19 giugno 2019
Aggiornato 21:00
Occhi sulla spartizione del Paese

Siria alla resa dei conti: Putin ha vinto tutto, ma gli Usa tentano ancora di ostacolarlo

L'abbattimento da parte degli Usa di un jet siriano porta alla luce la 'guerra sommersa' tra Usa e Russia in Siria. Mosca ha praticamente sconfitto l'Isis, ha persino dichiarato di aver ucciso il Califfo, ma Washington non si arrende e continua a difendere l'asse sunnita

MOSCA – La guerra siriana prosegue, sempre più dimenticata dalle cronache. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver lanciato missili da navi militari schierate nel Mediterraneo orientale, che hanno distrutto postazioni di comando e depositi di armi e munizioni dell'Isis vicino ad Akerbat, nella provincia siriana di Hama. «I lanci di sei missili da crociera Kalibr - sostiene Mosca - sono stati effettuati dalla parte orientale del Mediterraneo dalle fregate 'Ammiraglio Essen' e 'Ammiraglio Grigorovich' e dal sottomarino 'Krasnodar' su obiettivi del gruppo terroristico Isis in Siria».

A che punto è la guerra?
Ma a che punto è davvero la guerra in Siria? Dopo ormai sei anni di conflitto, lo straziato Paese mediorientale ha una chance di rivedere la pace? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare un passo indietro di qualche giorno, a quando la coalizione internazionale a guida Usa ha abbatutto un jet dell'aviazione siriana, provocando la dura reazione di Mosca. Dura al punto che la Russia ha deciso di sospendere il filo diretto con Washington di coordinazione aerea e, nei giorni successivi, le due potenze non hanno fatto altro che scambiarsi provocazioni dal cielo siriano. Scaramucce che sembrano contraddire quanto sostengono i militari Usa, e cioè che il canale di comunicazione con Mosca sia ancora aperto. O che dimostrano come l'escalation sia una possibilità niente affatto lontana, e non del tutto dipendente dalla volontà degli attori politici.

La guerra nascosta di Washington ora è evidente
Ad ogni modo, quanto accaduto non poteva certo passare inosservato a Mosca, visto che è la prima volta in 6 anni di guerra che Washington prende di mira un jet dell'aviazione siriana. Prima, la posizione statunitense era piuttosto ambigua, quel tipo di guerra «mista» subdolamente normalizzata da Obama da quando la sua amministrazione ha annunciato che avrebbe «consentito attacchi aerei per difendere i ribelli siriani addestrati dagli Stati Uniti da eventuali aggressori, anche se i nemici provengono da forze fedeli al presidente siriano Bashar al-Assad». Con l'abbattimento del jet, questa strategia, che Donald Trump ha ereditato e sembra voler (o, chissà, essere costretto a) perseguire, è diventata palese. Così come è diventata palese la nuova fase in cui si trova il conflitto.

Un'escalation sul futuro della Siria
Con il Califfato ormai quasi del tutto debellato, sulle sue macerie si consuma un'escalation che riguarda più da vicino i difficili equilibri del Medio Oriente, escalation che prelude alla futura «spartizione» della Siria. La posta in gioco ormai è esattamente questa: a fronteggiarsi, l'asse sciita rappresentato da Assad, Russia e Iran da un lato, e i ribelli sunniti sponsorizzati da Arabia saudita e sostenuti dagli Stati Uniti dall'altro. Non è un caso che stiamo assistendo a una intensificazione militare da parte tanto americana quanto iraniana, parti arrivate addirittura allo scontro diretto: il 19 maggio e l’8 giugno scorsi, infatti, l’aviazione americana aveva colpito milizie filo-iraniane e filo-governative che si stavano avvicinando alla città di al-Tanf, al confine con la Giordania, dove si trova un centro di addestramento americano-giordano per forze ribelli che vengono utilizzate sia contro l’Isis che contro il regime di Damasco.

La posizione dell'Iran
Non è un caso, inoltre, che Teheran abbia celebrato con molta enfasi la riconquista di due posti di frontiera fra Iraq e Siria il 19 maggio e il 9 giugno scorsi, obiettivo perseguito grazie alla cooperazione fra le Forze popolari di mobilitazione irachene sciite e milizie sciite siriane e al lancio di missili da basi nella regione iraniana del Kermanshah contro installazioni dell’Isis nella regione di Deir Ezzor. Un risultato strategicamente importante, visto che in questo modo l'Iran si vanta di aver liberato i 1.100 km di strada che vanno da Teheran fino a Latakia, in Siria, sulla costa mediterranea, attraversando l’Iraq meridionale, e ricreando così l’asse sciita perlomeno in termini geografici. 

La resa dei conti
Siamo giunti insomma alla resa dei conti: l'Isis sembra ormai quasi sconfitta, Mosca ha addirittura annunciato l'uccisione del Califfo al-Baghdadi, ma gli Usa non sembrano volersi arrendere all'evidenza. Mentre le già complicate relazioni tra le due potenze subiscono ancora i violenti contraccolpi del Russiagate, e rimangono irriducibilmente lontane dal reset un tempo sperato.