11 dicembre 2019
Aggiornato 00:30
Come sconfiggere la corruzione: parla l'esperto dell'Università di Pisa

Vannucci: «Aumentare le pene è inutile se nessuno finisce in carcere»

Il Professor Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica presso l'Università di Pisa ed esperto in materia di corruzione politico-amministrativa commenta le parole di Raffaele Cantone in merito al contrasto della corruzione. «Quello che si osserva purtroppo nel nostro Paese è un livello patologico di corruzione», afferma il docente.

In un'intervista rilasciata a La Repubblica, il presidente dell'Autorità Nazionale dell'Anticorruzione, Raffaele Cantone, ha evidenziato come il problema della corruzione nel nostro Paese impossibile da debellare del tutto. A commentare le parole del numero uno alla lotta alla corruzione è il Professor Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica presso l'Università di Pisa ed esperto in materia di corruzione politico-amministrativa.

Il presidente dell'Authority anticorruzione, Raffaele Cantone, sostiene che «non riusciremo mai a sconfiggere del tutto» la corruzione. Che valore hanno le parole di Cantone? È davvero così impossibile eliminare del tutto la corruzione?
«È una dichiarazione assolutamente condivisibile e di buon senso. Persino i Paesi che si collocano per trasparenza ai livelli più alti nelle classifiche internazionali di tanto in tanto conoscono qualche episodio di corruzione. Quindi è legato alla natura stessa dell'esercizio del potere, del potere pubblico, il fatto che occasionalmente vi possano essere condizioni nelle quali il pagamento di tangenti o altri favori impropri diventano il movente nell'esercizio del potere, e quindi si realizza l'atto di corruzione. È un tratto ineliminabile di qualsiasi forma di esercizio di potere pubblico, il rischio della corruzione. Quello che diceva cantone e che trovo assolutamente di buon senso e condivisibile è che questo va ricondotto a livelli fisiologici. Cioè come un evento occasionale, un 'incidente di percorso'», dichiara il docente. E continua: «Perché quello che si osserva purtroppo nel nostro Paese è, invece, un livello patologico di corruzione. Una corruzione che ha deportato da quelli che sono gli argini naturali legati all'esistenza di uno stato di diritto, di un'economia di mercato, di un Paese avanzato, di una società civile che dovrebbe avere quindi anche delle barriere culturali, che ha superato questi argini e che sembra purtroppo, in modo anomalo rispetto appunto alla situazione di altri paesi con equivalenti livelli di sviluppo, aver invaso molte sfere di vita pubblica, civile e economica. Occorre quindi ricostruire questi argini».

È possibile azzardare un paragone tra quanto dichiarato da Raffaele Cantone e le parole, di qualche tempo fa del ministro Lunardi, che affermava: «Dobbiamo imparare a convivere con la mafia»?
«Non mi convince il paragone della dichiarazione di Cantone con quella di Lunardi sulla mafia, perché le organizzazioni criminali sono qualcosa di diverso. La presenza sul territorio di organizzazioni criminali così forti così radicate è anch essa un'anomalia che possiamo sconfiggere, che dobbiamo sconfiggere. Perché non c'è nulla di equivalente in nessun paese occidentale, ad eccezione forse della mafia statunitense, che poi comunque ha conosciuto il suo declino e adesso è pressoché inoffensiva. Quindi sono due fenomeni molto diversi: la corruzione a certi livelli è una realtà che nasce quasi spontaneamente da ogni forma di esercizio del potere pubblico», dichiara Vannucci. «Quindi dobbiamo abituarci all'idea che eliminarla completamente, come deve essere, non accade nemmeno nella virtuosissima Danimarca o in Finlandia o in Nuova Zelanda, che sono i Paesi ai vertici delle classifiche internazionali – spiega il docente – , dove pure di tanto in tanto qualche funzionario si fa beccare con la tangente in tasca. Possiamo cercare di ridurla a livelli fisiologici, questo è il segnale. Quindi l'idea è forse – anche a livello per così dire pedagogico – non abbattiamoci troppo quando di tanto in tanto ci sono gli scandali. O, meglio, indignamoci, non abbattiamoci considerando la corruzione come un fenomeno che non potrà mai essere sconfitto, perché sicuramente se un certo livello di corruzione è destinato a mantenersi possiamo comunque fare enormi progressi nel riportare il fenomeno nell'alveo della normale fisiologia di tutti i sistemi di potere, di tutti i sistemi di Governo. Quindi come un'eccezione, e non più come drammaticamente si realizza in italia come una sorta di regola. Oggi in Italia sembra che in molti contesti, in molti sistemi di governo, in molti sistemi di decisione pubblica negli appalti e in altri settori quella della tangente sia una regola. Ecco, dobbiamo fare in modo che torni ad essere un'eccezione», conclude Alberto Vannucci.

