9 aprile 2020
Aggiornato 07:00
Vertice di Palazzo Chigi

Renzi spaccatutto. Si dividono sindacati e minoranze Pd

Cisl e Uil si fanno convincere dal Premier. L'unico «niet« resta quello di Susanna Camusso. Sul fronte del Partito democratico, riformisti e bersaniani annunciano che voteranno la fiducia. «La fiducia non si discute«, precisa Bersani. Ma Civati si infuria: «E' un atto scellerato«.

ROMA - Se il primo obiettivo del presidente del Consiglio era quello di rompere il fronte sindacale è giusto riconoscergli che c'è perfettamente riuscito. Dopo l'incontro a tempo di Palazzo Chigi, sia la Furlan che Angeletti si sono dissociati da Susanna Camusso ed hanno concesso al governo una linea di credito, sia come riconoscimento delle aperture del governo sull'articolo 18, sia in prospettiva delle prossime mosse riguardo il Tfr in busta paga.

IN PIAZZA IL 25 LA CGIL DA SOLA - Inoltre la Cisl e la Uil hanno reso noto che lasceranno sola la Cgil a manifestare in piazza il prossimo 25 ottobre. Insomma Renzi ha portato a casa il risultato che inseguiva. La convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi era stata organizzata infatti soprattutto in chiave europea: Renzi aveva bisogno di presentarsi ai prossimi appuntamenti europei con in tasca due cambiali vincenti: la sicurezza di avere il via libera dal Parlamento sulla riforma del lavoro grazie alla fiducia imposta ai senatori; e la garanzia di non dovere affrontare nei prossimi mesi un muro sindacale compatto.

IL NIET DI SUSANNA CAMUSSO - Il «niet» di Susanna Camusso, non solo era scontato, ma addirittura può giocare a favore di Renzi perchè conferma agli occhi di Bruxelles che il governo è in grado di procedere con il suo progetto riformatore senza dover pagare tributi all'ala più intransigente del sindacato. Il premier nel congedare i sindacati si è addirittura concesso una battuta ironica: «Rivediamoci il 27 ottobre, dopo la manifestazione in cui porterete tre milioni di persone in piazza", ha detto rivolto alla troika. Ma forse era già al corrente che il trio si era già abbondantemente diviso.

I RIFORMISTI DICONO SI A RENZI - Quella sindacale non è l'unica spaccatura che Renzi ha portato a casa nel giorno della resa dei conti sul Jobs Act. L'ala riformista del suo partito, pur aveva firmato i 7 emendamenti di modifica sostanziale alla riforma del lavoro presentata dal governo, hanno fatto sapere che voteranno comunque la fiducia. La scelta di non provocare una crisi di governo è stata inoltre decisa anche dai Bersaniani. Quindi anche la minoranza del partito democratico ha finito per cedere alle maniere forti del premier e non si presenta più come un blocco unito.

CIVATI: E' UNA SCELTA SCELLERATA - L'annuncio dei riformisti e dei bersaniani ha così confinato in un angolo gli irriducibili capeggiati da Civati e Mineo. Il dietro front dei bersaniani deve avere colto di sorpresa Giuseppe Civati che non ha potuto nascondere il suo disappunto nei confronti di una linea politica che forse sconfessa qualche patto precedente: "Capisco che i bersaniani abbiano fatto la loro scelta unicamente per non fare cadere il governo, ma non posso condividere la loro iniziativa. Anzi non posso fare a meno di definirla un atto scellerato", si è sfogato Civati.

BERSANI: LA FIDUCIA NON SI DISCUTE- Pierluigi Bersani sulla forzatura di Renzi per imporre la sua riforma del lavoro non ha cambiato opinione, ma ha rinviato ad altra occasione la resa dei conti con il segretario del suo partito. Non ha però rinunciato all'ironia nei confronti del decisionismo del premier. «Mi permetto - ha detto- una piccola battuta: la sera della direzione avremmo potuto tutti, maggioranza e minoranza, andare al cinema.». Poi però l'ex segretario del Pd si è fatto serio e ha aggiunto: «Continuo a pensare che con questa riforma si rischia di perdere una grande occasione ma a chi mi chiede consiglio raccomando responsabilità e lealtà anche davanti a una forzatura come questo voto di fiducia. La fiducia non può essere in discussione».

IL PREMIER RINCUORATO VEDE MERKEL E HOLLANDE - Insomma Matteo Renzi domani può presentarsi all'incontro con la Merkel e Hollande con qualche problemi interno risolto e qualche richiesta all'Europa non zavorrata dal peso di un paese fuori controllo. Vedremo se sarà sufficiente a fargli ottenere la benzina di cui ha bisogno per proseguire nella strada intrapresa.

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