14 ottobre 2019
Aggiornato 01:00
Macron e l'ostilità anti italiana

Il colonialismo di Macron in Libia, e dei suoi predecessori, che in Europa nessuno denuncia e contrasta

Libia senza pace: perché? Il ruolo destabilizzatore della Francia che in Europa nessuno osa criticare

TRIPOLI - Il caos libico è il caos italiano. Voluto dalla Francia di Macron per indebolire non il governo italiano in essere, transitorio come tutti quelli che lo hanno preceduto, bensì un concorrente strategico nella gestione delle risorse petrolifere di cui il Paese è ricchissimo. Oggi e nel futuro prossimo. La guerra all'Italia, indiretta e spietata, in territorio libico procede dai tempi di Sarkozy, conservatore, passa dal socialista Hollande e si conferma con il finanziere prestato alla politica Macron. Gli schieramenti ideologici, le appartenenze politiche, non sono che casacche aduse a distinguere esteticamente i vari presidenti francesi, che però giocano tutti allo stesso gioco. Laddove c'è il colonialismo francese vi è assoluta comunione d'intenti. Tutto cambia affinché nulla cambi.

Haftar, l'uomo armato e finanziato dalla Francia
Curioso angolo storico, questo. In un momento in cui si combatte sulla pelle di pochi migranti che vengono rimbalzati da un posto all'altro del Mediterraneo, tra chi ama fare il duro e chi finge di essere un cuore d'oro dell'accoglienza. Il tutto mentre i governi – non quello italiano, né l'attuale né i precedenti - finanziano e armano predoni di ogni genere, macellai, generalissimi autoproclamati, che terrorizzano e uccidono la persone comuni, poveri disgraziati che vivono come topi. Prendiamo come esempio l'autoproclamatosi padrone della Cirenaica, generale Haftar. Da dove salta fuori costui?

Da dove arriva Haftar
Ex ufficiale di Gheddafi, è un personaggio che sembra uscito da una fiction degli anni Ottanta, quando i militari africani amavano appuntarsi sul petto decine di medaglie e croci, per poi passare al doppio petto nelle occasioni speciali. Haftar è quindi l'uomo dei francesi in Libia: lo sanno tutti. Non è nemmeno uno scandalo, è una cosa normale per la Francia, che un giorno sì e l'altro pure proclama fedeltà all'Unione Europea. Haftar quindi è stato – ed è - armato e finanziato, probabilmente anche supportato militarmente dalla Legione Straniera nelle operazioni più esposte, da tre presidenti francesi. Haftar deve la sua legittimazione internazionale, ufficialmente nulla, alla canna del fucile che imbraccia insieme a migliaia di suoi uomini. Haftar è armato e finanziato dalla Francia per rovesciare un governo riconosciuto dall'Onu: l'unico. Il mondo va così.

Dall'altra parte, il malcapitato Serraj
Dall'altra parte abbiamo il povero Fayez al Serraj, il fantoccio dell'Onu, uno Zeno Cosini capitato per caso nel cuore dell'inferno libico. Lui, ufficialmente, rappresenta la Libia democratica post Gheddafi, su mandato dell'Onu. Il suo scopo è dividere la torta delle risorse naturali di cui il Paese è ricchissimo tra tribù varie, politici, multinazionali, ladri di ogni risma, servizi segreti, trafficanti di uomini. Lui deve dare un ordine a tutto ciò: compito difficile, ammettiamolo. Serraj è coperto dagli Usa e in parte dalla Gran Bretagna.

E l'Italia dove sta?
Noi italiani siamo in questo schieramento che, apparentemente, salva almeno le apparenze della suddivisione dei poteri. Siamo dalla parte dei più forti: solo che i più forti, soprattutto da quando c'è Trump, non hanno più voglia di fare i cowboy in giro per il mondo. E quindi, dato che manca lo sceriffo globale, si procede con la legge del più forte sul terreno. Purtroppo, come sempre accade quando un dittatore, Gheddafi, viene destituito da una rivoluzione colorata finanziata e armata dall'occidente in nome della democrazia, si incorre sempre nello stesso problema. Il nuovo che arriva confonde la «democrazia» con l'assalto alla diligenza. Accade per molte ragioni, accade perché il passagio è sempre caotico, anarchico, folle. Come in Iraq, come in Afghanistan, come in Ucraina: il meccanismo è sempre lo stesso.

Dopo la «corruzione democratica», la rivolta
E la fase successiva al dilagare della «corruzione democratica» è la rivolta civile: ovvero quanto sta accadendo ora. Tribù del deserto, capeggiate dalla Settima Brigata guidata da Abel Rahim Al Kani e sostenuta da combattenti provenienti da Zintan: ovviamente costoro si muovono nell'interesse del popolo. Come sempre. Avanzano sparando colpi di artiglieria, anche sull'ambasciata italiana, scandendo slogan classisti. Stranamente, per modo di dire, il capo tribù insorto – che peraltro mette in evidenza come l'esercito di Serraj sia fatto di burro, chiaro segnale del valore riconosciuto a questo povero presidente senza corona da parte di Usa e Gran Bretagna – non marcia contro Haftar e la Cirenaica. Perché? Verrebbe quasi da sospettare che all'orizzonte si stia preparando un cambio della guardia, tra Haftar e Serraj, quindi tra gli interessi italiani e quelli francesi. Ovviamente il generale della Cirenaica non può marciare alla volta di Tripoli con il suo esercito mercenario: c'è sempre qualcuno, nella vita, a fare il lavoro sporco.

L'Italia e il tempo di difendersi
L'Italia in tutto questo è, come sempre, il vaso di coccio contro i vasi d'acciaio. Pronti nell'entroterra libico, mentre Macron straparla di accoglienza, ci sono decine di migliaia di esseri umani in fuga da Eritrea, Etiopia, Niger, etc. etc. E, nel caso di guerra civile libica, l'ennesima, la cifra si potrà tranquillamente decuplicare. I contorni del cinismo del presidente Macron, autoproclamatosi unico avversario del populismo europeo, sono difficilmente individuabili. Cosa accadrà in Italia quando l'invasione vera – quella denunciata fino ad ora è propaganda, un'inezia – avrà luogo? Macron ci sta spingendo in una trappola fin troppo visibile: la soluzione non può che passare attraverso un maggiore impegno del nostro Paese in Libia. Se l'Europa non fosse solamente una grande banca a guida francese e tedesca, interverrebbe sulla Francia, sulla politica coloniale che saccheggia l'Africa e destabilizza l'Unione. Tutti, invece, tacciono e fingono di non vedere le manovre francesi.