Il presidente Cantone afferma anche, però, che nessun Paese è immune dal cancro della corruzione, ma in Europa siamo gli ultimi. Come si comportano gli altri Paesi? Quale soluzione hanno adottato per contrastare il fenomeno e perché l'Italia è endemicamente affetta dal morbo della corruzione?
Il docente dell'Università di Pisa spiega che «Gli altri Paesi non hanno sistemi di controllo della corruzione che siano così diversi da quelli che abbiamo a disposizione nel nostro paese. Esiste un legame molto forte tra i livelli di sviluppo, di sviluppo delle istituzioni politiche, quindi dei sistemi di controllo democratico dei governanti, dei sistemi che fanno sì che un politico coinvolto o in odore di corruzione non venga rieletto, non venga ricandidato, quindi la democrazia come antidoto alla corruzione; ma anche quelle istituzioni che fanno sì che vi sia un potere giudiziario autonomo, indipendente che rivestono funzioni di controllo nei confronti dell'illegalità, quindi del coinvolgimento in precedenti di corruzione da parte della classe burocratica, politica, territoriale. Tutte queste barriere, che sono quelle più forti ed efficaci contro la corruzione, esistono anche nel nostro Paese. Il problema è che pur esistendo sono in qualche modo inceppate o funzionano male per tanti, diversi fattori o condizionamenti più o meno occulti, intoppi che si sono creati nel costo del tempo. Ad esempio, per risolvere il problema della corruzione in Italia, almeno in prima battuta – perché chiaramente esiste anche un problema più profondo di natura culturale che richiede sicuramente tempi più lunghi – però in prima battuta per affrontare il problema e forse iniziare quel percorso che dovrebbe riportare il fenomeno nuovamente nei suoi confini fisiologici, basterebbe seguire quelle indicazioni che vengono avanzate all'Italia dalle organizzazioni internazionali da molti anni. Sono più di dieci anni che il Consiglio d'Europa, l'ONU, le Nazioni Unite, l'Ocse, la Commissione europea raccomandano all'Italia di adottare dei provvedimenti che dovrebbero porre un rimedio a quelle che sono delle conclamate patologie, anomalie del sistema italiano. E investono soprattutto la storia della detenzione penale: non esiste al mondo un Paese nel quale, dopo una condanna in primo grado per reati corruzione si può finire prescritti e il reato si esaurisce a causa del decorrere del tempo. E nel 2005 si sono addirittura ottimizzati i tempi di prescrizione, cioè è molto più probabile che l'imputato anche se condannato nei precedenti gradi di giudizio finisca non giudicato. Quindi riformare la prescrizione è una necessità. Così come ripristinare e rafforzare quelli che sono considerati i reati sentinella, che permettono ai magistrati in assenza di denuncia – perché la corruzione non la denuncia nessuno dei protagonisti, perché c'è tutto l'interesse ad andare avanti e a fare i propri affari nell'ombra – i magistrati spesso arrivano a incidere su questa realtà attraverso indagini che nascono su reati di diversa natura, ad esempio i reati di falso in bilancio o, un tempo, di abuso di ufficio. Tutti reati che sono stati sostanzialmente smantellati, non esistono più. Reati che verranno ripristinati, adesso, ma con molti vincoli e con molti limiti. O, ancora, rafforzare la denuncia esterna, cioè quelli che denunciano la corruzione per certificato, ma sono molto frammentari, molto deboli, non forniscono gli incentivi per avere garanzie nei confronti di chi denuncia la corruzione di altri e che oggi rischia di venire drammaticamente soltanto lui punito ed emarginato in un sistema in cui la corruzione si è fatta regola». E aggiunge ancora, Vannucci: «E ancora l'utilizzo di quegli accorgimenti che si sono rivelati particolarmente efficaci nell'azione di contrasto e di repressione del crimine organizzato, come gli agenti sotto copertura e le intercettazioni ambientali. Ne ha propugnato l'utilizzo il presidente Cantone ed è stato totalmente inascoltato quando dati affermano che sempre più spesso la corruzione diventa un tutt'uno di fronte al crimine organizzato – vedete la vicenda, lo scandalo di Mafia Capitale – o comunque quando la stessa corruzione riesce a darsi delle modalità di gestione di affari, di richieste e di cessioni di tangenti che la rendono simile ad un'entità organizzata, simile appunto alle mafie organizzate, per la capacità di esercitare di regolare queste reti di azioni illegali. Tutto questo ci porterebbe a richiedere l'utilizzo nei confronti della corruzione degli stessi strumenti che si sono rivelati così efficaci nei confronti della crimine organizzata. Tutto questo è nel dibattito, ma i provvedimenti che vadano in questa direzione non c'è neanche l'ombra».

Il ministro Orlando, in aula, pochi giorni fa, affermava i passi avantifatti nel Pacchetto anti-corruzione: l'aumento di pena per il reato di corruzione passa da 8 a 10 anni, il reato di autoriciclaggio e il falso in bilancio. Ma questo basta?
«L'aumento delle pene non solo non è sufficiente, ma sembra proprio una presa in giro. Anche la Legge Severino aumentava le pene, ma tutti gli studi sulla struttura criminologica, tutte le statistiche dimostrano che aumentare le pene non serve a nulla. Quello che può avere un effetto deterrente è aumentare la probabilità che quei reati vengano scoperti e puniti. Quindi aumentare in astratto le pene è la cosa più facile da fare, […] ma se la probabilità di incorrere nella pena è praticamente nulla perché nel silenzio dell'opinione pubblica e della classe politica, di fatto, i reati di corruzione negli ultimi anni sono stati depenalizzati perché la probabilità di andare in carcere è nulla, nulla, riflette che per quanto si aumentino in astratto le pene, in concreto questo non ha alcun effetto sulla decisione dei politici, degli imprenditori dei faccendieri, dei burocrati di partecipare a questo tipo di attività illecite, da cui si può guadagnare moltissimo rischiando praticamente nulla», conclude il Professor Vannucci.