforme che vedrebbero Palazzo Madama non più elettivo. Che cosa accadrebbe, però, se si dovesse andare a votare dopo l'approvazione dell'Italicum e prima di quella delle riforme? I costituzionalisti, sul punto, sono divisi tra chi chiede una norma transitoria per il Senato e chi dice che per questo può andar bene il Consultellum. Ma anche puntare su una norma transitoria per il Senato è complicato. L'estensione dell'Italicum al Senato è impraticabile, perchèéun doppio turno con due Camere rischia di portare a due ballottaggi diversi. In più, c'è il dubbio che un premio di maggioranza su scala nazionale sia incostituzionale per il Senato, che deve essere eletto su base regionale.

CHE FINE FARANNO I DISSIDENTI DI PD E FI? - Nonostante le difficoltà, Renzi pare aver raggiunto di nuovo il suo obiettivo.  «E due – ha infatti esultato su Twitter  – Legge elettorale approvata anche al Senato. Il coraggio paga, le riforme vanno avanti». Eppure, nessuno commenta l’anomalia spalancatasi, nel corso dell’iter dell’Italicum, nel Pd e in Forza Italia, partiti che di fatto, pur di conservare gli impegni reciprocamente presi, stanno rischiando di dividersi drammaticamente al loro interno. E che, soprattutto in vista dell’ormai imminente elezione del Capo dello Stato, pongono non poche questioni in merito al futuro tanto del Centrosinistra, quanto del Centrodestra.